Saifi

SAIFI

Mi sono spesso domandata quanta parte giocasse la fantasia nei racconti di mia madre sul suo primo marito. Non fosse stato per le fotografie, avrei dubitato persino che fosse mai esistito. Una volta un’amica disse che mia madre «opponeva una strenua resistenza a tutto ciò che non aveva voluto»; poiché erano tante le cose che non aveva voluto, inventava su di sé delle storie e finiva col crederci.
Nella sua mente, il corteggiamento aveva avuto inizio con un ballo. A me sembrava più probabile che i genitori di lui avessero chiesto la sua mano: il classico matrimonio combinato tra due famiglie di spicco, come si usava a Teheran negli anni Quaranta. Ma quella versione della storia non cambiò mai nel corso degli anni, a differenza di tante altre. L’aveva conosciuto alle nozze di suo zio. La mattina, amava precisare, si era messa un vestito a fiori di crêpe de chine, e la sera uno di duchesse, e avevano danzato tutta la notte, «quando ormai il nonno se ne era andato: nessuno avrebbe osato invitarmi a ballare in sua presenza!». Il giorno dopo lui aveva chiesto la sua mano.
Saifi! Il cognome non ricordo di averlo mai sentito pronunciare in casa nostra. Noi, con la giusta distanza, lo chiamavamo «il primo marito della mamma», o forse con il titolo completo, Saif ol-Molk Bayat. Ma per me rimase sempre Saifi, una figura familiare, che entrava nella nostra vita con quell’aria tranquilla che ha nella fotografia del matrimonio, dove spunta dietro le spalle di mia madre; appariva di colpo e ce la portava via. Ho due fotografie delle loro nozze – più di quelle delle nozze dei miei genitori. Saifi, capelli castani e occhi color nocciola, ha un’aria rilassata e affabile, mentre mia madre se ne sta rigida in mezzo al gruppo, solitaria come un centrotavola. Lui mostra una certa nonchalance, sembra felice, fiducioso. Ma forse mi sbaglio, forse cela una profonda disperazione. Perché anche lui ha i suoi segreti.
Qualcosa in questa storia mi ha sempre disturbato, fin da bambina. Non è che non ci credessi, ma qualcosa non quadrava. Mia madre non aveva mai voglia di ballare, anche se, a detta di tutti, era una ballerina provetta. Ballare è un piacere, e si negava fieramente ogni piacere.
Durante tutta la mia infanzia e la mia giovinezza, e anche adesso, in questa città tanto lontana dalla Teheran di un tempo, il fantasma di quella donna che balla e sorride innamorata turba il ricordo di quella che ho conosciuto come mia madre. Se solo riuscissi in qualche modo a capire a che punto della sua vita smise di ballare – quando smise di aver voglia di ballare – troverei la chiave, credo, del mistero di mia madre, e potrei finalmente riconciliarmi con lei. A quanto raccontava, infatti, mi opposi a lei fin dall’inizio.
Ho tre fotografie di mia madre con Saifi, due delle nozze, e una, più piccola e più interessante, di loro due seduti su un masso. Guardano entrambi la macchina fotografica, e sorridono. Lei si appoggia a lui con la spontaneità dell’intimità, quando non c’è bisogno di aggrapparsi l’uno all’altro. I loro corpi sembrano gravitare insieme, naturalmente. Questa giovane donna sembra capace di lasciarsi andare.
Nella fotografia colgo in mia madre quella sensualità che nella vita reale mi è sempre sfuggita. Quando hai finito le scuole superiori?, le domandavo. Dopo quanti anni hai sposato Saifi? Lui cosa faceva? E papà, quando l’hai conosciuto? Semplici domande a cui lei, troppo immersa nel suo mondo interiore per curarsi di simili dettagli, non rispose mai.
Qualsiasi cosa le chiedessi, mi ripeteva le solite storie che sapevo a memoria. Più avanti, quando lasciai l’Iran, chiesi a una mia studentessa di farle un’intervista e le fornii alcune specifiche domande. Il risultato fu lo stesso: nessuna data, nessun fatto preciso, niente oltre al solito repertorio.
Alcuni anni fa, durante una riunione di famiglia, conobbi una simpatica signora austriaca, moglie di un lontano parente, che aveva partecipato alle prime nozze di mia madre. Di quel giorno ricordava soprattutto il momento di panico per la misteriosa mancanza del certificato di nascita della sposa (in Iran, i matrimoni e i figli vengono registrati sul certificato di nascita). In seguito, mi raccontò con un sorrisetto la signora austriaca, venne fuori che la sposa aveva qualche anno di più dello sposo. Sul certificato di mia madre, che sostituisce quello perduto, il primo matrimonio non è registrato e l’anno di nascita è il 1920. Lei però diceva di essere nata nel 1924 e che suo padre aveva cambiato la data per mandarla a scuola prima. Mio padre invece sosteneva che nostra madre, quando richiese il nuovo certificato per prendere la patente, aveva dichiarato quattro anni meno. Quando i fatti non erano di suo gradimento, mia madre faceva di tutto per raccomodarli.

