Mia signora


Frasi come «Mia signora, non posso essere al vostro servizio se tal dei tali resta in carica», «Rinuncio umilmente al mandato se Mr _ continua a essere segretario di Stato», «Non posso assicurarvi quella somma di denaro a meno che il mio L_ diventi presidente del consiglio», «Chiedo il permesso di rinunciare, a meno che _ abbia lo Stato maggiore. Non posso accettare i sigilli, a meno che _ venga spostato in un altro gabinetto». Negli ultimi anni questo è stato il linguaggio dei sudditi al loro sovrano. Hanno imposto delle condizioni per rovinare la nazione. E questo coscienzioso sistema di richieste si è diffuso talmente che chiunque, anche persone poco influenti, hanno cominciato ad avere grilli per la testa e a chiedere «che gli venisse affidato un reggimento», che «il figlio diventasse un maggiore» o che «il fratello venisse fatto esattore», altrimenti avrebbero votato «secondo coscienza».

Jonathan Swift, “The Examiner”, 7-14 dicembre 1710

Siete Poemas Breves

Jack Vettriano, The Billy Boys


di Roberto Bolaño

[ Le Prosa – Revista de Escritura Literaria Nr 3
Director: Orlando Guillén – México, febbraio 1981 ]

I

Cae fiebre como nieve
Nieve de ojos verdes

I

Cade febbre come neve
Neve d´occhi verdi

II

Se ríen los trovadores en el patio de la taberna
La mula de Guiraut de Bornelh El cantar oscuro
y el cantar claro Cuentan que un catalán prodigioso…
La luna… Los claros labios de una niña diciendo en latín
que te ama Todo lejos y presente
No nos publicarán libros ni incluirán muestras
de nuestro arte en sus antologías (Plagiarán
mis versos mientras yo trabajo solo en Europa)
Sombra de viejas destrucciones. La risa de los juglares
desaparecidos La luna en posición creciente
Un giro de 75o en la virtud Que tus palabras te sean fieles

II

Ridono i trovatori nel cortile della taverna
La mula de Guiraut de Bornelh Il cantar chiuso
e il cantar chiaro Raccontano che un catalano prodigioso…
La luna… Le chiare labbra di una bambina che dice in latino
che ti ama Tutto lontano e presente
Non ci pubblicheranno libri nè includeranno saggi
della nostra arte nelle loro antologie (Plageranno
i miei versi mentre solo io lavoro in Europa)
Ombra d´antiche distruzioni. Le risa dei giullari
scomparsi La luna in posizione crescente
Un giro di 75º nella virtù Che le parole ti siano fedeli

III

Guiraut Sentado en el patio de la taberna
Las piernas cruzadas Has salido para digerir
contemplando el cielo Los tejados grises
Las chimeneas humeantes de los primeros días invernales
Las niñitas rubias morenas pelirrojas Jugando

III

Guiraut Seduto nel cortile della taverna
Le gambe incrociate E´ uscito per digerire
contemplando il cielo I tetti grigi
I comignoli fumanti dei primi giorni invernali
Le bambine bionde brune rosse Che giocano

IV

En primavera salían de los bosques y recibían a los hombres
Tersites Inmaculado el mármol atraviesa descripciones
lamentos estados totalitarios Algo tan lejano a la risa
de los comerciantes (Salían de sus bosques para hacer
el amor) Con campesinos que alababan grandemente
sus cabalgaduras atadas a los árboles bajos o paciendo
en los claros Una Grecia en blanco y negro Y anos dilatados
estrechando vergas notables Tersites las amazonas
un atardecer que persiste a las descripciones y los besos

IV

A primavera uscivano dai boschi e ricevevano gli uomini
Tersite Immacolato il marmo incrocia descrizioni
lamenti stati totalitari Qualcosa di così lontano dalle risa
dei commercianti (Uscivano dai loro boschi per fare
l´amore ) Con contadini che lodavano immensamente
le loro cavalcature legate agli alberi bassi o pascolando
nelle radure Una Grecia in bianco e nero E ani dilatati
che stringono verghe notevoli Tersite le amazzoni
una sera che resiste a descrizioni e baci

V

Tal vez no ame a nadie en particular dijo
mientras miraba a través de los cristales
(La poesía ya no me emociona) – ¿Qué? Su amiga
levantó las cejas Mi poesía (Caca)
Ese vacío que siento después de un orgasmo
(Maldita sea, si sigo escribiendo llegaré a sentirlo
de verdad) La verga parada mientras se desarrolla
el Dolor (Ella se vistió aprisa. Medias
de seda roja) Un aire jazzeado una manera de hablar
(Improviso, luego existo, ¿cómo se llamaba ese tipo?)
Descartes Caca (Qué nublado, dijo ella,
mirando hacia arriba Si pudieras contemplar
tu propia sonrisa Santos anónimos Nombres
carentes de significado

V

Forse non amo nessuno in particolare disse
mentre guardava attraverso i vetri
(la poesia non mi emoziona più) – Cosa? La sua amica
alzò le ciglia La mia poesia (Cacca)
Quel vuoto che sento dopo un orgasmo
(Sia maledetta, se continuo a scrivere finirò per sentirlo
veramente) La verga eretta mentre cresce
il Dolore ( Lei si vestì in fretta. Calze
di seta rossa) Un´aria jazz un modo di parlare
(Improvviso, dunque sono – come si chiamava quel tipo?)
Discarti Cacca (Com’è nuvolo, lei disse,
guardando in alto Se potesse contemplare
il tuo stesso sorriso Santi anonimi Nomi
privi di senso

