41. Conoscete questi reazionari?

“Vorrei sapere cosa dissero i ginevrini di Montesquieu nel 1755”
(Stendhal, 1838)

Chi era Montesquieu nel 1755? Un autore che ormai aveva dato, essendo morto in quell’anno. Per pubblicare la sua prima opera non aveva avuto fretta. Le  Lettere persiane sono del ’21, quando aveva compiuto 33 anni. Cosa direbbe uno  sceicco che visitasse l’Europa — e perché no, gli Stati Uniti —  oggi? Avrebbe un punto di vista diverso dal nostro nell’osservare tutti questi conservatori che lasciano il posto ai reazionari?
Ma soprattutto: se anche si sentisse fuori luogo, lo sceicco, e gli sembrassimo  troppo democratici e se ne tornasse in Arabia, troverebbe qualche illuminato che capisse la sua descrizione dell’Europa? Montesquieu, statene certi, non fu capito da tutti i contemporanei. Sicuramente non dai ginevrini: i quali lungi dall’afferrare il senso rivoluzionario delle  Lettere persiane,  non poterono nemmeno riderne.
Io non saprei ridere dei reazionari americani: né di quelli universitari, né del papa — se, come insegna Loris Zanatta (Bologna),  Francesco  è diretto erede della reazione ispanica, del suo antimodernismo. Per quel che ho visto, le pagine tragiche di Unamuno si discostano molto dal messaggio di speranza del papa attuale. E per gli americani: per questi sì, bisogna nutrire qualche sospetto.

Prendiamo qualche dato e una guida locale per un breve viaggio negli USA. Il NY Times del 30 aprile riporta una percentuale spaventosa (Journal of Democracy): il  57 %  degli americani ritiene oggi indispensabile vivere in uno stato democratico. Negli anni Trenta, questa fetta di popolazione era comprensibilmente più grossa,  91%.
Ma vediamo un po’ cosa dicono di sé gli Americani. Il giornalista Andrew Sullivan (è credibile, non è fazioso) che scrive “da sinistra” rileva  tre grossi reazionari, distinguendoli – vedremo perché – dai conservatori. Se volete i nomi per la pubblica gogna (privata), si tratta di Charles Kesler, Michael Anton e Curtis Yarvin, tutti a vario titolo professori, membri di comitati di sicurezza e gestori di servizi informatici, ben ingranati nella macchina di Trump.
Kesler, poi, rivendica discendenza dal padre nobile del “pensiero reazionario” americano. E di chi si parla, se non di  Leo Strauss? Emigrato dalla Germania nazista negli USA, questo fine filosofo della politica fu allievo diretto di Carl Schmitt, un giurista che abbiamo già incontrato nell’articolo sui  Fascisti rossi. Schmitt era un genio: ho frequentato un corso di un professore (naturalmente di sinistra ortodossa) che era imperniato su questo eminente pensatore destrorso. Tanto fertili sono alcune sue proposte, che anche  Macron (discorso di Reims) se n’è impossessato: e se era, come era, stato informato all’uopo, tanto di cappello al  ghost writer. Solo Renzi si poteva permettere la retorica calda e suadente della Marcolongo, versione colta dei  fashionblogger (per chi non la conoscesse…).
E cosa sono i reazionari per Sullivan? La sua idea è molto precisa. Vediamo. “Il reazionarismo non è la stessa cosa del conservatorismo. È molto più potente. Il pensiero reazionario inizia, di solito, con una disperazione acuta sul momento presente e col ricordo di un’epoca d’oro precedente. Non è semplicemente una preferenza conservatrice, ma un odio appassionato dello status quo e un desiderio di tornare al passato in  una rivolta  emotivamente catartica”. Fin qui nulla di nuovo, tutto in regola per un giornalista  open-minded.
Ma quello che segue mischia le carte: “Se i conservatori sono pessimisti, i reazionari sono apocalittici. Se i conservatori valorizzano le élite, i reazionari le disprezzano. Se i conservatori credono nelle istituzioni, i reazionari vogliono farle saltare. Se i conservatori tendono a resistere a un cambiamento troppo radicale, i reazionari vogliono una rivoluzione. Più leggo i più seri scrittori reazionari d’oggi, più sono convinto che siano molto più  in sintonia con l’umore globale  di quanto non siano conservatori, liberali e progressisti” (NY Magazine, 3 maggio).

Ora è chiaro che l’alternativa reazionaria e populista (chiamatela come vi fa sentire più a vostro agio) si scontrerà con il patrimonio europeo che si è depositato nella storia con tutti i suoi valori. Per questo ci piace Macron. A Reims aveva pronunciato un discorso in cui faceva appello alla rinascita della forza marittima della Francia: da quant’è che non si sentivano parole simili? Da quando ci si è dimenticati — ma questo è un appunto solo per l’intellighenzia strapaesana  de’ noantri — che Terra e mare, capolavoro di sintesi e visionarietà (il mare, il dominio dei mari è agganciato al progresso e alla rinascita, sempre e comunque), non lo scrisse né il teologo Hegel, né il proletario Marx, ma uno Schmitt affranto e abbandonato da tutti. Era il ’42 e andava solo, abbandonato dai nazisti da almeno un decennio. L’invidia dei cortigiani gli aveva fatto terra bruciata intorno. Ma di questo in un pezzo successivo, dove pubblicherò un articolo dello storico Cantimori dal taglio giornalistico (avvincente) sulla disfatta della democrazia in Austria in quel giro d’anni.
E vediamole, le parole di Macron: “Uno dei problemi della Francia è che non ha mai saputo coniugare lo spirito della terra e lo spirito marittimo. C’è bisogno di entrambi. Oggi viviamo il ripiegamento della terra. La revoca dell’editto di Nantes, è la Francia di terra che non vuole più la Francia marittima dei protestanti. Il Paese è attaccato a questo spirito di terra, ossia alle sue radici, a ciò che ha fatto il popolo francese, alla sua memoria.  Lo spirito oceanico è quello in cui si è costruito il campo occidentale. C’è anche lo spirito mediterraneo, che ai miei occhi è fondamentale, perché è quello di una nazione benevola, di un’Europa aperta dall’energia dei porti che crea la mescolanza. E’ in questa capacità di riconciliare questi spiriti che la Francia ritrova se stessa”.
Parole che potete ritrovare nel libro Marsilio del bravo giornalista  Mauro Zanon,  Macron. La rivoluzione liberale francese (solo “revoca” al posto  di “rievocazione” per l’editto del Re Sole che nel 1685 scacciò i calvinisti).

Francamente, questo ossimoro di “rivoluzione liberale” non mi piace (vedere, armati di tanta  pazienza, il mio pezzo sul capitalismo cinese). Troppa geometria e finezza: Gobetti e le sue nozioni astratte hanno lasciato il passo a Scalfari, a questo papa cartesiano e laico. E non mi piace nemmeno la sponda opposta dei  gentiluomini foglianti  che citano Croce (Benedetto Croce, il feudatario che elogiava nel 1901  Il marchese di Roccaverdina — quando  Resurrezione di Tolstoj era uscita tre anni prima e aveva già tre edizioni italiane… spero di incuriosirvi in modo che gettiate lo scandaglio in biblioteca…), ma dicono poi che scrivere di cultura in un giornale è come stare in panchina. Ma scusate, gli allenatori non si alzano sempre a sbracciare verso i giocatori?