Azar Nafisi, Le cose che non ho detto, Adelphi, 2009

Goldfinger


Se gli snob di un tempo si divertivano a irridere Fleming, oggi l’atteggiamento perfetto di uno snob sarebbe di rivendicare pienamente l’autore e dire che in realtà scriveva benissimo. La realtà è diversa, e più complessa: Ian Fleming non era un grande prosatore, e non era neanche un maestro narratore — basti guardare quante volte ricorre a coincidenze e «deus ex machina», quanto spesso reiteri gli stessi meccanismi narrativi, o con quale facilità dimentichi il consueto passo serrato per buttarsi in estenuanti descrizioni di partite a carte o a golf —, eppure aveva una caratteristica che lo rendeva capace di toccare nervi ancora più profondi.
Goldfinger, da poco uscito come settimo titolo della riedizione Adelphi, che rispetta l’ordine originario di uscita, è perfetto per capire quali leve vada a toccare Fleming con la sua arte. Goldfinger non è il titolo più originale della serie e per di più ha tutti i difetti tipici degli altri romanzi di Bond, eppure, o proprio per questo, ne è il libro quintessenziale. C’è il villain potente e cervellotico; ci sono le Bond girl; c’è l’azione e ci sono gli scenari lussuosi, ma soprattutto è a pieno regime la caratteristica fondante della scrittura di Fleming e della sua potenza: la proiettività. Tutto, infatti, in James Bond — e in Goldfinger più che altrove — è pura proiezione dei desideri profondi, per non dire «bassi», di un borghese inglese di mezza età. Le donne sono tutte giovani e belle, «obbedienti come bambine»; le sfide sportive sono duelli arditi, giocati sul filo della correttezza e immancabilmente vinti, così come immancabilmente si vince al tavolo da gioco; la violenza è somministrata in modo infallibile — un colpo di taglio della mano basta a uccidere uno scagnozzo —, il cibo è sempre eccellente — Bond e Du Pont, che lo ingaggerà per incastrare una prima volta il magnate dell’oro Auric Goldfinger, si ingozzano di granchi prima ancora di parlare d’affari — e l’alcol scorre a fiumi ma senza alcun effetto negativo: uno studio dell’Università di Nottingham ha analizzato i romanzi concludendo che Bond beve in media l’equivalente di mezza bottiglia di liquore al giorno, con un picco, in Dalla Russia con amore, di 49,8 «unità alcoliche» inglesi (l’equivalente di sei pinte di birra seguite da otto bicchieri di vino e poi da venti shot di whisky), mentre in Goldfinger si muove intorno alle 18 «unità», circa otto bicchieri di vino, naturalmente mettendosi subito dopo alla guida.
Questa costante proiezione del desiderio si espande anche fuori dal personaggio: le Bond girl, con la loro indipendenza e bellezza, sono proiezioni di Muriel Wright, la ricca, autonoma e avventurosa prima fidanzata di Fleming, morta in un bombardamento nel 1944, e l’ambito stesso in cui si muove 007 è la proiezione di un desiderio britannico di grandezza ormai passato, ma senza che questo impedisca di proiettare anche nell’altra direzione, quella futura.
Bond esige e consuma marche precise e possiede innumerevoli gadget tecnologici: una chiara anticipazione dei desideri dell’uomo contemporaneo. In un simile contesto, che rende le avventure di Bond più simili a un grande sogno che alla rappresentazione realistica delle imprese di un agente segreto, anche le coincidenze assurde, le risoluzioni implausibili, i dispositivi narrativi riutilizzati più volte, diventano scelte non solo plausibili ma addirittura necessarie. Scrisse John le Carré, che di spie se ne intendeva, che nessuna agenzia di servizi segreti avrebbe mai mandato in giro un agente che beveva e giocava d’azzardo in modo così incontrollato: esatto, è proprio per questo che James Bond è immortale.