VI

Nadie te manda cartas ahora Debajo del faro
en el atardecer Los labios partidos por el viento
Hacia el Este hacen la revolución Un gato duerme
entre tus brazos A veces eres inmensamente feliz

VI

Non ti scrive più nessuno adesso Sotto il faro
all´imbrunire Le labbra screpolate dal vento
A Est fanno la rivoluzione Un gatto dorme
tra le tue braccia A volte sei immensamente felice

VII

En la sala de lecturas del Infierno En el club
de aficionados a la ciencia-ficción
En los patios escarchados En los dormitorios de tránsito
En los caminos de hielo Cuando ya todo parece más claro
Y cada instante es mejor y menos importante
Con un cigarrillo en la boca y con miedo A veces
los ojos verdes Y 26 años Un servidor

VII

Nella sala di lettura dell’inferno Nel club
degli amanti della fantascienza
Nei cortili coperti di brina Nei dormitori di transito
Nelle strade di ghiaccio Quando ormai tutto sembra più chiaro
E ogni istante è migliore e meno importante
Con una sigaretta in bocca e con la paura Talvolta
gli occhi verdi E 26 anni Un servitore

[ Traduzione dallo spagnolo di Carmelo Pinto ]

43. Calculatores

Nei sentieri tortuosi che portano a vedere conseguenze ed effetti, cause e princìpi, un posto notevole spetta ai calculatores di Oxford. Questo cenacolo di pensatori, scrittori e logici visse al Merton College e pensò di desistere dalla moda aristotelica nella considerazione formale delle qualità; per loro luce, colore, densità, calore e (naturalmente) forza erano suscettibili di misurazione.
Come tutti i Bahnbrechend, gli apritori di nuove vie, questi uomini dovettero presto scomparire nell’anonimato lasciando il posto, nei libri di fisica, a chi riuscì a dare consistenza sistematica alle loro scoperte. Un nome per gli altri: Galilei.
Quello che i calculatores incominciarono a svolgere fu poi perfezionato dalla scuola inglese nel suo insieme e approdò senza eccessivi intoppi negli Stati Uniti, dove anche le materie “soft” si distinguono per essere oggetto di attento, meticolose e metodiche misurazioni. Uno statunitense insegnerà perciò allo scaltro europeo, e lo farà con maggior forza se l’europeo si affaccia sul Mediterraneo ed è scaltro e irriverente, che le qualità di bontà, affidabilità, precisione e via di questo passo, sono tutte da scaglionare lungo scale di valori (psicologia delle organizzazioni).
Il piacere della storia consiste nell’enunciare i nomi antichi di questi rivoluzionari che spersi sull’isola staccata dall’Europa aprivano nuove strade: Thomas Bradwardine, John Dumbleton e Richard Swineshead, per nominare i più rilevanti. Nel loro Merton College studiava, contemporaneamente, il teologo John Wycliff, precursore di Huss e di Lutero e di ogni successiva riforma religiosa cristiana. Il dottor Wycliff era più che un semplice teologo: nel 1381, all’età avanzata (per allora) di cinquant’anni, sostenne la rivolta dei contadini che fu repressa senza pietà. Chiuse i suoi giorni in una parrocchia lontana dalla capitale, in un paese che neanche ora arriva a diecimila abitanti.
E chi altro studiò nel college dei calculatores? Lo scopritore della circolazione sanguigna, Harvey. Qualche secolo dopo passò di lì lo scrittore di genere fantastico purtroppo oscurato dal contemporaneo Wilde, Beerbohm. Vi trascorse del tempo un Churchill che poi riscosse gloria in India a metà Ottocento, e vi si insediò il poeta statunitense Thomas Eliot. Uno storico, scrittore di notevole valore, studiò anche lui al Merton.
Questa panoramica vorrebbe raggiungere un solo obiettivo: il sapere organico che nel college si raccoglieva ha dato i suoi frutti che ora pendono, assai maturi, nel continente nordamericano. E che vengono esportati sotto conserva in Europa.
Uno scrittore dotato di forza sufficiente potrebbe tracciare un parallelo tra la quantificazione imposta a tutto nell’ambito delle materie soft (psicologia letteratura organizzazione) e gli antenati inglesi di questo stile di pensiero. Certamente ne potrebbe venire fuori un risultato esorbitante e provocatorio, forse anche soddisfacente.
Del resto i quantificatori-calcolatores odierni si limitano a vivere trame altrui, le vite reincarnate dei loro predecessori logici medievali. Salgono sul teatro della vita e spesso manca un Arlecchino nelle loro rappresentazioni.
Arriverà forse un momento in cui dalla regia sarà messo sotto i loro nasi Il borghese gentiluomo del teatrante francese il quale faceva dire a un suo personaggio, un parvenu, che si rendeva conto – ammesso finalmente tra qualche nobilastro consumato dall’ozio – di aver parlato in prosa durante tutta la sua vita. A detta dello stimato borghese, i nobili gli facevano sentire la poesia.