Andrea Bianchi

L’asino


Un’allegra canzone d’addio.
E può darsi siano gli atti di coraggio
A dirci addio, senza rancore né amarezza,
In pace con la loro assoluta gratuità e con noi stessi.
Sono le piccole sfide inutili – o che
Gli anni e l’abitudine hanno fatto sì
Che credessimo inutili – A salutarci,
A farci segnali enigmatici con le mani,
A notte fonda, su un lato della strada,
Come nostri figli amati e abbandonati,
Cresciuti soli in questi deserti calcarei,
Come lo splendore che un giorno ci attraversò
E che avevamo scordato

*

L’asino, da Los perros románticos, Zarautz, 1993

40. Vite che non hanno bisogno di biografie

Sull’inserto D Repubblica troviamo una bella intervista alla drammaturga francese Yasmina Reza. Scrittrice e donna di classe, che consegna un testo e lo lascia lì. Se è buono, il mercato lo assorbe, la gente se lo gode. Magari, tra una decina anni arriverà in cattedra un “professore” non cresciuto che vuole riproporre questa autrice letta da giovane: e si inventerà un discorso sull’argomento, una metaletteratura (che non era nei desideri dell’autrice).
Magari, ma non è detto. Ma il carattere di questa donna è limpido. Come la sua pagina. Per questo non tollera domande come “quanto c’è di autobiografico nel tuo ultimo libro?”. Perché? ma ancora ce lo chiediamo – ancora servono risposte. Se è vero che si va in cerca di risposte a un livello di lettura emotiva (la stendhaliana lettura senza matita, senza note filosofiche che poi consegnano il libro all’oblio perché non lo si riaprirà più…), allora la domanda sulla dose di autobiografia è davvero importante. Diciamo che se a un estremo si colloca l’autore che si cela dentro le sue opere, dall’altra ci sono i grandi esibizionisti che mettono molto, quasi tutto in mostra (perché non inserire in questo gruppo Il desiderio di essere come tutti?).
Calvino, ad esempio, si metteva nel primo gruppo: per lui di un autore contano solo le opere (quando contano). Perciò informazioni o non ne do, o ne do false. Impostazione veterocrociana, detto in estrema e laconica sintesi. La Reza, invece, fa come Pirandello, come Gadda – si mette un po’ di lato. A noi tirare le conseguenze.
Tutto questo (che espressione importante!) mi veniva in mente a proposito di due libri che non sono biografie, ma traggono le mosse da questo genere di rappresentazione. Il primo testo è Lo scheletro nell’armadio di Somerset Maugham, che nell’Inghilterra di inizio anni Trenta si divertiva a mettere alla berlina la cultura stantia di alcuni (la Woolf) e la debolezza passatista di altri (Lytton Strachey, oggi poco noto ma affermato biografo di quegli anni: una specie di Zweig in sordina).
Ho ritagliato un brano che mi ha messo sul chi va là, dove Maugham fa una dichiarazione su cosa significa addentrarsi nelle vite altrui solo con la penna (e con un po’ di ingegno)…

— È molto difficile, essere un gentiluomo e uno scrittore.
— Non vedo perché. E poi, sai come sono i critici. Se dici la verità ti danno del cinico, e a uno scrittore non giova aver fama di cinismo. Certo, non nego che se mettessi da parte gli scrupoli potrei far colpo. Sarebbe divertente, mostrare l’uomo con la sua passione per la bellezza e la noncuranza dei propri obblighi, col suo stile raffinato e l’odio per l’acqua e sapone, il suo idealismo e le bevute in pub più o meno malfamati; ma, siamo sinceri, mi converrebbe? Direbbero solo che imito Lytton Strachey. No, credo sia molto meglio un tono allusivo, accattivante, acuto con giudizio, sai di che parlo, e affettuoso…

… i due sono in difficoltà perché stanno preparando la biografia di uno scrittore appena scomparso: e ci sarebbero dettagli privati, che non sanno come presentare al lettore inglese (notoriamente cultore di gossip, anche e soprattutto quando è colto: motivo per cui Nabokov giunge come un maglio sul genere biografico inglese con la Vera vita di Sebastian Knight: o meglio, svuota dall’interno questa pratica di scrittura…). Maugham ha uno stile molto semplice in confronto all’altro biografo su cui volevo intrattenervi, Metter.

Questo russo ha avuto qualche gloria anche in Italia quando fu tradotto da Einaudi Il quinto angolo nel 1992: titolo che sta come metafora della violenza esercitata dagli uomini su gli altri uomini. Aggiungeremo che nella sua polemica contro le “degenerazioni” staliniane dal leninismo (presentato comunque come puro – ecco perché piacque sia a ortodossi lukacsiani come Cases sia a fantasisti in panciolle come Fortini) non vi è nulla del risentimento di un Grossman, nulla di artefatto. Metter, professore di scienze nelle scuole, non ha rinnegato la sua militanza: anche per questo a Torino nessuno pensa a ripubblicarlo in veste scintillante tra altri bei testi del Novecento, come quelli del turco Tanpınar e dell’argentino (di origini calabresi) Sabato. Bellissimi autori, questi due, di quella letteratura che è discorso dell’uomo sull’uomo – pur non essendo biografia – e che Einaudi recupera perché prediletto da Pamuk (il primo) e perché vecchio residente in feudi marxisti (il secondo). Ne diremo, ne diremo…
Per tornare a Metter, e finirla: ecco due perle che girano (parziali) sui gruppi di recensione on-line. Sono state scelte da lettori di generazioni precedenti alla mia, sono piaciute anche a me: insomma Calvino un po’ di torto lo aveva anche lui nel dire che le generazioni sono fatte per non capirsi.
Metter cerca in questi passaggi di rivedersi da ragazzo, quando cercava lavoro e aveva una donna al suo fianco…

La cosa più difficile, ricordando la gioventù, è pulirsi i piedi sulla sua soglia, entrarvi spogliati dell’esperienza odierna e dei pensieri attuali.
Quando, sforzandomi, faccio su me stesso questa violenza inumana, allora davanti ai miei occhi si apre un mondo in cui manca la legge di gravità. A quel ragazzo affamato, l’infallibilità dei suoi giudizi apriva davanti un sentiero, liscio come una pista da decollo.
Non so in che misura quel giovane fosse tipico del suo tempo. Sì, ed è così importante saperlo?
Che cosa pensavo in quegli anni? Di cosa vivevo?
Di complicità con tutto ciò che avveniva nel mondo. Per la mia giovinezza le distanze non esistevano. Tutto quello che mi stava a cuore avveniva accanto a me…

… e cerca di vedere in cosa consiste quel sottile legame che si chiama complicità: fatta di sguardi, rapide intese e silenzi (e ci piace consigliare sul “tema” la novella Pioggia di Maugham, nel libretto sui Racconti del mare del sud, titolo un filo troppo pavesiano col quale Einaudi ha presentato le cose migliori di Maugham, in cui il suo cinismo si riassorbe nel giro di frasi, insomma non è gratuito e artificioso). E leggiamole, le parole sacrosante di Metter:

Risalendo all’indietro, in profondità, ciascuno di noi si ferma in un punto oltre il quale non gli è più possibile andare; per i giovani è più facile – vanno leggeri, non gravati da un vincolo di complicità. Parlo di complicità non criminale. Il livello molecolare di analisi mi permette di considerare la complicità anche solo nei pensieri. “Questo è avvenuto in mia presenza, e io ero d’accordo”, ecco quello che intendo. Ecco il punto in prossimità del quale il passo rallenta, quando vaghiamo a ritroso nella nostra stessa vita. In prossimità di quel punto ci mettiamo in posizione difensiva circolare e spariamo fino alla penultima pallottola, perché l’ultima la teniamo per noi.
Per me questo punto è la rivoluzione, Lenin e l’inizio degli anni Venti.
E maggiore è l’ira con cui sparo da quell’altezza, più enigmatico è per me ciò che avvenne in seguito…