Vanni Santoni, la Lettura #319, pag. 36

Topipittori

Quando nel 2004 nacque la nostra casa editrice, nonostante avessimo entrambi una discreta esperienza in campo editoriale, con lo sguardo di oggi capisco che dovevamo ancora imparare quasi tutto. Ricordo che un giorno una persona mi fece notare che se volevamo vendere i nostri libri, che all’epoca non erano così facili da capire e che sugli scaffali delle librerie rischiavano di non essere visti e compresi, dovevamo spiegare alle persone cosa stavamo facendo e perché. Fu un’illuminazione. Può sembrare strano, ma è così. Nonostante sia io sia Paolo avessimo una discreta esperienza anche nel campo della comunicazione, con i libri pensavamo, per qualche ragione, che bastassero a sé, non c’era bisogno di spiegarli, parlavano da soli. Capimmo subito che quella persona, invece, aveva ragione: ritenere che le cose bastino a sé, che non ci sia bisogno di spiegare niente, e che queste spiegazioni addirittura possano guastare la qualità del lavoro, delle idee, è un’idea profondamente sbagliata: risiede in un’idea di cultura fatta esclusivamente e implicitamente per chi è già in grado di recepirla (che è un errore comunissimo nel nostro Paese fra chi lavora in campo culturale sia fra gli umanisti sia fra gli scienziati). Da quel momento investimmo tempo, risorse ed energie a fare in modo che le persone disponessero di tutte le informazioni necessarie a far conoscere il nostro lavoro. Non si trattava di un’azione di promozione nuda e cruda, ma di informazione che è una cosa molto diversa, più importante, più impegnativa.


Oggi il panorama della letteratura per ragazzi è molto cambiato, un intero settore ha lavorato a questo cambiamento, non credo di essere arrogante se affermo che anche noi siamo stati parte di questa trasformazione. Spesso sento alcune persone del settore indignarsi per banalizzazioni e volgarizzazioni della letteratura per ragazzi, capita anche a me di essere insofferente verso recensioni malfatte, riflessioni sul tema abborracciate o incompetenti, iniziative mediocri, tutte cose che nascono da idee sbagliate o superficiali o infondate. Ma passata l’irritazione mi dico che se è così, tutti quanti forse non abbiamo fatto abbastanza per fare cambiare le cose, e che essere in possesso di una cultura dovrebbe anziché spingere a una strenua difesa contro imbastardimenti e imbarbarimenti da parte di un “fuori” vissuto come ostile, superficiale e mai all’altezza, dovrebbe, dicevo, motivare a impiegare più serietà e rigore a fare sì che quello che in larga parte gli altri ancora non sanno, possa essere reso loro disponibile e accessibile. E non lo dico con paternalismo. Interessarsi o no a qualcosa, è una scelta, quindi non si tratta di fare proseliti. Ma di fare sì che le persone, qualora lo vogliano, abbiano a disposizione, paritariamente, la possibilità di accedere a delle conoscenze.