* * *

Uno scrittore italiano del secolo scorso ha notato come nei racconti di fantasia la trama razionale sia importante e necessaria, benché non evidente. È quello che serve al compositore per non deflettere dal suo argomento e arrivare a una conclusione.
Questo è evidente nei racconti fantastici, soprattutto se sono a tema come questa trovata da vaudeville geometrico che il lettore ha appena terminato di leggere. Il punto allora è: siamo sicuri del tutto che tra la tensione precisa e l’immaginazione fervida non ci siano punti di contatto? Tra il pezzo scritto qui sopra e quello che potrebbe cominciare così: che nel tram il vecchio sovietico urlava come un forsennato ma non di rabbia né di dolore, solo per una partecipazione emotiva col suo corrispondente, forse una donna, che sentiva nelle sue cuffie e la chiamava strepitando come per cancellare la distanza tra i due producendo un fastidio indescrivibile in chi fosse, a sua volta, al telefono e dovesse chiudere perché non si sentiva niente, salvo restare in attesa di incrociare lo sguardo del sovietico, di questo uomo dell’Est che dopo due finte di chiudere la chiamata avrebbe terminato per davvero e allora si sarebbe notato in quel suo sguardo una tempesta di azzurro, come di occhi di lupo, il tutto sommerso di letteratura con quell’attesa di incrociare il suo sguardo (non da villano, in fondo dolce) che veniva ripagata e allora si inseriva bene in quello scompartimento del tram dove una ragazza alta e con gli occhiali tondi da intellettuale leggeva il suo libro di psicologia sull’umorismo.
Tra questa densità comunicativa che suscita la memoria e la geometria delle parole precise un nesso deve pur esserci. Tutto viene unificato, come la matematica, come la mathesis universalis, e Borges scriveva racconti precisi senza perdere la razionalità perché aveva trasportato nei suoi territori letterari gli incubi di uno scrittore che prevedeva il futuro e si firmava K. E che scriveva “tutti gli uomini sono così perennemente vivi, non nel senso della vera immortalità, ma giù nelle profondità della loro vita momentanea”. E proseguiva, perché era una lettera privata, confidando di avere “tanta paura di loro. Vorrei leggergli negli occhi ogni desiderio”.

Primavera 2018

Andrea Bianchi

Ritratto di giovane

Andrea del Sarto, Ritratto di giovane, olio su lino, 1517-18.
National Gallery, Londra

per quanto sia ridicolo scrivere

Signore, Per quanto sia ridicolo scrivere a uno scrittore, che è sempre, per la natura del suo mestiere, sommerso di lettere, non posso astenermi dal farlo dopo aver letto Les Grands cimetières sous la lune. Non è certo la prima volta che un Suo libro mi tocca; il Journal d’un curé de campagne è ai miei occhi il più bello, almeno fra quelli che ho letto, e davvero un gran libro. Ma se ho potuto amare altri Suoi libri, non avevo nessun motivo di importunarLa scrivendoglielo. Per l’ultimo, è un’altra cosa; ho avuto un’esperienza che corrisponde alla Sua, benchè più breve, meno profonda, situata altrove e vissuta, in apparenza – solo in apparenza –, con tutt’altro spirito.
Non sono cattolica, nonostante – ciò che sto per dire sembrerà senz’altro presuntuoso ad ogni cattolico, da parte di un non-cattolico, ma non mi posso esprimere diversamente – nonostante mai nulla di cattolico, nulla di cristiano mi sia sembrato estraneo. Talvolta mi son detta che se solo si affiggesse alle porte delle chiese che l’ingresso è vietato a chiunque gode di un reddito superiore a tale o talaltra somma, poco elevata, mi sarei convertita immediatamente. Sin dall’infanzia, le mie simpatie si sono rivolte verso quei raggruppamenti che si richiamavano agli strati disprezzati della gerarchia sociale, fino a che ho preso coscienza che questi raggruppamenti sono di natura tale da scoraggiare ogni simpatia. L’ultimo ad avermi ispirato una qualche fiducia era la C.N.T. spagnola. Avevo viaggiato un po’ in Spagna – abbastanza poco – prima della guerra civile, ma a sufficienza per sentire l’amore che è difficile non provare verso quel popolo; avevo visto nel movimento anarchico l’espressione naturale delle sue grandezze e delle sue tare, delle sue aspirazioni più o meno legittime. La C.N.T., la F.A.I. erano un’accozzaglia sorprendente, dove si ammetteva chiunque, e dove, di conseguenza, erano gomito a gomito l’immoralità, il cinismo, il fanatismo, la crudeltà, ma anche l’amore, lo spirito di fratellanza, e soprattutto la rivendicazione dell’onore così bella negli uomini umiliati; mi sembrava che quelli che venivano animati da un ideale prevalessero su quelli spinti dal gusto della violenza e del disordine. Nel luglio 1936 ero a Parigi. Non amo la guerra; ma ciò che mi ha sempre fatto più orrore nella guerra è la situazione di quelli che si trovano nelle retrovie. Quando ho capito che, malgrado i miei sforzi, non potevo fare a meno di partecipare moralmente a questa guerra, cioè di augurarmi ogni giorno, in ogni momento, la vittoria degli uni, la sconfitta degli altri, mi sono detta che Parigi per me era le retrovie, e ho preso il treno per Barcellona con l’intenzione di arruolarmi. Era l’inizio dell’agosto 1936.