Insomma, non si va leggeri con questi autori. Forse sono snobbati oggi perché la loro scrittura è considerata troppo impulsiva, poco elaborata. Ma è chiaro che altri letterati (un po’ artisti) come Tanpınar, Pamuk, Sabato (e Saramago, perché no?) sono scrittori che parlano al cuore e parlano difficile: con lunghi giri di periodi a salite e discese, dai contenuti poco intensi, falsi (forse),  iperfantasiosi… insomma li si può bollare in molti modi. Ma la definizione di un luogo, di uno stato d’animo, la danno loro: quartieri argentini sovraffollati o paesaggi sul Bosforo. Dove sembra di essere anche noi lì. Specie d’estate…
Le inquietudini “esistenziali” le lasciamo agli sproloqui di un Neruda, di un Garcia Lorca… e del loro emulo turco Nazim Hikmet (copia del primo per approssimazione verbale e del secondo per identità sessuale posticcia). Chi era costui? E chi lo sa, provate a farvelo dire da qualche turco, se ha il piacere e l’estro di varcare i confini… Però una cosa è nota: il romanzo di Metter ha a che vedere con un mondo percorso e spezzato da muri, e oggi quei popoli sono (bene) insediati anche da noi. Al netto, hanno perso però le loro usanze, hanno lasciato indietro qualcosa e ora si devono ridefinire. Ragazze ventenni del lontano Est europeo che sono tradite dal loro compagno, e non saranno nonne a quarant’anni, subiscono uno shock culturale (per usare un eufemismo) che nessuno vuole valutare, ora. Forse nessuno è nemmeno in grado di farlo, forse ci fa comodo dire che non c’è alcun problema.
In questo panorama non serve a molto dire (Canfora) che il papa polacco pregherà per la salvezza ultraterrena di queste ragazze avendo tirato giù lui il muro. Forse è meglio e più pacifico aprire un libro, sentire cosa racconta una donna…

Andrea Bianchi

Brocca rotta, non è un dramma

Luminosi azzurri e gialle sponde/ del mare al mattino e del cielo/ limpido: tutto/ è
bello e in piena luce.
Fermarmi qui. E illudermi di vederli/ – e davvero li vidi un attimo appena mi fermai
(Konstantinos Kavafis)

La lingua tedesca è molto meno fine dell’italiana in termini di fidanzamento: da noi Manzoni costruisce un castello sui fiancee, in tedesco Freundin è lo stesso di Freundin – amica è lo stesso di fidanzata. Non cambio stile e non parlo di filologia, mi serviva dirlo perché uno dei libri, una delle testimonianze più avventurose sulla formazione del sentimento moderno passa dalle lettere alla sua Freundin di un tedesco di primo Ottocento. Mille cose sono cambiate da allora ma serve anche qui rinfrescare la memoria, o gettare acqua fresca per chi è curioso.

A inizio Ottocento i tedeschi sono la cellula del Romantik, l’inizio della rivolta contro la società e le sue convenzioni. Ma siccome non avevano il senso dello humour inglese ne venne fuori un patatrac: suicidi su suicidi. La conclusione a cui potremmo arrivare tutti pacificamente è che questi signori romantici tedeschi che rivalutavano il sentimento non erano veri vitalisti: giusto, ma solo in parte. Avevano un senso diverso della vita.

Tra questi derelitti c’è Heinrich von Kleist, uno che ha scritto diversi pezzi teatrali imponenti – come La brocca rotta, allegoria della fine dell’innocenza, come Pentesilea, che ne è l’esatto contrario – e novelle spaventosamente profonde. Io le lessi per un esame ma come se imparassi per conto mio, e forse per questo mi hanno lasciato un’impressione più vera: c’è una storia contro Voltaire che s’intitola Il terremoto in Cile e un feuilleton breve che piacerebbe anche oggi, Il fidanzamento a Santo Domingo. Raro esempio, von Kleist, che col sangue nobile del nord riesce a capire l’impulsività terribile delle caraibiche: cose che allora uno poteva leggere, e che gli sarebbero rimaste dentro, in qualche anfratto che non è cervello e non è cuore, ma solo profondità.

Ma von Kleist rimane in fondo un tedesco di razza. Uno che convince la Freundin che se ne devono andare all’altro mondo insieme, e lo fanno al lago fuori Berlino, il Wannsee che oggi forse è ricordato per una meno romantica decisione, quella finale dei gerarchi nazisti al seguito di baffetto folle: la decisione contro gli ebrei. Perciò meglio ricordare i tedeschi per quest’altra follia, quella d’amore di von Kleist, sentimento vago e inerte che è passato alla storia come malattia del romanticismo.

Chi si domandasse perché von Kleist attirasse la testa pensante della Germania sconfitta dopo quella maledetta decisione finale, una testa come Carl Schmitt, quando scriveva il suo de profundis – chi se lo domandasse qui non troverebbe risposta. Von Kleist era per Schmitt uno dei tanti sconfitti, e trovarselo seppellito a Berlino doveva infondergli un senso di vicinanza e familiarità affascinante.

I romantici tedeschi. Quante teorie, per un gruppo di amici che in fondo avevano scritto un romanzo più liberatore che pornografico che sarebbe piaciuto a Marthe Richard ispiratrice della senatrice Merlin. Romanzo che tutti dovrebbero leggere in mezzo pomeriggio: Lucinde. E forse sembrerebbe più fatuo, dopo quest’operetta, il volumone di Sade, o magari la sola Justine, che le coetanee alla Normale leggevano alla fine del primo anno facendo il viaggio in interrail verso la Norvegia, con tutta la luce che possono dare quei panorami d’estate.

Che fine avrà fatto la loro copia di Justine? E quel libro di lettere di von Kleist che regalai, sarà in Germania o ancora a Pisa? Non conta. Ci sono solo le persone, bastano loro per farci un libro.

I romantici sono rimasti indietro rispetto a tutto quello che è venuto dopo di loro. Ma chi non li ha letti non ha vissuto tutto quello che si può sentire, tutta la forma primitiva per la quale è dovuta passare la nostra sensibilità per arrivare agli squallidi risultati che vediamo oggi: dove a bordo campo, nel calcio, c’è la pubblicità di applicazioni come Tinder, per le quali è nobilitante usare il nome “sito di incontri”. Quindi, benvenuta letteratura, benvenute passioni.

In questi giorni che esce un film (romantico, appunto) su Karl Marx e il suo sodale Friedrich Engels, posso ricordare che i padri del materialismo storico da ragazzi, negli anni Trenta dell’Ottocento, passavano ore a leggere il Don Chisciotte? E perché? Ma perché in quel libro i romantici che erano venuti una generazione prima avevano ritrovato se stessi, il simbolo dell’ironia romantica che sa che alla fine valeva la pena di esagerare, coi sentimenti, per scherzarci. In ritardo, ma l’avevano detto. Engels passò settimane in crociera mentre c’era una rivoluzione in corso. Anni prima
aveva fatto peggio, si era perso nelle pagine del Chisciotte in un parco, in Germania…

