Michael Pollan


A metà del ventesimo secolo irruppero in Occidente due molecole nuove e singolari, composti organici con una spiccata somiglianza reciproca. Col tempo, avrebbero cambiato il corso della storia culturale, politica e sociale, come pure le storie personali dei milioni di persone che le introdussero nel proprio cervello. Il caso volle che l’emergere di questa chimica dirompente coincidesse con un’altra esplosione di portata storica a livello mondiale, quella della bomba atomica. Ci fu chi paragonò i due eventi e volle vedere un significato nella loro sincronia cosmica. Nuove energie straordinarie erano state liberate nel mondo; le cose non sarebbero state più le stesse.
La prima di queste molecole fu un’invenzione scientifica accidentale. La dietilamide dell’acido lisergico, comunemente nota come LSD, fu sintetizzata da Albert Hofmann nel 1938, precedendo di poco la prima scissione d’un atomo di uranio da parte dei fisici. Hofmann – che lavorava per la casa farmaceutica svizzera Sandoz – stava cercando un farmaco che stimolasse la circolazione, non un composto psicoattivo: fu soltanto cinque anni dopo, quando ingerì per caso una minuscola quantità della nuova sostanza chimica, che capì d’aver creato qualcosa di potente, al tempo stesso terribile e meraviglioso.
La seconda molecola era in circolazione da migliaia di anni, benché nel mondo sviluppato nessuno ne fosse a conoscenza. Prodotta non da un chimico, ma da un piccolo fungo marrone poco appariscente, questa sostanza, in seguito divenuta nota come psilocibina, era stata usata per centinaia di anni come sacramento dalle popolazioni indigene del Messico e dell’America centrale. Dopo la conquista spagnola, l’uso del fungo – che gli Aztechi chiamavano teonanácatl, ovvero «carne degli dèi» – venne brutalmente represso dalla chiesa cattolica, e quindi spinto nella clandestinità. Nel 1955, dodici anni dopo la sintesi dell’LSD da parte di Albert Hofmann, R. Gordon Wasson, banchiere di Manhattan nonché micologo dilettante, assaggiò il fungo magico a Huautla de Jiménez, una città dello stato di Oaxaca nel Messico meridionale. Due anni dopo pubblicò sulla rivista «Life» una descrizione di quindici pagine dei «funghi che inducono strane visioni», segnando così il momento in cui la notizia di una nuova forma di coscienza giunse per l.a prima volta al grande pubblico (nel 1957 la conoscenza dell’LSD era per lo più confinata alla comunità dei ricercatori e di coloro che si occupavano di salute mentale a livello professionale). Per molti anni la gente non colse l’entità di quanto era accaduto, ma la storia in Occidente era cambiata.

È difficile sovrastimare l’impatto di queste due molecole. L’avvento dell’LSD può essere messo in relazione con la rivoluzione che ebbe luogo negli studi sul cervello a partire dagli anni Cinquanta, quando gli scienziati scoprirono il ruolo dei neurotrasmettitori cerebrali. Il fatto che quantità di LSD nell’ordine dei microgrammi potessero indurre sintomi simili a quelli della psicosi ispirò la ricerca della base neurochimica di disturbi mentali precedentemente ritenuti di origine psicologica. Allo stesso tempo gli psichedelici trovarono spazio nella psicoterapia, dove furono usati per trattare vari disturbi tra cui l’alcolismo, l’ansia e la depressione. Per gran parte degli anni Cinquanta e al principio del decennio successivo, furono in molti, nell’establishment psichiatrico, a considerare l’LSD e la psilocibina come farmaci miracolosi.
L’avvento di questi due composti è legato anche, negli anni Sessanta, all’ascesa della controcultura e, forse soprattutto, ai suoi toni e al suo stile particolari. Per la prima volta nella storia i giovani disponevano di un rito di passaggio tutto loro: il «trip da acido». Invece di incorporare il giovane nel mondo adulto, come i riti di passaggio hanno sempre fatto, questo li faceva sbarcare in un territorio della mente della cui esistenza pochi adulti avevano la benché minima idea. L’effetto sulla società fu come minimo dirompente.
Alla fine degli anni Sessanta, comunque, le onde sismiche scatenate a livello sociale e politico da queste molecole sembrarono dissiparsi. Il lato oscuro degli psichedelici – bad trips, crolli psicotici, flashbacks, suicidi – cominciò a essere oggetto di un’enorme pubblicità negativa e a partire dal 1965 l’entusiasmo intorno a queste nuove sostanze lasciò il passo al panico morale. Con la stessa velocità con cui li avevano accolti, la cultura e l’establishment scientifico adesso si rivoltarono bruscamente contro gli psichedelici. Alla fine del decennio queste sostanze – che in moltissimi luoghi erano state legali – furono messe al bando, e il loro uso venne spinto nella clandestinità. Sembrava che almeno una delle due bombe del ventesimo secolo fosse stata disinnescata.
Poi accadde qualcosa di inatteso e significativo. A partire dagli anni Novanta, lontano dagli sguardi della maggior parte di noi, un piccolo gruppo di scienziati, psicoterapeuti e cosiddetti psiconauti, nella convinzione che scienza e cultura avessero perso qualcosa di prezioso, decise di recuperarlo.