Un incidente mi ha costretta ad abbreviare il mio soggiorno in Spagna. Sono stata qualche giorno a Barcellona; poi in piena campagna aragonese, lungo l’Ebro, a una quindicina di chilometri da Saragozza, nello stesso posto dove recentemente le truppe di Yaguë hanno passato l’Ebro; poi nel più lussuoso albergo di Sitges trasformato in ospedale; poi di nuovo a Barcellona; complessivamente pressappoco due mesi. Ho lasciato la Spagna mio malgrado e con l’intenzione di tornarvi; in seguito, volontariamente, non ne ho fatto niente. Non sentivo più alcuna necessità interiore di partecipare a una guerra che non era più, come mi era sembrato fosse all’inizio, una guerra di contadini affamati contro i proprietari terrieri e un clero complice dei proprietari, ma una guerra tra la Russia, la Germania e l’Italia. Ho riconosciuto quell’odore di guerra civile, di sangue e di terrore che emana dal suo libro; lo avevo respirato. Devo dire che non ho visto né sentito nulla che eguagliasse l’ignominia di certe storie che Lei racconta, quegli assassini di vecchi contadini, quei balilla che fanno correre degli anziani a manganellate. Eppure quello che ho sentito era sufficiente. C’è mancato poco che assistessi all’esecuzione di un prete; durante i minuti dell’attesa, mi chiedevo se avrei guardato semplicemente, o se mi sarei fatta fucilare io stessa, cercando d’intervenire; non so ancora ciò che avrei fatto, se un caso non avesse impedito l’esecuzione. Quante storie si affollano sotto la mia penna… Ma sarebbe troppo lungo; e a che pro? Una sola basterà. Ero a Sitges quando sono tornati, sconfitti, i miliziani della spedizione di Maiorca. Erano stati decimati. Su quaranta ragazzi partiti da Sitges nove erano morti. Lo si seppe soltanto al ritorno degli altri trentuno. La notte successiva, si fecero nove spedizioni punitive, si uccisero nove fascisti o sedicenti tali, in questa cittadina dove, in luglio, non era accaduto nulla. Fra questi nove, un fornaio di una trentina d’anni, la cui colpa, mi dissero, era di essere stato membro della milizia dei «somaten»; il vecchio padre, di cui era l’unico figlio e l’unico sostegno, impazzì. Ancora un’altra: in Aragona un piccolo gruppo internazionale di ventidue miliziani di tutti i paesi prese, dopo un breve scontro, un giovane ragazzo quindicenne, che combatteva fra i falangisti.
Appena preso, tutto tremante per aver visto uccidere i suoi compagni al proprio fianco, disse che stato arruolato a viva forza. Lo frugarono, gli trovarono addosso una medaglia della Vergine e una tessera di falangista; lo spedirono da Durruti , capo della colonna, il quale, dopo avergli esposto per un’ora le bellezze dell’ideale anarchico, gli fece scegliere tra morire e arruolarsi immediatamente fra i ranghi di quelli l’avevano fatto prigioniero, contro i suoi compagni di ieri. Durruti diede al ragazzo ventiquattr’ore per riflettere; al termine delle ventiquattr’ore, il ragazzo disse di no e venne fucilato. Eppure Durruti era sotto certi aspetti un uomo ammirevole. La morte di questo piccolo eroe non ha mai cessato di pesarmi sulla coscienza, benché l’abbia saputo soltanto dopo. Ancora questo: in un paese che rossi e bianchi avevano preso, perso, ripreso, riperso non so quante volte, i miliziani rossi, che lo avevano ripreso definitivamente, trovarono nelle cantine un pugno di esseri stravolti, terrificati e affamati, fra i quali tre o quattro giovani. Ragionarono così:
se questi giovani, invece di venire con noi l’ultima volta che ci siamo ritirati, sono rimasti ad aspettare i fascisti, vuoi dire che sono fascisti. Quindi li fucilarono immediatamente, poi diedero da mangiare agli altri, e credettero di essere stati molto umani. Un’altra storia, quella delle retrovie: due anarchici mi raccontarono una volta come, con dei compagni, avessero preso due preti; uccisero l’uno sul posto, in presenza dell’altro, con una rivoltellata, poi dissero all’altro che se ne poteva andare. Quando fu a venti passi, lo abbatterono. Colui che mi raccontava la storia era molto sorpreso di non vedermi ridere.
A Barcellona si uccideva in media, sotto forma di spedizioni punitive, una cinquantina di uomini per notte. Proporzionalmente era molto meno che a Maiorca, poiché Barcellona è una città di quasi un milione di abitanti; del resto per tre giorni nelle strade si era svolta una battaglia particolarmente cruenta. Ma forse le cifre non sono l’essenziale in materia. L’essenziale è l’atteggiamento di fronte all’assassinio. Non ho mai visto, né fra gli Spagnoli, né perfino fra i Francesi venuti sia per combattere che per viaggiare – questi ultimi il più delle volte intellettuali scialbi e inoffensivi -, non ho mai visto nessuno esprimere neanche privatamente repulsione, disgusto o soltanto disapprovazione per il sangue inutilmente versato. Lei parla della paura. Sì, la paura ha avuto una qualche parte in questi massacri; ma là dove mi trovavo, non ho potuto vedere la parte che Lei le attribuisce. Uomini apparentemente coraggiosi – ce n’è almeno uno di cui ho personalmente constatato il coraggio – durante un pranzo pieno di cameratismo raccontavano con un buon sorriso fraterno quanti preti o «fascisti» – termine molto ampio – avessero ucciso. Per quanto mi riguarda, ho avuto la sensazione che quando le autorità temporali e spirituali hanno messo una categoria di esseri umani fuori da quelli la cui vita ha un prezzo, non c’è niente di più naturale per l’uomo che uccidere. Quando si sa che è possibile uccidere senza rischio di castigo o di biasimo, si uccide o almeno si circondano di sorrisi incoraggianti coloro che uccidono. Se per caso si prova un po’ di disgusto, lo si fa tacere, e presto lo si soffoca per paura di sembrare privi di virilità. Si tratta qui di un allenamento, di un’ebbrezza cui è impossibile resistere senza una forza d’animo che devo credere eccezionale poiché non l’ho incontrata da nessuna parte. Ho incontrato invece dei Francesi pacati, che fino ad allora non disprezzavo, che non avrebbero avuto l’idea di andare li persona a uccidere, ma che stavano immersi in quell’atmosfera intrisa di sangue con un visibile piacere. Per questi d’ora in avanti non potrò mai avere nessuna stima.
Un clima simile cancella subito il fine stesso della lotta. Poiché non si può formulare il fine se non riconducendolo al bene pubblico, al bene degli uomini – e gli uomini non hanno alcun valore. In un paese dove i poveri sono, nella stragrande maggioranza, contadini, il miglioramento della condizione dei contadini deve essere uno scopo essenziale per ogni raggruppamento di estrema sinistra; e forse questa guerra fu in primo luogo, agli inizi, una guerra per o contro la divisione delle terre. Ebbene, questi miserabili e fieri contadini d’Aragona, rimasti così fieri sotto le umiliazioni, non erano neanche per i miliziani un oggetto di curiosità. Senza insolenze, senza ingiurie, senza brutalità – almeno non ho visto niente di simile, e so che furto e stupro, nelle colonne anarchiche, erano passibili della pena di morte -, un abisso separava gli uomini armati dalla popolazione disarmata, un abisso del tutto analogo a quello che separava i poveri dai ricchi. Lo si avvertiva dall’atteggiamento sempre un po’ dimesso, sottomesso, timoroso degli uni, dalla spigliatezza, dalla disinvoltura, dalla condiscendenza degli altri.
Si parte come volontari, con idee di sacrificio, e si capita in una guerra che assomiglia a una guerra di mercenari, con molte crudeltà in più e con in meno il senso dei riguardi dovuti al nemico.
Potrei prolungare indefinitamente tali riflessioni, ma bisogna limitarsi. Da quando sono stata in Spagna, da quando sento e leggo ogni sorta di considerazioni sulla Spagna, non posso citare nessuno, eccetto Lei, che, per quanto io sappia, sia stato immerso, nell’atmosfera della guerra spagnola, e vi abbia resistito. Lei è monarchico, discepolo di Drumont – che me ne importa? Mi è più vicino, senza paragone, dei miei compagni delle milizie d’Aragona – quei compagni che, tuttavia, amavo. Ciò che Lei dice del nazionalismo, della guerra, della politica estera francese dopo la guerra mi ha ugualmente commossa. Avevo dieci anni al tempo del trattato di Versailles. Fino ad allora ero stata patriota con tutta l’esaltazione dei bambini in periodo di guerra. La volontà di umiliare il nemico vinto, che invase tutto in quel momento (e negli anni successivi) in maniera cosi repellente, mi guarì una volta per tutte da questo patriottismo ingenuo. Le umiliazioni inflitte dal mio paese mi sono più dolorose di quelle che può subire.
Temo di averLa importunato con una lettera così lunga. Non mi resta che esprimerLe la mia viva ammirazione.
S. WEIL