Giovanna Zoboli
Casa editrice Topipittori

Baccanti

«Oltre alle Baccanti, sciamane al seguito del dio della trance, Dioniso, e alle esperienze estatiche eleusine, per altro gestite istituzionalmente dalle famiglie sacerdotali degli Eumolpidi e dei Codridi, che presentano vistosi tratti in comune con le esperienze degli sciamani, esistono figure che si possono definire “sciamani” in senso stretto: il mitico Abaris iperboreo, che non mangiava mai, prevedeva il futuro e scacciava le malattie; Aristea, capace di sprofondare in lunghi sonni, nel corso dei quali abbandonava il corpo fisico e si materializzava altrove; o ancora a Epimenide che a Creta, nella grotta sul monte Ida nella quale era nato Zeus stesso, incubò nell’estasi una sapienza “entusiastica” (vale a dire “pervasa dal dio”) e iniziatica; ma anche Hermotimo, Zalmoxis, Pitagora, Anacarsi possono venire annoverati, per certi tratti, in questa schiera; e elementi sciamanici si trovano nelle catarsi dei Coribanti, nei Misteri di Samotracia, nell’oracolarità apollinea delle Sibille».

http://www.pangea.news/angelo-tonelli-intervista-sapienza-oriente-e-occidente/

42nd Street

Eve Arnold, Self-portrait in a Distorting Mirror, 42nd Street, New York, 1950.

45. Ognuno si compie

Saul Leiter, Untitled (Barbara), 1947

Hai molte ragioni per cui un amore finisce. Ci sono molti mondi nei quali hai abitato. Ci sono anche altre facce che hai indossato. Forse lei dirà che non ti fidavi o che eri falso. L’unione dei corpi a volte era veridica; altre, supponente e quindi menzognera. Ci sono anche tanti motivi per cui non ci si ritrova più, sia pure dopo pochi mesi, anche quando ci si vedeva poco. Rimangono delle maglie primaverili appese nell’armadio. I suoi doni che ti guardano quando lasci gli sportelli aperti la sera. Ci sono gli occhi di suo figlio distanti. Le tue identità riviste e rivisitate. Rimangono le carenze che ti rendono incline a cercare le storie e le relazioni inutili senza speranza. Eppure eccoci qui, a continuare, e magari un giorno… no. Ognuno si compie da solo. Anche quando ha un amico o una compagna. Non si può aspirare a titoli di nobilitazione per aver sentito battere il proprio cuore all’unisono con una donna che ci accompagnato, che abbiamo aiutato. Era anche un ladro che entrava di notte in casa e potevamo confondere la sua ombra con quella di un familiare che ci dormiva accanto.

Andrea Bianchi

densità

Matthieu Ricard lavorava come biologo molecolare in Francia, fino alla conversione al buddismo di scuola tibetana, di cui ora è monaco. Momento fondamentale di quella religione è la meditazione. Essa è un processo cognitivo rivolto verso sé stessi, che si esercita, anche per lungo tempo, in isolamento e silenzio assoluti, senza libri, giornali, notizie, incontri. Con alcuni colleghi e neurofisiologi, Matthieu Ricard ha indagato la meditazione come evento della corteccia cerebrale. Durante la meditazione la corteccia prefrontale, aiutata dai centri della memoria e dell’affettività, cerca, indaga, scandaglia, accetta, approva, contesta, rifiuta, rimprovera, svergogna sé stessa. Il cervello è in condizione di grande attenzione e vigilanza, confermate dall’aumento definito «drammatico» della frequenza delle registrazioni elettriche. Dopo un certo tempo, il meditante avverte che il passaggio mentale da un argomento all’altro gli riesce più facilmente. Tale agilità permane dopo la meditazione. Ciò è spiegato con la maggior familiarità con i propri meccanismi che la mente acquisirebbe con la meditazione. Se, a occhi chiusi, ci si sforza di immaginare qualcosa (un oggetto, una persona, un luogo), sono attivati non solo i meccanismi dell’attenzione, ma anche quelli della visione. L’attivazione visiva riuscirebbe più in fretta e meglio nelle persone dedite alla meditazione. Con indagini della risonanza magnetica è stato dimostrato, nel cervello di Ricard e di altri dediti regolarmente alla meditazione, che essa fa aumentare il volume di particolari aree della corteccia, specie nei lobi prefrontali. Non aumenta il numero di neuroni, ma la densità delle sinapsi e delle fibre che connettono i centri corticali. Si sa da molti anni che l’esperienza del mondo esterno modifica la struttura del cervello e che ogni percezione equivale a una nuova struttura della corteccia. Ora si è visto che anche stimoli interni alla corteccia cambiano struttura e funzionamento del cervello.