aprile 2018

Andrea Bianchi

Neocileni


I Neocileni

per Rodrigo Lira

Il viaggio cominciò in un giorno felice di Novembre, 
Ma in un certo senso il viaggio era finito 
Quando incominciammo.
Tutto il tempo coesiste, diceva Pancho Ferri,
Il vocalista. Oppure converge,
E chi lo sa.
Il prologo, comunque, 
Era semplice: 
Con gesto rassegnato salimmo
Sul furgoncino che il nostro capo
Ci aveva dato in un momento
Di pazzia
E puntammo a Nord,
Il Nord che magnetizza sogni
E le canzoni senza significato
Apparente dei Neocileni,
Un Nord, come ti devo dire?
Predetto sul panno bianco 
Che talvolta copre 
Il mio viso 
Come un rostro.
Un panno bianco lindo
O no
Sul quale si proiettavano 
I miei incubi da nomade
E i miei incubi da sedentario.
E Pancho Ferri 
Chiese
Se conoscevamo la storia 
Di Caraculo
E Jetachancho
Mentre sfiorava la ruota che scivolava
Con entrambe le mani
E facendo tremare il furgoncino 
Mentre cercavamo l’uscita da Santiago,
Facendolo tremare
Come fosse 
Il petto
Di Caraculo
Che sostiene un peso impossibile 
Per qualsiasi umano.
E ricordo che poi in quel giorno
Prima della nostra partenza 
Eravamo stati 
Al Parque Foresta
A visitare il monumento 
A Ruben Dario.
Addio, Ruben, dicevamo, ubriachi
E rifatti.
Ora quei gesti banali
Sì confondono
Con grida che annunciano
Sogni veri.
Ma è così che eravamo Neocileni,
Pura ispirazione 
E niente metodo.
E il giorno successivo piombammo
A Pilpico e Llay Llay 
E poi dritti via 
La Ligua e Los Vilos
Senza soste
E attraversammo rio Petorca
E rio Quilimari
E il Choapa finché arrivammo
A La Serena
Poi rio Equi
E alla fine Copiapo’
Col suo fiume  
Per mangiare qualche
Empanada fredda.
E Pancho Ferri 
Torno’ alle avventure sul continente 
Di Caraculo e Jetachancho,
Due musicisti di Valparaiso
Persi
Nella Chinatown di Barcellona.
E il povero Caraculo, diceva il vocalista,
Era sposato e gli serviva denaro 
Per moglie e figli
Di lignaggio caraculiano
Così malamente iniziato 
Con l’eroina 
E un poco di cocaina
E di venerdì un pizzico di ecstasy 
Per argomenti venerei. 
E poco a poco, ostinatamente, 
Si stava per muovere
E mentre Jetachancho 
Si incontrava con Aldo di Pietro,
Te lo ricordi?
Al caffè Puerto Rico, 
Caraculo vedeva crescere il suo conto corrente
E la sua autostima.
E che lezione potevamo apprendere noi
Neocileni  
Dalle vite criminali
Di quei due sudamericani 
Pellegrini? 
Nulla, tranne che i limiti
Sono tenui, che i limiti
Sono relativi: fili spinati
Di una realtà forgiata 
Nel vuoto.
Esattamente 
L’orrore di Pascal.
Quell’orrrore geometrico 
Così oscuro
E freddo,
Diceva Pancho Ferri
Alla ruota della nostra macchina da corsa, 
Sempre diretta 
A Nord, finché giungemmo a 
Toco
Dove scaricammo le casse
E due ore dopo
Eravamo pronti a ripartire:
Pancho Relapango
E i Neocileni. 
Un piccolo macello,
Anche se degli adolescenti 
Ci aiutarono 
A ricaricare sul furgoncino
Gli strumenti: ragazzi di Toco
Trasparenti
Come le figure geometriche
Di Blaise Pascal.
E dopo Toco, Quillaga,
Hilaticos, Soledad, Ramaditas,
Pintados e Humberstone
A suonare nelle sale mense vuote
E in bordelli riconvertiti
In ospedali per Lillipuziani,
Una vista davvero rara, e raro che ci fosse
Elettricità, davvero 
Raro che le mura
Fossero semisolide, in breve,
Posti che ci spaventavano un poco
E dove i clienti 
Erano gente che si incapricciava
Per fist-fucking e  
Feet-fucking
E le urla che venivano
Dalle finestre e
Riecheggiavano nel cortile di cemento
E nei bagni all’aperto
Tra negozi pieni 
Di strumenti arrugginito
E capannoni che parevano
Raccogliere la luce lunare
Ci facevano rizzare i capelli.
Come può esistere
Tanta malvagità 
In un paese così nuovo, 
Così minuscolo?
Che sia
L’inferno delle puttane?
Si domandava ad alta voce 
Pancho Ferri.
E noi Neocileni non sapevamo
Che rispondere. 
Io solo mi sedevo pensando
A come queste varianti newyorchesi del sesso
Potessero esistere
In queste province sperdute.
E a tasche vuote 
Continuammo per il nord:
Mapocho, Negreiros, Santa
Catalina, Tana,
Cuya e 
Arica, 
Dove trovammo
Riposo – e indegnità. 
E tre notti di lavoro
Al Camafeo, di proprietà di
Don Luis Sanchez Morales,
Ufficiale a riposo. 
Un posto pieno di tavolini rotondi
E lampade a forma di vaso
Dipinto a mano
Dalla mamma di don Luis,
Suppongo.
E l’unica cosa veramente divertente 
Che vedemmo ad Arica
Fu il sole di Arica:
Un sole come una scia
Di polvere.
Un sole come sabbia
O come il lime tagliato per bene
Nell’aria immobile.
Il riposo: routine.
Assassini e convertiti
Mescolati nella stessa discussione
Di sordi e muti
Di imbecilli liberati
Dal Purgatorio. 
E l’avvocato Vivanco, 
Amico di don Luis Sanchez,
Chiedeva che cazzo volessimo
Con tutta quella storia dei Neocileni. 
Nuovi patrioti, disse Pancho, 
Mentre si alzava
Dal tavolo
E si chiudeva nel bagno.
E l’avvocato Vivanco 
Ripose la pistole 
Nella fodera 
Di cuoio italiano,
Un dettaglio fine dei ragazzi 
Di Ordine Nuovo, elaborato con finezza e talento.
Bianco come la luna
Quella notte dovemmo
Mettere a letto
Pancho Ferri in mezzo a noi. 
Con 40 gradi di febbre 
Stava delirando:
Non voleva più che la nostra banda 
Si chiamasse Pancho Relapango 
E I Neocileni, bensì Pancho Misterio
E I Neocileni:
Il terrore di Pascal. 
Il terrore dei capibanda, 
Il terrore dei viaggiatori,
Però mai il terrore 
Dei bambini.
E un mattino all’alba, 
Come una banda di ladri
Lasciammo Arica
E passammo il confine 
Della Repubblica. 
Dalle nostre espressioni
Avresti pensato che avessimo superato 
Il confine della Ragione.
E il Perù della leggenda 
Si apriva davanti al nostro furgoncino
Ricoperto di polvere 
E immondizia, 
Come un frutto senza buccia,
Come un frutto chimerico
Esposto all’inclemenza
E agli insulti.
Un frutto senza buccia
Come un’adolescente desolata.
E a Pancho Ferri, da allora 
Chiamato Pancho
Misterio, non saliva la febbre 
E mormorava come un prete