Oggi, dopo diversi decenni di repressione e abbandono, gli psichedelici sono nel pieno di un rinascimento. Una nuova generazione di scienziati, molti dei quali ispirati da esperienze personali con questi composti, sta verificando le loro potenzialità nella cura di problemi mentali come la depressione, l’ansia, i traumi e le dipendenze. Altri scienziati stanno usando gli psichedelici insieme ai nuovi strumenti di brain-imaging per esplorare i legami tra il cervello e la mente, nella speranza di svelare alcuni dei misteri della coscienza.
Un buon modo per comprendere un sistema complesso è quello di disturbarlo e poi di osservare che cosa succede. Disintegrando gli atomi, un acceleratore di particelle li costringe a svelare i loro segreti. Somministrando sostanze psichedeliche in dosi meticolosamente calibrate, i neuroscienziati possono disturbare profondamente, in soggetti volontari, la normale coscienza in stato di veglia, inducendo la dissoluzione delle strutture del sé e dando luogo a quella che può essere descritta come un’esperienza mistica. Mentre ciò accade, gli strumenti di imaging possono rilevare le alterazioni che interessano le attività e gli schemi di connettività cerebrali. Questo lavoro sta già svelando informazioni sorprendenti sui «correlati neurali» del senso del sé e dell’esperienza spirituale. Il vecchio cliché degli anni Sessanta, e cioè che gli psichedelici offrissero una chiave alla comprensione – e all’«espansione» – della coscienza non sembra più tanto assurdo.
Come cambiare la tua mente è la storia di questo rinascimento. Oltre che una storia pubblica, è però anche una storia molto personale, benché non sia cominciato in quella chiave. Forse era inevitabile. Tutto quello che stavo imparando riguardo alla storia della ricerca sugli psichedelici narrata in terza persona mi faceva desiderare di esplorare questo nuovo paesaggio della mente anche in prima persona: capire come fossero in realtà le alterazioni della coscienza indotte da queste molecole; se avessero da insegnarmi qualcosa – e che cosa – sulla mia mente; e se potessero aggiungere qualcosa – e che cosa – alla mia vita.
Questa fu, per me, una svolta del tutto inaspettata. La storia delle sostanze psichedeliche che ho riassunto qui non è una storia che ho vissuto. Io sono nato nel 1955, a metà del decennio in cui gli psichedelici fecero la loro prima irruzione sulla scena americana; fu solo quando i miei sessant’anni si profilarono all’orizzonte, però, che presi seriamente in considerazione l’idea di provare per la prima volta l’LSD. Detto da un baby boomer, potrebbe suonare improbabile, una sorta di inadempienza ai miei doveri generazionali; d’altra parte, nel 1967 avevo soltanto dodici anni – troppo giovane per essere più che vagamente consapevole della «Summer of Love» o degli «Acid Tests» di San Francisco. A quattordici anni, l’unico modo che avevo per arrivare a Woodstock era che mi ci accompagnassero i miei genitori. Gran parte degli anni Sessanta li ho vissuti attraverso le pagine della rivista «Time». Quando l’idea di provare o meno l’esperienza di un trip affiorò nella mia consapevolezza cosciente, l’LSD aveva già completato la sua veloce parabola mediatica, passando da miracoloso farmaco psichiatrico a sacramento della controcultura e infine a entità distruttrice di giovani menti.

