Lonesome Dove

Maura Allen, Stars in Your Eyes


Lonesome Dove è un pidocchioso paesetto del Texas meridionale, sul Rio Grande, al confine con il Messico. Da anni Augustus McCrae e Woodrow Call, ranger attempati dal carattere a dir poco inconciliabile, vi esercitano la massacrante arte del mandriano. A dare la scossa è il ritorno del vecchio amico Jake Spoon, giocatore, damerino, dongiovanni, cialtrone, omicida per caso. È allora che Gus e Call decidono di intraprendere un avventuroso viaggio, per le Grandi Pianure, verso l’Eden del Montana, guidando una mandria giovane e inesperta e un manipolo di ragazzotti male in arnese: orfani, irlandesi, neri. Una specie di controesodo: dal sud più profondo e brullo al nord verdeggiante infestato dagli indiani. Il resto è poesia, benedetta da un finale tanto melanconico quanto ineluttabile.

Scordatevi duelli sul far della sera, sparatorie, scazzottate. Scordatevi saloon, tesori sepolti, fughe al galoppo. McMurtry aderisce drasticamente alla nuova voga del western americano in cui il dato realista ha soppiantato ogni trasfigurazione mitica e fiabesca. L’epos di questo libro straordinario è nella sua capacità di dare conto della vita ordinaria del vaccaro: le aspirazioni, i vizi, i piccoli piaceri edonisti se ha senso chiamare così litri di whisky scadente, pancetta fritta e divagazioni postribolari. È un mondo derelitto quello di Lonesome Dove, l’acqua scarseggia, il sole uccide, l’igiene è lasca, l’alimentazione iper-proteica. Non succede mai niente, o quasi. Il che rende irresistibile la maestria di McMurtry. Che ironia, che dialoghi! Con quale cura si dedica ai suoi protagonisti, svelando retroscena psicologici, svolte emotive, tare caratteriali. Una precisione implacabile, addolcita dall’indulgenza, se non proprio dalla tenerezza. Si capisce quanto gli piaccia occuparsi di Gus e Call, quanto adori star loro addosso, quanto sia fiero di una così antica amicizia nutrita da incomprensioni reciproche. Gus è un tipo loquace, a suo modo persino colto, legge ogni giorno un passo della Bibbia; possiede la causticità dei cinici, l’eloquenza dei pagliacci, adora il sesso ma anche la schermaglia. È un indolente, e tuttavia adora la vita senza temere la morte; a suo modo è romantico, colleziona mogli e non si perde un bordello. «Una cosa andava detta di Gus McCrae: era facile da trovare. Alle tre del pomeriggio, tutti i pomeriggi, se ne stava sotto il portico a sorseggiare dalla fiasca». Call è il suo esatto opposto. Uno stacanovista, un irrequieto cronico. È austero fino al celibato, è laconico, vive per il silenzio dei grandi spazi incontaminati. All’alcol, al gioco, alle cortigiane preferisce solitarie passeggiate notturne. «A Call piaceva allontanarsi da solo, a circa un miglio dal campo, e ascoltare la terra, non gli uomini. (…) Il territorio parlava piano, bastava una voce umana per sommergerlo».

A questo punto occorre specificare che l’eroina incombente di questa storia è la natura: subdola, indifferente, omicida, gioca con gli uomini al gatto con il topo. La spina di un cactus, lo scarto di una puledra, il morso di una bestia e sei fritto: cancrena, setticemia, avvelenamento. La canicola, il gelo, le tempeste, le piogge impetuose, le sabbie mobili, le mandrie inferocite, i cavalli che sgroppano, zanzare, scorpioni, serpenti a sonagli. Tra uomini e animali non c’è quasi differenza, tutti schiavi della fisiologia: mangiare, bere, evacuare, accoppiarsi, trovare un giaciglio in cui dare tregua alle membra. Senza mai dimenticare che la morte non solo è in agguato ma è l’opzione più probabile.

Alessandro Piperno su Lonesome Dove di Larry McMurtry (Einaudi, 2017), la Lettura #317, pag. 5