Sul retro 
Del furgoncino 
Da una parte all’altra 
Gli avatar – parola indiana –
Di Caraculo e Jetachancho. 
Una vita fievole e dura
Come il muco e il naso di un impiccato, 
Quella di Jetachancho e del suo
Fortunato gemello siamese:
Vita o studio 
Dei capricci del vento. 
E i Neocileni 
Suonarono a Tacna, 
A Mollendo ed Arequipa, 
Sostenuti dalla Società 
Per la Promozione dell’Arte
E della Gioventù. 
Senza capobanda, ripetendosi 
Da soli le canzoni
Oppure solo mmm, mmm, mmmmh,
Mentre Pancho si scioglieva
Sul retro del furgoncino, 
Divorato dalla chimere 
E dalle adolescenti desolate.
Nadir e Zenith di un’appartenenza 
Che Caraculo aveva appreso a riconoscere
Nelle lune
Dei narcotrafficanti 
Di Barcellona:
Una folgore 
Depistante,
Un piccolo spazio vuoto
Che non vuol dire nulla.
E non vale nulla, 
E nondimeno ti si mostra
Senza dazi.
E non fossimo stati
In Perù? Noi
Neocileni 
Ci chiedevamo una notte.
E se lo spazio
Immenso
Che ci istruisce
E ci limita
Fosse stato una nave intergalattica, 
Oggetto volante non identificato? 
E se la febbre di
Pancho Misterio 
Fosse stata la nostra benzina
O il nostro strumento di navigazione? 
E dopo aver lavorato 
Uscivamo a passeggiare
Per le strade del Perù:
Tra le ronde militari, 
Venditori e disoccupati, 
Squadrando
Le colline
Coi fuochi di Sendero Luminoso,
Ma non vedemmo nulla.
L’oscurità che circondava
I centri urbani
Era totale.
Questo era come una scia di vapore 
Che uscisse dritta
Dalla Seconda guerra mondiale 
Diceva Pancho riverso
Sul retro del furgoncino. 
Diceva: filamenti 
Di generali nazisti come
Reichenau o Model
In fuga in ispirito
Involontariamente
Verso le terre vergini
Dell’America latina:
Un hinterland di spettri
E fantasmi.
La nostra casa
Collocata dentro la geometria
Di crimini impossibili.
E di notte uscivamo
Per cabaret:
Le prostitute dolci sedicenni
Discendenti di quegli uomini coraggiosi 
Della guerra del Pacifico
Amavano ascoltarci parlare 
Come mitragliatrici. 
Ma soprattutto 
Amavano guardare Pancho, 
Avvolto in mantelli variamente colorati
Col cappello di lana
Dall’altopiano
Spinto sulle sopracciglia,
Che compariva e spariva 
Come il cavaliere 
Che sempre fu,
Un ragazzo fortunato,
Il grande amante infermo del sud del Cile.
Il padre dei Neocileni. 
E la madre di Caraculo e Jetachancho, 
Due poveri musicisti di Valparaiso, 
Come tutti sanno.
E l’alba ci trovava
A un tavolo sul retro
A discutete il chilo e mezzo di materia grigia 
Nel cervello
Degli adulti.
Messaggi chimici, diceva 
Pancho Misterio mentre bruciava per la febbre, 
I neuroni si attivavano 
E si inibivano da soli
Nei vasti spazi dell’appartenenza. 
E le piccole prostitute dicevano che
Un chilo e mezzo di materia 
Grigia
Era abbastanza, più che sufficiente, perché 
Volerne di più. 
A Pancho colavano lacrime    
Mentre le ascoltava. 
Poi venne il diluvio
E la pioggia portò il silenzio 
Sulle strade di Mollendo,
E sopra le colline,
E sopra le strade nel barrio
Delle prostitute, 
E la pioggia era l’unico
Interlocutore. 
Strano fenomeno: noi Neocileni 
Chiudemmo bocca
E prendemmo strade separate
Per visitare i bassifondi
Della Filosofia, delle arche, dei
Colori americani, lo stile inconfondibile 
Di Nascita e Rinascita.
E una notte il nostro furgoncino 
Prese per Lima, con Pancho 
Ferri alla ruota come
Nei vecchi tempi,
Tranne che ora una prostituta stava lì. 
Giovane e sottile, 
Margherita, 
Minorenne senza rivali, 
Abitante della tempesta
Perpetua.
Ombra sottile ed agile,
Fronda oscura
Dove Pancho 
Poteva curarsi le ferite.
E a Lima leggemmo
Poeti peruviani:
Vallejo, Martin Adan e Jorge Pimentel. 
E Pancho Misterio salì 
Sul palco e fu convincente e 
Versatile. 
Più tardi, ancora tremante 
E grondante
Ci raccontò la storia 
Intitolata Kundalini
Di un antico scrittore cileno.
Uno inghiottito dall’oblio.
Un nec spes nec metus
Dicevamo noi Neocileni. 
E pure Margherita. 
E il fantasma, 
La fossa dolente
Dove tutti gli sforzi
Si concludono,
Scrisse – sembra –
Una storia intitolata Kundalini,
E Pancho se la ricordava a fatica. 
Davvero ci provava, le sue parole
Si muovevano intorno a un’infanzia atroce
Piena di amnesie, prove
Ginniche e bugie,
E lui ce lo diceva così,
A frammenti,
L’urlo di Kundalini,
Il nome di una cavalla da corsa,
La morte condivisa sulla pista.
Una pista che non esiste più. 
Una fossa ancorata
A un Cile inesistente 
E felice. 
E la storia aveva
Il pregio di illuminare
Come fa un paesaggista inglese
La nostra paura e i nostri sogni
I quali marciavano da Est a Ovest
E da Ovest a Est,
Mentre noi, i Neocileni 
Reali
Viaggiavamo da Sud a Nord.
E così lentamente che 
Sembrava non ci muovessimo. 
E Lima era un istante  
Di felicità. 
Breve ma efficace.
E qual era la relazione, domandava Pancho,
Tra Morfeo, dio 
Del Sonno
morfar, volgarmente
Mangiare?
Sì, fu quello che disse, cinto alla vita
Dall’amorevole Margherita, pelle e ossa e quasi nuda
In un bar di Lince, in una notte
Venata e fratturata e 
E posseduta 
Dai barbagli
Della Chimera.
Nostra necessità. 
Nostra bocca aperta
Dove entra 
Il pane
E ne escono sogni:
Steli fossili
Colorate con la palette 
Dell’apocalisse.
Sopravvissuti, diceva Pancho 
Ferri.
Latino americani e fortunati.
Questo è tutto. 
E una notte prima di partire
Vedemmo Pancho
E Margherita 
Stare in piedi nel mezzo 
Di una palude infinita
E poi comprendemmo
Che i Neocileni 
Sarebbero stati governati
Per sempre
Dal caso. 
La moneta 
Cadde come un insetto
Metallico 
Dalle nostre dita:
Testa, sud
Croce, nord, 
E risalimmo 
Sul furgoncino 
E le città 
Di leggende
E paura
Stavano dietro di noi.
Un giorno felice di gennaio
Attraversammo 
Come bambini del Freddo,
Del Freddo Instabile,
O come l’Ecce Homo,
Il confine dell’Ecuador. 
Al tempo Pancho aveva
28 o 29 anni
E presto sarebbe morto. 
E Margherita ne aveva 17.
E nessuno dei Neocileni 
Superava i 22.

