Elvis

IL PATTO FAUSTIANO TRA “ELVIS” E L’AVIDO MANAGER IMBONITORE
NON PERDETE IL FILM DI LUHRMANN: UNA TRAGEDIA AMERICANA

Michele Anselmi per Cinemonitor

Neanche “Elvis”, uscito mercoledì scorso col marchio Warner Bros dopo l’anteprima mondiale al festival di Cannes, sembra scaldare granché il cuore dei cine-spettatori italiani. Magari aiuterà il passa parola positivo, se ci sarà; ma certo 275 mila euro in due giorni, con circa 450 copie in giro e senza più l’obbligo della mascherina, non lasciano prevedere sfracelli al botteghino. Peccato, perché è un gran bel film, e non serve conoscere a memoria le parole di evergreen come “That’s All Right, Mama”, “Heartbreak Hotel”, “Hound Dog” o “Jailhouse Rock” per apprezzarlo. Nella sua pezzatura lunga di 160 minuti, ma regista australiano Baz Luhrmann avrebbe voluto licenziarne una ancora più estesa, “Elvis” intreccia biografia e reinvenzione, fedeltà e metafora, realtà e profezie.
La novità più evidente consiste nel punto di vista adottato, che è quello del famoso/famigerato colonnello Tom Parker, lo scopritore e impresario del cantante nato povero giù a Tupelo, nel Mississippi. In realtà l’uomo non si chiamava Tom Parker e non era stato mai colonnello, ma da perfetto imbonitore da fiera era riuscito a rendersi credibile come americano purissimo, benché fosse nato a Breda, Olanda, nel 1909 e facesse di nome Andreas Cornelius Van Kuijk.
“Ci sono persone che vorrebbero farmi passare per il cattivo di questa storia” sentenzia Parker nell’incipit che lo vede ormai decrepito, siamo nel 1997, e prossimo alla morte per un infarto letale. L’uomo, come in un fosco sogno/incubo, s’aggira con la flebo nei saloni di un casinò di Las Vegas, dove ha perso tutti i suoi soldi, vittima del gioco; e intanto parte il denso flashback, all’insegna di un crescente andirivieni temporale, che ci riporta al 1955, quando l’appena ventenne Elvis Aaron Presley, reduce da un’incisione fatta per la Sun Records di Memphis, terremota uno spettacolo di country music dimenandosi sul palco nel suo abito rosa, sotto lo sguardo adorante delle ragazze e l’imbarazzo dei loro fidanzati. Presto Elvis diventerà “the Pelvis”, per il movimento allusivamente erotico delle pelvi, e sarà l’inizio di un’avventura musicale, anche di costume e sociologica, destinata a concludersi tragicamente nel 1977, a soli 42 anni. Appena due anni prima, nonostante il successo dei suoi concerti a Las Vegas, Presley diceva di sé: “Tra poco avrò quarant’anni e nessuno si ricorderà di me”. Non sarebbe andata così.
Due strani bambini in cerca dell’eternità: così il film vede i due personaggi principali, appunto Elvis e il colonnello Parker, stretti in una sorta di patto faustiano, destinati a passare attraverso pazzeschi guadagni e sonore sconfitte, contratti favolosi e battute d’arresto, in una continua sfida contro il tempo che avanza, devasta la bellezza, macina le mode, disegna le ombre lunghe dell’oblio. Da questo punto di vista “Elvis” ricostruisce magnificamente una Tragedia Americana, perché tale fu la parabola di questo cantante a suo modo unico: bianco cresciuto tra i neri, trasgressivo sex-symbol e devoto cristiano, uomo amato dalle folle e marito incapace di amare sua moglie, insomma un “delinquente del rock and roll”, come recitava il titolo italiano di uno dei suoi tanti film girati a Hollywood, quasi tutti mediocri o pessimi, che però amava cantare i gospel imparati sotto un tendone dopo la predica di un pastore afroamericano.
Sulla base di una sceneggiatura scritta otto mani, molto curata nei dettagli e nei passaggi storici cruciali, “Elvis” non demonizza la figura dell’avido impresario/imbonitore, che certo impose al suo protetto scelte talvolta poco accorte, e insieme mostra le fragilità inattese di un artista in lotta con la natura del successo planetario, in drammatico bilico tra desiderio di eternare sé stesso e tensione al rinnovamento musicale.
Tragico e infantile, l’Elvis incarnato da Austin Butler mi pare perfetto, perfino nel doppiaggio italiano (ho visto il film in un’arena senigalliese), per adesione fisica e gestuale, per quel mix di stupore e arroganza che fece di Presley un rocker insuperabile, pure nel confronto con altri forse più bravi di lui. Non è da meno Tom Hanks, che sotto il vistoso trucco appare grasso e disfatto: un lucido demonio col sigaro e il cravattino texano capace di appianare contrasti, apparecchiare rilanci, motivare e imbrogliare.
Chi conosce un po’ la storia di quella musica, in bilico tra blues, rock, country e pop, apprezzerà i riferimenti a talenti neri come “Big Boy” Crudup, “Big Mama” Thornton, B.B. King o Etta James; però tutto il film, dal montaggio nervoso ma non nevrotico, è una miniera di suggestioni: interni, abiti, acconciature, strumenti musicali, automobili, i colpi di pistola che uccidono Martin Luther King e Bob Kennedy scandendo la vicenda narrata, la mitica villa di Memphis in stile ante-bellum, detta Graceland, ancora oggi meta di un pellegrinaggio incessante, quasi “religioso”. Ci sono andato anch’io, lo confesso. Naturalmente risuona sin dai manifesto il motto-logo preferito di Elvis, l’acronimo TCB, a indicare la locuzione “Taking Care Of Business”, ovvero abbi cura degli affari, nel senso di lavorare duro e non farti fregare (anche se lui un po’ si fece fregare dal colonnello Parker).