Simone Weil scrive a Georges Bernanos, dopo la sua esperienza nella guerra di Spagna, 1938.

42. Se Kafka avesse letto Stevenson

L’uomo camminava a passo ciondolante, la valigetta nella destra e la borsa di cartone nell’altra. Scambiava ogni tanto le combinazioni, e il libro argentino nella busta finiva nella destra, la borsa di di Eta Beta passava alla sinistra. Questa borsa era capiente il giusto per tenerci libri che erano persone. Il quale pensava che cosa sarebbe successo se Kafka avesse letto Stevenson e fosse stato felice dopo aver finito “Master di Ballantrae” è perché no? anche “La freccia nera” che gli uomini prima di lui leggevano a dieci anni e forse sbagliavano perché Kafka Stevenson e davvero tutti gli altri erano da adulti, i ragazzi dell’università degli studi erano come dodicenni in gita imbottigliati in una carrozza di un treno infuocato, e  questo però faceva capire all’uomo che era stato dei loro, avrebbero potuto gridare le ragazze fuori dall’università all’addiaccio all’ora di pranzo. La conclusione era semplice e diceva che tornare tra gli studenti era impossibile, era la storia a essere l’impossibile, come il ricordo e l’attesa, mentre la felicità — si capiva volta per volta — è sempre possibile e Kafka quando scrive alla donna sposata (che aveva un nome ma avrebbe potuto essere anonima, una tra milioni come lei), Kafka che le diceva che no, non conosceva Stevenson era l’uomo che rifiuta la felicità e il ricordo dell’infanzia dato dai libri per adulti. Questo era davvero strano e curioso ed era possibile immaginare un Kafka che non era più Kafka, aveva un’altra vita e leggeva Stevenson e non si affaticava con donne sposate ed era forse vero che Kafka sarebbe diventato uno studente tra altri studenti che afferra di non essere più dei loro perché è uomo, ma anche questo andava valutato. Poteva darsi tutto nella storia siccome era il regno dell’impossibile e l’impossibilità era l’unica cosa che accomunava l’umanità e che suonava come lei come parola. Era tutto irrimediabilmente perso per l’uomo che avrebbe portato in un’altra casa i libri nelle borse e quella sarebbe stata la casa della vita trascorsa. Era più importante farsi una reputazione e viaggiare ancora e capire cos’era questa Italia nel Mediterraneo, cosa che sembrava assurda ma si poteva intuire entrando in una chiesa centrale della metropoli e vedendo che lì donna e parroco parlavano spagnolo, che Napoli spiegava il Brasile e viceversa, e che la migliore ragazza a capire Venezia era di un’isola centroamericana che come Marquez spiegava all’Europa l’Europa, mentre gli Europei pensavano di capire il Sudamerica e il Centroamerica vedendo Marquez come una cosa esotica, e così non era. Marquez era stato uno scrittore, come Kafka, ma ormai era impossibile distinguere l’uomo dall’opera e tutto rientrava nel mito, la cultura era un prodotto finito che entrava nella vita e Marquez rimaneva inafferrabile come un fantasma e come tutti gli altri scrittori argentini passeggiava anche lui accanto all’uomo e alle sue valigie. Cosa sarebbe successo, si domandava l’uomo mentre pensava a un Kafka felice che legge Stevenson e non scrive lettere a donne sposate, cosa poteva essere della storia se nel Cinquecento l’imperatore Carlo V fosse andato a visitare il suo Impero nel Nuovo Mondo? Se una cubana fosse stata una veneziana e la storia non avesse avuto più peso? Come una ragazza in treno col computer e gli appunti di ingegneria che tra una stazione e l’altra smette di studiare si ravviva i capelli e sembra un’altra donna.

luglio 2018

Andrea Bianchi

Playboy interview

Kenneth Tynan, Playboy interviewOrson Welles
Playboy magazine, marzo 1967


PLAYBOY: In un’era di crescente specializzazione, ti sei espresso pressoché con tutti i mezzi artistici. Non hai mai voluto specializzarti?