Roberto Bolaño 

(traduzione di Andrea Bianchi)

39. Monumento Pavese

Ferenc Pinter, tempera per la copertina de La bella estate, Oscar Mondadori

Strano il caso di Pavese. Feltrinelli rimanda in stampa La luna e i falò, Adelphi procura per i cenacoli i Dialoghi con Leucò ma fondamentalmente è un autore snobbato da tutti. 
Cosa vuol dire snobbato? Vuol dire che non è appreso dalla generalità che resta superficiale, si lascia attrarre da Pavese per poi lasciarlo cadere. E in effetti questo accade perché è Pavese a prestarsi al gioco: sia in vita che nella sua lunga esistenza post-mortem, fantasma davanti a chi vinca lo spauracchio che è il premio Strega.

Natalia Ginzburg non è stata considerata nelle Piccole virtù quando fa il “Ritratto d’un amico”: “Per principio, si rifiutava di conoscere gente nuova; ma poteva succedere che a un tratto, con una persona impensata e mai vista prima, una persona magari vagamente spregevole, lui si mostrasse espansivo e affettuoso, prodigo d’appuntamenti e progetti. Se gli facevamo osservare che quella persona era, per molti aspetti, antipatica o spregevole, lui diceva che lo sapeva benissimo, perché gli piaceva saper sempre tutto, non ci accordava mai la soddisfazione di raccontargli qualcosa di nuovo; ma per qual motivo si comportasse con quella persona così confidenzialmente, e negasse invece la sua cordialità ad altra gente più meritevole, non lo spiegava, e non l’abbiamo saputo mai. A volte si incuriosiva di qualche persona che lui pensava provenisse da un mondo elegante, e la frequentava; forse contava di giovarsene per i suoi romanzi; ma nel giudicare la raffinatezza sociale o di costume, si sbagliava, e scambiava per cristallo dei fondi di bottiglia; e in questo era, ma soltanto in questo, molto ingenuo. Si sbagliava sulla raffinatezza di costume; ma quanto alla raffinatezza di spirito o di cultura, non si lasciava prendere in inganno.”

Questa era l’Italia arricchita che lui conobbe appena prima di levare il disturbo. E potrebbe mai capirlo ora?
Del resto, lo stigma maggiore fu inflitto a Pavese da letture prolungate di orde generazionali fino all’altrieri, a vent’anni fa. È tantissimo, troppo, per un autore che non pretendeva di essere popolare e che nemmeno aveva il “bernoccolo” pedagogico come Calvino. 
Si capisce che un autore deliberatamente popolare possa resistere un secolo e più; ma Pavese no, Pavese faceva esperimenti con una lingua ricca ma asciutta, emotiva pur restando scontrosa. 
Si capisce allo stesso modo che il ligio assertore del canone nel secolo corso, Calvino, riesca a durare più per questo che non qualità intrinseche di scrittura; ma Pavese no, Pavese alla fine era sulla strada dell’autodistruzione, della comparazione e riduzione di ogni letteratura a mito.
Nonostante questo si tendeva a farne un autore per esploratori, lo si metteva nello zaino insieme a Tolkien negli anni in cui una parte d’Italia leggeva Il signore degli anelli come letteratura senza agghindarlo di politica. Pavese era insieme a Tolkien il cantore dei boschi e di non si sa cos’altro: adolescenza, approssimazione. Era visto come la prosecuzione del periodo d’oro del realismo italiano: inutile dire oggi che non poteva funzionare. Eppure lo si leggeva da nord a sud, non c’era provincia che si salvasse e questo è stato il quadro della situazione sino a vent’anni fa circa.
Tanto che recentemente c’è stata la ristampa del “monumento nazionale” a Pavese, quella biografia-fiume scritta dal suo amico giornalista Davide Lajolo nel 1960. Il vizio assurdo ancora nel 1984 era considerata narrazione fededegna. Non si riusciva, insomma, a staccarsi da Pavese nonostante gli auspici di Calvino a collocarlo in prospettiva. 

Urge a maggior ragione una cernita, in via di approssimazione, tra le opere di Pavese. Ad esempio, valutare come imperdibili La luna e i falò e il Il taccuino segreto e poi da ri-valutare La bella estate e le Lettere 1924-1950 — che hanno più invenzione lette oggi che non i suoi cosiddetti romanzi.
Da ridimensionare infine Il mestiere di vivere per i suoi tagli masochistici; e allora tanto varrebbe leggere Seneca.
Questo per dire in fondo di come Pavese sia stato scartato dal senso comune letterario. Sembra provenire veramente da un’altra galassia, più rude e svagata, rispetto a quella degli outsider di ieri e di domani. Parliamoci chiaro: era per davvero dissidente chi all’epoca di Mussolini in politica e Montale in lirica mandava fuori poesie come La puttana contadina (Lavorare stanca):

La bambina inesperta annusava il sentore 
del tabacco e del fieno e tremava al contatto 
fuggitivo dell’uomo: le piaceva giocare. 
Qualche volta giocava distesa con l’uomo 
dentro il fieno, ma l’uomo non fiutava i capelli: 
le cercava nel fieno le membra contratte, 
le fiaccava, schiacciandole come fosse suo padre. 
Il profumo eran fiori pestati sui sassi. 
Molte volte ritorna nel lento risveglio 
quel disfatto sapore di fiori lontani 
e di stalla e di sole. Non c’è uomo che sappia 
la sottile carezza di quell’acre ricordo. 
Non c’è uomo che veda oltre il corpo disteso 
quell’infanzia trascorsa nell’ansia inesperta.

Era il 1936 dei suoi 28 anni. Era, come sostiene Lajolo, il tuffo nelle traduzioni per non pensare alla morte recente della madre, quando era veramente rimasto solo. David Copperfield esce nel ’39, Il cavallo di Troia di Morley nel ’41. Eppure Pavese non va avanti solo con la benzina del dolore, come dice Lajolo esagerando un po’ troppo. La prima, vera traduzione dall’inglese è Moby Dick (1932): più che una traduzione, una versione che è modifica sostanziale. È rimasta unica.
Quanto al resto, è presto detto, il motivo per cui Pavese è snobbato è che ci stava mal volentieri tra i compagni comunisti. La cosa si fece evidente negli ultimi anni ma era comprensibile già dagli esordi letterari. Di qui l’approdo finale di Pavese è al caos per servirci da monito oltreché da mito. 

16 marzo 2021

Andrea Bianchi

38. Nothing to be gained

Julian Schnabel, Nothing to be gained here, pennello sulla cartina dell’Ucraina

Elle ritiene che l’unico a veder bene su Kiev tra i generali sia Carlo Jean. La Russia non può entrare o tenere Kiev perché non bastano i sessantamila effettivi paracadutisti e aeronauti dello Spetsnaz. Perché a fronte avranno centomila effettivi ucraini peraltro meglio equipaggiati. I carri armati russi sono vecchi di cinquant’anni, i coscritti carne da macello. Per giunta solo lo Spetsnaz è motivato e per vincere la guerra serve la motivazione oltre al doppio degli effettivi. La Russia potrebbe entrare a Kiev avendo centomila uomini con la vecchia incudine di Clausewitz. Così non è. Sono passati quindici anni dal G7 e dal momento di massima vicinanza storica tra ultimi Gladio e ex-Gru in KGB. Il mondo è cambiato. Putin è malato e vuol passare alla storia come a ogni tiranno ipocondriaco è sempre capitato nella storia. È manovrato dalla Cina che però pensava Putin non si sarebbe mosso prima di attendere altri cinque anni almeno. Ora come ora la Cina sposta l’asse sulla Somalia prossimo centro di guerra stile Siria e stile Ucraina. In Somalia combatterà l’India contro la Cina. A breve quando se ne saranno andati i Bush gli USA metteranno sotto l’Arabia che sta raccogliendo gli oligarchi russi. La Cina prosegue senza prospettive il programma “una ciotola di riso e due dollari al giorno” senza capire che serve una religione alla società e non una pseudo-filosofia; inoltre si illude che i suoi più giovani, così come in Russia, si nutrano di smartphone che comprano a 2 dollari. Per giunta la Cina non va in guerra da secoli e non riesce a controllare i mari. Si sposterà sulla Siberia orientale. 
Questo è il punto di vista di un agente non gradito all’Iran. L’Aperol spritz non era male. Anche il suo cappuccino sembrava buono.