Arnaldo Benini, La coscienza imperfetta, Garzanti, Milano 2012, pagg. 18-19

Lonesome Dove

Maura Allen, Stars in Your Eyes


Lonesome Dove è un pidocchioso paesetto del Texas meridionale, sul Rio Grande, al confine con il Messico. Da anni Augustus McCrae e Woodrow Call, ranger attempati dal carattere a dir poco inconciliabile, vi esercitano la massacrante arte del mandriano. A dare la scossa è il ritorno del vecchio amico Jake Spoon, giocatore, damerino, dongiovanni, cialtrone, omicida per caso. È allora che Gus e Call decidono di intraprendere un avventuroso viaggio, per le Grandi Pianure, verso l’Eden del Montana, guidando una mandria giovane e inesperta e un manipolo di ragazzotti male in arnese: orfani, irlandesi, neri. Una specie di controesodo: dal sud più profondo e brullo al nord verdeggiante infestato dagli indiani. Il resto è poesia, benedetta da un finale tanto melanconico quanto ineluttabile.

Scordatevi duelli sul far della sera, sparatorie, scazzottate. Scordatevi saloon, tesori sepolti, fughe al galoppo. McMurtry aderisce drasticamente alla nuova voga del western americano in cui il dato realista ha soppiantato ogni trasfigurazione mitica e fiabesca. L’epos di questo libro straordinario è nella sua capacità di dare conto della vita ordinaria del vaccaro: le aspirazioni, i vizi, i piccoli piaceri edonisti se ha senso chiamare così litri di whisky scadente, pancetta fritta e divagazioni postribolari. È un mondo derelitto quello di Lonesome Dove, l’acqua scarseggia, il sole uccide, l’igiene è lasca, l’alimentazione iper-proteica. Non succede mai niente, o quasi. Il che rende irresistibile la maestria di McMurtry. Che ironia, che dialoghi! Con quale cura si dedica ai suoi protagonisti, svelando retroscena psicologici, svolte emotive, tare caratteriali. Una precisione implacabile, addolcita dall’indulgenza, se non proprio dalla tenerezza. Si capisce quanto gli piaccia occuparsi di Gus e Call, quanto adori star loro addosso, quanto sia fiero di una così antica amicizia nutrita da incomprensioni reciproche. Gus è un tipo loquace, a suo modo persino colto, legge ogni giorno un passo della Bibbia; possiede la causticità dei cinici, l’eloquenza dei pagliacci, adora il sesso ma anche la schermaglia. È un indolente, e tuttavia adora la vita senza temere la morte; a suo modo è romantico, colleziona mogli e non si perde un bordello. «Una cosa andava detta di Gus McCrae: era facile da trovare. Alle tre del pomeriggio, tutti i pomeriggi, se ne stava sotto il portico a sorseggiare dalla fiasca». Call è il suo esatto opposto. Uno stacanovista, un irrequieto cronico. È austero fino al celibato, è laconico, vive per il silenzio dei grandi spazi incontaminati. All’alcol, al gioco, alle cortigiane preferisce solitarie passeggiate notturne. «A Call piaceva allontanarsi da solo, a circa un miglio dal campo, e ascoltare la terra, non gli uomini. (…) Il territorio parlava piano, bastava una voce umana per sommergerlo».

A questo punto occorre specificare che l’eroina incombente di questa storia è la natura: subdola, indifferente, omicida, gioca con gli uomini al gatto con il topo. La spina di un cactus, lo scarto di una puledra, il morso di una bestia e sei fritto: cancrena, setticemia, avvelenamento. La canicola, il gelo, le tempeste, le piogge impetuose, le sabbie mobili, le mandrie inferocite, i cavalli che sgroppano, zanzare, scorpioni, serpenti a sonagli. Tra uomini e animali non c’è quasi differenza, tutti schiavi della fisiologia: mangiare, bere, evacuare, accoppiarsi, trovare un giaciglio in cui dare tregua alle membra. Senza mai dimenticare che la morte non solo è in agguato ma è l’opzione più probabile.

Alessandro Piperno su Lonesome Dove di Larry McMurtry (Einaudi, 2017), la Lettura #317, pag. 5