ORSON WELLES: No, non riesco a immaginarmi mentre mi limito. È una bella vergogna che viviamo in un’epoca di specialisti, e penso che tributiamo loro troppo rispetto. Ho conosciuto quattro o cinque ottimi dottori in vita mia, e mi hanno detto che la medicina è ancora ad uno stato primitivo e loro ne sanno un’infinitesima parte. Ho conosciuto solo un cameraman veramente bravo – Gregg Toland, per la fotografia diQuarto potere. Diceva di potermi insegnare tutto di una macchina da presa in quattro ore – e ce la fece. Non credo che lo specialista sia poi questo santone che il nostro tempo si è costruito.

PLAYBOY: Ma oggigiorno è possibile un uomo del Rinascimento, qualcuno che sia compatibile con le arti e le scienze allo stesso tempo?

ORSON WELLES: Possibile e anche necessario, perché il grande problema che sta davanti a noi è la sintesi. Abbiamo una serie di oggetti slegati e dobbiamo ricavarne un senso. Il peggior tipo di lunatico è quello che percorre sempre la stessa strada. Ed è meglio tanto per l’individuo che per la società che i nostri orizzonti siano i più ampi possibili. Quel che una persona normalmente intelligente non può apprendere – se è genuinamente vitale e onestamente curiosa – non val la pena di essere appreso. Ad esempio, oltre a sapere qualcosa del dramma Elisabettiano, penso che dovrebbe anche buttarsi a spiegare i principi della fissione nucleare – buttarsi quel che basta per essere attenti al mondo oggi. Non dico: “Quello è un mistero che va lasciato agli scienziati”. Certo non ti dico che vorrei un posto chiave alla Difesa nazionale. […]

PLAYBOY: Potessi scegliere un periodo in cui nascere, diresti sempre gli Stati Uniti nel 1915?

ORSON WELLES:  Gli USA di quell’anno sarebbero a buon punto della classifica, ma ognuno sano di mente avrebbe scelto l’età d’oro della Grecia, il Quattrocento italiano, l’Inghilterra elisabettiana. E ci sono state altre epoche d’oro. La Persia ha avuto la sua, la Cina ne ha avute quattro o cinque. La nostra età è straordinaria, ma non mi pare nemmeno d’argento. Penso che sarei stato più felice e più soddisfatto in altre periodi e altri luoghi – come magari l’America che sostituiva i tetti alle tende.

PLAYBOY: Qualche figura di storia Americana con la quale ti identifichi.

ORSON WELLES: Come la maggioranza degli Americani avrei volute avere un po’ di Lincoln in me: ma non è così. Non riesco a immaginarmi capace di tanta bontà o compassione. Direi che l’unico Americano che per ruolo avrei potuto occupare è Tom Paine, un radicale, un vero indipendente – non nel senso odierno, comodo dei liberali, ma in quello buono, difficile per il quale lui era pronto a farsi la galera. È stata la mia fortuna, nel bene o nel male, non dover fare scelte simili alle sue. […]

PLAYBOY: Quindi sei d’accordo con WH Auden quando si paragonava a qualcosa come la figura di Cristo?

ORSON WELLES: Non voglio andare nel caso specifico, benché la mia carne si spaventi quando le persone usano la parola “Cristo”. Penso che Falstaff sia un albero di Natale adornato di vizi. L’albero di per sé è innocenza totale, amore. Per contrasto, il re è decorato soltanto dalla maestà, un puro machiavellico.E c’è qualcosa di crudele ed egoistico nei confronti di suo figlio – persino quando raggiunge l’apoteosi come Enrico V. […]

PLAYBOY: Il tuo Falstaff ha un messaggio?

ORSON WELLES: Lamenta la morte della cavalleria e il rifiuto dell’Inghilterra felice [quella di Chaucer]. Persino al tempo di Shakespeare, la vecchia Inghilterra delle boscaglie e del tempo di maggio era già un mito, ma un mito reale. Il rifiuto di Falstaff da parte del principe indica il rifiuto di quell’Inghilterra da parte di un’Inghilterra di genere nuovo, quello deplorato da Shakespeare e che finì col diventare l’Impero britannico. Il cambiamento sostanziale non è scusa valida per tradire l’amicizia. Liberando questa storia ho giustificato il mio approccio chirurgico ai testi, un taglia-e-cuci con le tragedie di Shakespeare. […]

PLAYBOY: I registi americani, oggi.

ORSON WELLES: Stanley Kubrick e Richard Lester sono gli unici che mi affascinano – fatti salvi i vecchi maestri. Con questi intendo John Ford, John Ford e ancora John Ford. Non riesco a vedere Alfred Hitchcook come americano, benché abbia lavorato a Hollywood tutti questi anni, mi sembra tremendamente inglese nella migliore tradizione di Edgar Wallace, e nulla più. Nel suo lavoro trovi sempre l’aneddotico, i suoi espedienti rimangono espedienti, non importa quanto abilmente concepiti ed eseguiti. Non penso onestamente che le immagini di Hitchcook come regista avranno interesse tra cent’anni [1967]. Con Ford al suo meglio senti invece che il film ha vissuto e respirato nel mondo reale, anche se poi magari è stato scritto da Mother Macree [1910]. Quello di Hitchcook è un mondo di spettri che ti spiano. […]

PLAYBOY: Pensi che aiuterebbe avere un sussidio federale per scuole di film in USA?