Andrea Bianchi

C.A.C. alla Normale

La reazione più comprensibile, forse la più diffusa, quando si vede qualcuno dire – prima – tutto il bene possibile, poi peste e corna di qualcosa, è di etichettare il tutto come sindrome di amore non corrisposto. Capita nei rapporti umani. Capita nei rapporti tra più persone, quando queste si riuniscono in una squadra, in un gruppo, e perché no? in un’istituzione.
Avendo studiato alla Normale di Pisa e cercato lì invano uno spirito di corpo, catalogo anch’io il mio disappunto come sindrome d’amore non corrisposto. Certo, fossi stato più libertino prima, non mi sarebbe capitato di innamorarmi di un’istituzione: ma come ha scritto un inglese cinico, i rapporti umani spesso si tramutano in servitù. Lo human bondage diventa insensibilmente una vera e propria schiavitù d’amore.
E più semplicemente: avessi fatto il boy scout da ragazzino, mi sarebbe bastato quello spirito di corpo lì, e non avrei cercato alla Normale cose che non sono mai esistite: o meglio, che lì non c’erano più da almeno quarant’anni, cioè dai tempi della rivolta studentesca quando ci si riempiva la bocca di collettività e si faceva ognuno le proprie faccende, in vista di una collocazione bourgeois, magari da realizzarsi non subito ma abbastanza velocemente dopo l’happening ideologico.
Questa la premessa. E non una giustificazione per il ritratto veristico che sto per fornire di Carlo Azeglio Ciampi, illustre normalista ai tempi di Giovanni Gentile quando la Scuola Normale fu ampliata per darle più richiamo e fornire più professori preparati alle scuole superiori.

Andiamo con ordine. Cercherò di raccontare aneddoti sull’uomo e di integrarli in un giudizio complessivo. Senza facili moralismi, ma con piglio deciso. E questo perché, quando Ciampi morì, la Scuola gli dedicò un panegirico a opera di uno scribacchino (ed ex-allievo, nonostante il basso quoziente intellettivo). Roba da far accapponare la pelle. Ho avuto la sfortuna di sentir parlare dal vivo il panegirista alla consegna dei diplomi: un filosofastro ammanicato a Roma col governo Letta, scimiotigri che navigano in alto mare.
E per inciso, dico chiaramente qui che almeno a Renzi riconosco di aver fatto piazza pulita di questi pisani iper-raccomandati quali sono i Letta. L’aveva capito bene Sofri, sdoganando Renzi, nel recente libretto Sellerio dedicato a Machiavelli (per chi si interessa di queste cose: Machiavelli, Tupac e la principessa).
Insomma, quel panegirico era scritto con la vecchia retorica mazziniana e parlamentare per la quale “dei morti non si dice se non bene” (cosa che loro direbbero in latino). Questo non è un cattivo servizio ai morti, questo è un insulto alle persone che furono vive e cercarono di incarnare e dire una loro verità.
Ciampi aveva fatto a tempo a consegnare alla Normale quasi tutte le sue onorificenze e medaglie. Il malloppo è esposto nella biblioteca del Capitano che affaccia su Piazza dei Cavalieri e alla quale si accede girando alla sinistra del medesimo edificio.
Questo stringe in emblema quel che la Normale è: un medagliere. E aggiungerei: una vetrina per gli accademici che vanno a farvisi belli e agognano quella posizione più di altre cattedre in giro per l’Italia. Basterebbe dire che un estroso come Salvatore Silvano Nigro, ai tempi sodale di Sciascia e ora di Camilleri, non vi resistette più di qualche anno. Si era ricordato del regalo che Sciascia gli fece quando fu nominato professore: un’edizione storica di Stendhal, e la dedica “ricordati di non diventare mai un professore”.

Questo il milieu, l’ambiente che ingabbia e costringe le persone in una forma. E che annulla la libertà.
Ma siccome c’è, ci deve essere un anelito a migliorarsi, non voglio tralasciare le virtù di Ciampi. E capiremo come solo un letterato passato alla banca potesse immaginare una sua utopia dove una moneta unica imbrigliasse l’Europa nel regime di progresso che finora si è solo immaginato come potrebbe essere.
Chi non ne fosse persuaso, può sfogliare i due testi emblema del progressivo pessimismo di Ciampi negli ultimi anni: sempre più cupo, e non solo per l’avanzare dell’età, ma per un rilascio, come dire? dei freni inibitori. Quando non si vuol più ingannare del tutto le generazioni future. Il primo libro fu stampato dalla progressista Il Mulino: “Un italiano al Quirinale”. Il secondo col Saggiatore: “Non è questo il Paese che sognavo”. A me li fece leggere un nonno quando ero al liceo. Questo mio nonno vedeva rispecchiarsi in Ciampi un comune Risorgimento, una progettualità inerente all’Italia.
Il mio Risorgimento è stato diverso, è partito dalla lettura dei ricordi di d’Azeglio – di qui venne a Ciampi il nome risorgimentale, da un pittore piemontese che bazzicava i Parlamenti. Non ho la statura per dire quello che dico, ma non importa: io non mi lascerò ingannare dalle visioni di mio nonno e di Ciampi. L’Italia è e resta individualista. E mio nonno si è sognato l’America quando fu promosso dal Meridione all’agenzia di Torino. Pia illusione la sua, ma illusione. E per questo ora si parla liberamente tra me e lui.

Ciampi entrò alla Normale saltando l’ultimo anno di scuola superiore. Era stato dai gesuiti di Livorno e quando all’esame d’ingresso Gentile gli domandò cos’è la verità, Ciampi gli rispose con san Tommaso che la verità è adeguamento della cosa (percepita) all’intelletto (che la rielabora). Se penso che a me alle prove di ammissione un filosofo chiese, a proposito di Heidegger, se anche il gatto è un ente… mi viene il latte alle ginocchia.
Ciampi non ha sproloquiato sul suo antifascismo, diversamente da un suo coetaneo poi divenuto potente accademico come Vittore Branca (il suo libro di ricordi edito da Aragno è noto come un groppo di fetenzie, soprattutto nella ricostruzione dell’omicidio di Gentile).
Per non aver mai fatto sfoggio di antifascismo, per essersi limitato a fuggire al Sud liberato senza fare il partigiano, e per aver ripristinato la parata all’Altare della Patria – per queste cose molto ideologiche Ciampi fu aggredito da Tabucchi, abile traduttore dal portoghese e già professore di letteratura portoghese a Pisa. Chissà, forse quell’attacco gli doveva garantire uno scatto di anzianità. Fosse stato un coerente intenditore di lettere portoghesi, se ne sarebbe scappato a tradurre Camoes nei mari del Sud.
Avesse continuato a fare il professore (cosa che fece per un certo tempo a Livorno mentre dava un esame sì e uno no a giurisprudenza – tenacia dei grandi che hanno ricostruito l’Italia), avesse continuato, sarebbe stato modesto. Non lo fu e questo ai miei occhi è un suo vanto, un merito. Pensate che aveva scritto una tesi su un autore semisconosciuto della tarda latinità, tale Favorino da Arelate (oggi Arles).
E negli anni della Normale era anche andato in Germania a insegnare Dante in gruppi di approfondimento all’università. Per dire della tempra dell’uomo: che non è tale da sola. E qui subentra la signora Carla, conosciuta in quel giro d’anni al teatro della Normale. Fu lei che lo spinse a sfruttare le entrature di suo padre e intraprendere la carriera in banca.
“Per quest’ordine di motivi”, direi in tono sentenzioso, i banchieri veri non potevano proprio guardare Ciampi con occhio accondiscendente. Certo lui studiava anche a Roma e approfondiva. Ma non era come loro. Quando quelli studiavano numeri, lui leggeva la “Storia d’Europa del secolo decimonono” di Benedetto Croce.