Dovevo essere alle medie quando uno scienziato riportò (erroneamente, come emerse poi) che l’LSD strapazzava i cromosomi; i media, senza esclusioni, come pure il mio professore di educazione sanitaria, si assicurarono che sentissimo tutto quel che c’era da sentire. Un paio d’anni dopo, Art Linkletter, il personaggio televisivo, cominciò a fare campagna contro l’LSD, che riteneva responsabile del suicidio di sua figlia, gettatasi dalla finestra di un appartamento. Si presumeva che l’LSD avesse qualcosa a che fare anche con gli omicidi di Manson. Quando, al principio degli anni Settanta, entrai al college, ormai tutto quello che si sentiva sull’LSD sembrava studiato per terrorizzarti. Su di me funzionò: più che degli psichedelici anni Sessanta, sono un figlio del panico morale scatenato da queste sostanze.
Avevo poi anche dei motivi personali per stare alla larga dagli psichedelici: un’adolescenza dolorosamente segnata dall’ansia mi aveva lasciato qualche dubbio (condiviso da almeno uno psichiatra) su quanto fosse saldo il mio equilibrio. Quando arrivai al college mi sentivo più forte, ma l’idea di giocarmi la salute mentale con una sostanza psichedelica mi sembrava pessima.
Anni dopo, quasi trentenne, sentendomi più stabile, provai due o tre volte i funghi magici. Un amico mi aveva dato un vasetto di vetro pieno di Psilocybe secchi e grinzosi, e in un paio di occasioni memorabili io e Judith, allora mia compagna e oggi mia moglie, ne mandammo giù due o tre, affrontammo una breve ondata di nausea, e poi salpammo per quattro o cinque ore interessanti in compagnia l’uno dell’altra: un’esperienza che pareva una versione meravigliosamente enfatizzata della realtà familiare.
Gli aficionados degli psichedelici probabilmente la classificherebbero come un’«esperienza estetica» a basso dosaggio, più che un trip completo con disintegrazione dell’ego. Di sicuro non ci assentammo dall’universo conosciuto, né avemmo quella che qualcuno potrebbe mai chiamare un’esperienza mistica. Tuttavia, fu davvero interessante. Quello che ricordo, in particolare, è l’intensità straordinaria dei verdi dei boschi, e soprattutto la morbidezza del vellutato chartreuse delle felci. Fui preso da una potente compulsione a stare all’aria aperta, svestito, e il più lontano possibile da qualsiasi cosa fosse fatta di metallo o di plastica. Poiché eravamo da soli in campagna, fu fattibilissimo. Non ricordo molto di un trip successivo – un sabato a Riverside Park, a Manhattan –, salvo che fu molto meno godibile e spontaneo, con troppo tempo passato a chiederci se si capiva che eravamo fatti.
All’epoca non lo sapevo, ma la differenza tra queste due esperienze avute con la stessa sostanza dimostrava qualcosa di importante e di speciale sugli psichedelici: la fondamentale influenza del «set» e del «setting». Il «set» è l’atteggiamento mentale o l’aspettativa che uno immette nell’esperienza, mentre il «setting» è l’ambiente in cui essa ha luogo. Rispetto ad altre sostanze, è raro che gli psichedelici producano due volte lo stesso effetto sulla stessa persona, giacché tendono ad amplificare qualsiasi cosa sia già in atto all’interno e all’esterno della sua testa.

Dopo quei due brevi trip, il vasetto con i funghi rimase per anni inviolato in fondo alla nostra dispensa. Il pensiero di dedicare un’intera giornata a un’esperienza psichedelica aveva finito per diventare inconcepibile. Impegnati con le nostre carriere nascenti, avevamo lunghi orari di lavoro, e quelle vaste distese di tempo libero consentite dal college (o dalla disoccupazione) erano diventate un ricordo. Adesso era disponibile un altro tipo di droga, diversissimo, decisamente più facile da introdurre nel tessuto di una carriera a Manhattan: la cocaina. Al confronto con la polvere bianca come la neve, i funghi marroni e rugosi sembravano privi di stile, imprevedibili ed eccessivamente esigenti. In un fine settimana, ripulendo gli armadietti della cucina, ci imbattemmo nel vasetto dimenticato e lo gettammo nella spazzatura insieme alle spezie che avevano perso l’aroma e alle confezioni di cibo scaduto.
Avanti veloce di trent’anni: davvero vorrei non averlo fatto. Adesso pagherei per avere un intero vasetto pieno di funghi magici. Ho cominciato a chiedermi se quelle straordinarie molecole non siano forse sprecate nei giovani, se non abbiano da offrire di più in seguito, una volta che il cemento delle abitudini mentali e dei comportamenti quotidiani si è consolidato. Una volta Carl Jung scrisse che non è il giovane, ma la persona di mezza età ad aver bisogno di un’«esperienza del numinoso» che la aiuti a scendere a patti con la seconda metà della sua vita.

Come cambiare la tua mente, Prologo