ORSON WELLES:  Se facessero film invece di parlarne e se tutte le lezioni di teoria vi fossero rigorosamente proibite, potrei immaginare una scuola di film di grande valore, effettivamente.

PLAYBOY: E la produzione di film? Andrebbe finanziato con denaro pubblico, come in molti stati europei?

ORSON WELLES: Se è vero – e credo che lo sia – che teatro, opera e musica andrebbero finanziate dallo stato, allora questo varrebbe anche per il cinema, a maggior ragione. I film sono socialmente più potenti e hanno molto a che vedere con questo particolare momento della storia mondiale. Denaro abbondante dovrebbe affluire al cinema. Ne ha ancora bisogno e ha ancora molto da dire.

PLAYBOY: Il tuo vizio più grande.

ORSON WELLES: Accidia — latino medievale per ‘malinconia’ e indolenza. Non le do molto spazio ma si presenta come il rollio della nave, all’improvviso. Ho molti dei peccati accettati, ma l’invidia non sarà tra questi. Nemmeno troppo orgoglio, e non sono sicuro che sia un peccato di quelli sulla lista dei cristiani. Se è una virtù non me riconosco molto; lo stesso se è un vizio. […]

PLAYBOY: Se l’arte è una forma di protesta, come hanno avvertito certi filosofi, pensi sia possibile che in un mondo automatizzato fatto di abbondanza, privo di frustrazioni e pressioni, nessuno si senta spinto a creare l’arte?

ORSON WELLES: Penso che ci possa essere un altro granello di sabbia anche nell’ostrica perfetta: altrimenti non ci sarebbero più perle. E non accetto che l’arte sia basata esclusivamente sull’infelicità. Spesso è serena e gioiosa, una sorta di celebrazione. Questo non è per negare che larga parte di lavori artistici sono venuti fuori da condizioni di infelicità spirituale ed economica, ma il fatto è che non vedo motivi per pensare che una cultura sarà più povera se la gente è più allegra. […]

PLAYBOY: Dimmi se sei d’accordo con quegli artisti moderni che dicono: “Non mi importa di quel che succede alla mia opera domani – lei è intesa solo per l’oggi”.

ORSON WELLES: No, perché un artista non dovrebbe neanche preoccuparsi di quel che accade oggi, se lo facesse escluderebbe ogni altro tempo, sarebbe un contemporaneo autoconsapevole, questo è difendere per assurdo la propria parrocchia. Ecco cosa c’è di sbagliato nel fatto che gli artisti si associno con gli agenti pubblicitari: oggi questo è canonizzato, beatificato. Ma oggi è solo un altro giorno nella storia del nostro pianeta. Solo chi vi sta vendendo qualcosa tratta l’oggi come l’unica cosa che esiste alla quale tutto è rivolto. […]

PLAYBOY: Qualche teoria per quel che ti succederà una volta morto.

ORSON WELLES: Della mia anima non so, ma il mio corpo sarà spedito alla Casa Bianca. I passaporti americano ti chiedono di indicare nome e indirizzo della persona alla quale andrebbero consegnati i tuoi resti in caso di morte. Anni fa ho scoperto che non vi è alcuna legge che vieti di segnare il nome del Presidente. Questo ha un effetto potente sui confini di stati e funge come una specie di visto diplomatico.Nel lungo periodo di Eisenhower quasi quasi  desideravo crepare per far trovare la mia bara davanti alla sua troupe televisiva, una sera o l’altra.

PLAYBOY: Come vorresti che il mondo si ricordasse di te?

ORSON WELLES: Mi sono dato un’impostazione per la quale il successo quaggiù mi importa solo per quel che mi è funzionale. È una postura onesta e non una posa dello sguardo. Fino a qualche punto, devo avere successo per poter operare. Ma penso che preoccuparsi del successo corrompa; e nulla potrebbe essere più volgare di preoccuparsi della posterità.

PLAYBOY: Non sei cattolico eppure hai deciso di vivere in paesi a intensità cattolica, prima l’Italia e ora la Spagna. Ci puoi raccontare?

ORSON WELLES: Ma non ha a che vedere con la religione. La cultura mediterranea è più generosa, meno guidata dal senso di colpa. Qualsiasi società senza felicità naturale, senza quel senso di facilità in presenza della morta, non mi fa sentire granché comodo. Non condanno quel mondo di artisti molto nordico, molto protestante come quello di Ingmar Bergman; solo, non è lì che vivo. La Svezia che mi piace visitare è molto divertente. Quella di Bergman mi ricorda un detto di Henry James sulla Norvegia di Ibsen, cioè che era tutta “odore di paraffina spirituale”. Come mi fa simpatia James!

PLAYBOY: Penso a molti film che hai diretto, Quarto potereAmberson il MagnificoFalstaff. Non ci sono padri. Questa attitudine riflette qualcosa della tua vita?