Anni fa, in un bel corso di orientamento organizzato a Colle val d’Elsa dalla Normale, capii che avrei voluto studiare a Pisa. O meglio: che avrei fatto tutto il possbile per superare le prove di ammissione a quella scuola. Mi colpì, dei normalisti che ci accudivano in quei giorni e facevano lezioni, la loro brillantezza. Come lessi sul Corriere nei primi mesi alla Normale (si parlava di Ciampi) era l’intelligenza un po’ criptica dei normalisti pisani.
Era una garanzia. Non mi ricordavo che uno dei normalisti aveva raccontato una storia istruttiva (lui la riportava un po’ come uno scemo, per questo forse non ci feci troppo caso). Che storia?
Ciampi e la signora Carla a colloquio coi normalisti. E arriva la fatidica domanda: quindi possiamo farcela anche noi a fare un percorso così diverso come quello fatto da Lei?
A domanda scema, risposta scema. E la signora Carla di botto: ma dai, diglielo che ci sei riuscito grazie a mio padre.
Negli anni stavo dimenticando questa storia. Forse non me ne importava. Forse non consideravo tanto il fattore umano.

(2017)

Andrea Bianchi

37. Lo spirito di conquista secondo Macron

Bisognerebbe risentirsela tutta, la trasmissione televisiva del 3 maggio col duello tra i due candidati. Perché il risultato era già scontato (per chi ha il senno di poi), perché era prevedibile quello che i due si sarebbero detti (questo per i francesi – per gli italiani lenti e posati quelle parole erano come botte da orbi).
Fortunato, astuto, che ha provato cose nuove in Francia, con un messaggio positivo: queste, tradotte un po’ alla buona dall’articolo online BBC, le doti e le qualità che hanno portato alla vittoria Macron. Senza dire del quinto e ultimo punto escogitato dalla stampa inglese, ma che un po’ tutti sapevamo: vinceva senza un competitore. Se in Francia ci fosse stata la classe lavoratrice di cinquant’anni fa (per non rischiare e non dire “vent’anni fa”, perché allora eravamo bimbetti e adesso non ci fidiamo ancora, stendhalianamente dei libri di storia), se se se… avrebbe vinto la sfidante di Macron.
Così non è stato, e perciò bisogna guardare cosa è accaduto: facciamo gli spettatori, e vedremo che nel diverbio televisivo Macron se n’è venuto fuori in modo impetuoso e risoluto, dicendo:  sono per lo spirito di conquista. Tutt’altro che un  lapsus, come si divertirebbero a dire, ma seriamente, tanti intellettuali complessati che abbiamo letto e pure, brevemente, ammirato. E cosa sarebbe lo spirito di conquista? Vediamo un po’.
Lo stereotipo vuole che in Italia ci sia più cultura (il Colosseo! gli Uffizi!), mentre in Francia più orgoglio patriottico, unito ad apertura multietnica ed a memoria storica. Qualunque francese, al di là dello stereotipo, sa chi fu Napoleone: non possiamo giurare che ogni tedesco sappia chi fu Hitler. Però, però. In Francia si conoscono anche i nemici, di Napoleone: e tra questi risalta sempre nitido  Constant, nato nel 1767 (di un anno più giovane della moglie, la De Stael, quindi anche lui, come Macron, di gusti eletti nella scelta della compagna).
E che scrisse Constant, per lanciarsi in tempi non sospetti (tra 1813 e 1814) come avversario di Napoleone? Proprio  Lo spirito di conquista e di usurpazione. Ora di questo testo si potrebbero dire tante cose: anche senza averlo letto. Come ad esempio che nel 1944 fu stampato da Einaudi e (anche) allora passò per un atto rivoluzionario, tradotto da un letterato dallo stile vigoroso e dal pensiero altrettanto forte e robusto. Oppure ancora: che fu apprezzato da quel giurista tutto sommato problematico che era Carl Schmitt. E a tal punto da essere elogiato con calde parole nell’opera di Schmitt più apprezzata a sinistra, dagli uomini di sinistra che pensano: vogliamo dire nella  Teoria del partigiano  che i sessantottini sventolavano insieme a Mao, a quel bellissimo libricino che è  Della contraddizione. Di sicuro avevano ottimi “gusti”: se l’alternativa era Moravia…
Ma insomma ora abbiamo e avremo Macron. Lo avremo anche noi, visto che dall’Europa non si esce se non vogliamo annichilirci  come delle formiche. Ma ricordiamoci chi è stato Macron:  banchiereRotschild. E almeno per un attimo, facciamo i  letterati. Non si capisce la Francia e la sua storia senza la letteratura: non si afferra la Francia battuta da Hitler senza Gide, per fare solo un esempio. E trasformiamoci per un attimo in letterati:
Stendhal odiava i convertiti, quelli che si spacciano per diversi e non sanno neanche di essere rinnegati. Si può vedere quante volte li bolla e li sfotte durante il suo viaggio in Francia (nell’edizione Einaudi, ad esempio, alle pagine 104, 116, 491 e 627… il divertimento è garantito). Questo perché anche da anziano gli rimanevano gli strascichi di odio che la sua fede bonapartista gli faceva provare ogni volta davanti agli arricchiti e i voltagabbana venduti. Però aveva capito una cosa, col tempo: che non ci si poteva fissare sempre su uno stesso argomento. Bisognava essere  mobili: non si era più nell’età bigotta del Settecento quando pochi illuminati distruggevano tutte le religioni, a partire dal fondatore di quella cristiana, san Paolo, che  in un felice istante — e lui solo testimone — poté convertirsi al Cristo. Anche ora, in Italia, potremmo buttare a mare fascisti e comunisti: è storia da persone novecentesche, che possiamo lasciare ai catafalchi. Ora, Stendhal doveva dimostrare altre cose più difficili che non le polemiche del suo maestro, il radicale Bentham in lotta con san Paolo, vale a dire  la non legittimità dei Sovrani e come fuori della costituzione inglese non v’è scampo.
Figurarsi se oggi, come si dice, che le cose “sono diventate più complesse”, possiamo rintanarci nel passato. Ma attenzione: questo si può fare una volta che si abbia una salda visione delle cose vecchie, che ci consenta di saltare in avanti, e non verso l’ignoto.
Solo un consiglio per Macron: scriveva Stendhal nella  Vita di Napoleone  che un conto è conquistare, un conto conservare. E può sembrare saggezza paesana. Sia pure…

( 2017 )

Andrea Bianchi

36. Per chi muove la culla

René Magritte, La Grande Guerre, 1964

Per gli scrittori onesti e per quelli crepati. Per i vocabolari che hanno lasciato aperti. Per Michelle, il suo abbraccio e la sua voce che vocalizza per Sanremo sulla porta. E per i suoi occhi nero e avorio. Per quegli occhi che Kleist non poté vedere a Santo Domingo. Per l’idioma spagnolo, cugino candido della parlata insegnata alla scuola infantile. E per la voce di chi è madre. Per il modo in cui tamburella sul palmo della mano quando uno le sta accanto. Per Ravenna vuota di sonno e di gente la domenica. Per le coppie appaiate in amicizia fuori dal ristorante alle tre. Per gli scout che siedono come indiani in piazza. E per il palazzo che si infila sul fondo con le scritte nazionaliste. Per le ragazze che viaggiano sole in treno. E perché guardano in diretta la partita di calcio. Per l’ignoranza da perdonare, per la mia ignoranza. Per Michelle, il suo riscatto, la resurrezione del fidanzamento a Santo Domingo dopo due secoli. E per come è bella quando abbassa la mascherina e sorride sempre. Per il fatto che non chiede ma intuisce. Per le donne che ascoltano con imbarazzo solo abbassando la testa. Per il pudore di chi è ancora in catene.

Andrea Bianchi