ORSON WELLES: Non penso vada così. Ho avuto un padre che ricordo come molto gradevole e attraente, uno scommettitore d’azzardo, un playboy troppo arzillo per gli anni nei quali me lo ricordo io, ma era un compagno meraviglioso, fu un grosso dispiacere per me quando morì. No, una storia mi interessa per meriti suoi propri, non perché sia autobiografica. Quella di Falstaff è il meglio di Shakespeare, non l’opera migliore ma la storia migliore. La ricchezza del triangolo padre-Falstaff-figlio è senza paralleli; è creazione tutta shakespeariana. Le altre opere prendono fatterelli a prestito da altre fonti e diventano grandi per il respiro che vi insuffla Shakespeare. Ma nelle cronache medievali non c’è nulla che arrivi a toccare la storia Falstaff-Hal-Re. È storia sua e Falstaff è creazione sua, l’unico grande personaggio della letteratura drammatica che sia anche un buono.

PLAYBOY: E che mi dici di Fellini?

ORSON WELLES: Ha il dono come tutti quelli chef anno immagini, oggi. Il suo limite – che è poi la fonte del suo charm – è che fondamentalmente è molto provinciale. I suoi film sono il sogno della città grande fatti dal ragazzino della città piccola. La sua sofisticheria funziona perché è creazione di qualcuno che non ne ha, di sofisticheria. Ma poi mostra segnali pericolosi di essere un artista superlativo con poco da dire.

PLAYBOY: Ingmar Bergman.

ORSON WELLES: L’ho indicato poco tempo fa, non condivido né i suoi interessi né le sue ossessioni. Per me è più straniero lui di un giapponese a caso.

PLAYBOY: Prossimi sviluppi del cinema?

ORSON WELLES: Spero solo che si sviluppi, da più di vent’anni non vi sono grosse rivoluzioni e senza rivoluzioni si prepara la stagnazione e dietro l’angolo c’è la decadenza. Spero sorga un brand nuovo per la produzione di film. Ma prima che questo accada dovranno evolversi altre forme di produzione, meno costose da produrre e meno costose per lo spettatore. Altrimenti la grande rivoluzione non ci sarà mai e l’artista del film non sarà mai libero.

PLAYBOY: Considerata la distribuzione mondiale, pensi che un film potrebbe cambiare il corso della storia?

ORSON WELLES: Sì, e potrebbe essere un film davvero cattivo. […]

PLAYBOY: Guardandoti indietro, rimpiangi mai di non aver fatto politica?

ORSON WELLES: A volte, e con amarezza. C’era un tempo quando consideravo di correre come senatore giovane dal Wisconsin; il mio avversario sarebbe stato un certo Joe McCarthy [quello della caccia alle streghe]. Se senti che saresti potuto essere utile ed efficace in un ruolo pubblico, non puoi fare a meno di essere scontento di te stesso per non averci provato. Io lo provo spesso questo sentimento. Penso di essere, almeno potenzialmente, un public speaker migliore di un attore qualsiasi e sarei stato in grado di raggiungere la gente, muoverla, convincerla. Oggi l’oratoria è un’arte quasi inesistente ma se vivessimo in una società dove fosse considerata seriamente come arte – come fu in molti periodi storici – allora ti dico: avrei fatto l’oratore.

PLAYBOY: La tua attitudine verso la pornografia e verso le parole impronunciabili in letteratura.


ORSON WELLES: Le parole che dici sono strumenti utili ma, quando cessano di essere più o meno proibite, perdono il loro filo del rasoio. Quando vorremo scioccare, dobbiamo tener da parte qualcosa nella faretra verbale per quel compito. Quanto alla pornografia non sono d’accordo con il permissivismo attuale. Non mi riferisco a L’amante di Lady Chatterley e tutti quei libri che si usava censurare perché dicevano l’amore fisico. Mi riferisco alla pornografia pesante, il romanzo blu, il cinema blu. La differenza è abbastanza chiara, è sfocata solo quando sei a testimoniare in una corte. Sappiamo benissimo a cosa ci riferiamo col francese cochon[letteralmente ‘maiale’]. Non ha a che vedere solo con qualcosa da porci, ma pure da solitari. Una pornografia del genere potrebbe iniziare come stimolante sessuale tutto sommato benigno, ma termina come malattia e vizio caruccio. Non si può rilasciare la malattia dentro di noi in modo incruento, questa pornografia eccita ed incoraggia la malattia, specialmente per i giovani che ancora devono imparare il sesso come amore e condivisione di gioia. Quanto alle abitudini sessuali degli adulti consenzienti, sono affar loro. A me non piace il cartaceo di seconda mano; non che le persone loproducano, ma che altri si siedano da soli e poi lo leggano. […]

PLAYBOY: Certi sostengono che le frontiere dell’arte e della realtà potrebbero presto essere esplorate a fondo dalle droghe allucinogene. Come la vedi su questi cosiddetti aiuti della percezione?

ORSON WELLES: L’uso delle droghe è espressione perversa di un individualismo antisociale e negatore della vita. È tutto parte di una grande reazione, specialmente a Occidente, contro la natura inevitabilmente collettiva della società futura. Lascia che faccia un discorsetto. Donne europee che si truccano gli occhi per sembrare cinesi. Donne giapponesi che pagano operazioni estetiche e diventare americane. Bianche che si fanno le lampade. Nere che si fanno scolorire la pelle. Tutti stiamo provando a diventare quanto più simili agli altri. E con tutta questa massa in movimento – sia buona che cattiva, sia negazione dell’eredità culturale che affermazione di solidarietà umana – va avanti un ritiro dalla folla nell’io solitario. Il punto, se vuoi capire la droghe, è tutto qui. Non è asserzione di individualità, è sostituzione dell’individualità. Non è un tentativo di esser diverso quando tutti stanno diventando simili tra di loro; è un modo di evitare il tutto. La cosa peggiore che si possa fare. Preferisco di gran lunga la gente che rompe le acque, non quelli che lasciano la nave.