44. una ragazza scarmigliata

René Portocarrero, Catedral, gouache su carta su masonite, 1965

Quando imparavo a camminare mia madre avrà letto questo libretto di Balzac che sto finendo, Il medico di campagna, storia ambientata nella provincia francese nel 1833, storia di come si torna a conquistare un’illusione e un ideale, storia basata su chi crede che Napoleone abbia dato o lasciato qualcosa, e in effetti tra le cose che Napoleone tentò di dare all’Italia che allora era barbara e in mano ai preti, c’è anche questa Scuola Normale, questa École Normale che oggi appunto esiste in una società dove non ci sono più i preti, ma la loro ombra, che è una struttura “mentale” di lentezza, voglia di non fare e lasciare che le cose vadano allo stato naturale. Cioè nel fango originario.
Un’esperienza di lettura forte come quella che dà Balzac l’avevo provata, come succede a tanti, coi russi, con Dostoevskij in particolare, e anche questo l’avevo trovato prevalentemente in casa, grazie alle cose lette da mia madre, ma c’era un testo che non riuscivo proprio a mandare giù dopo aver letto i suoi capolavori. Il testo era L’adolescente ed era abbastanza illeggibile perché Dostoevskij anziano voleva scrivere in prima persona come un ragazzo di sedici diciassette anni, ora non ricordo, ma il libro lo mollai perché avevo bisogno di crescere, non dico affettivamente, quello i libri non lo danno, ma umanamente, e cominciai a immergermi e durò almeno un paio d’anni, eccoci qui, a parlare di Balzac che per me sarà come allora era stato Dostoevskij, una cosa che ti prende e ti fa fare la ruota, ma nel frattempo potrai fare anche altro, trovare in metropolitana una ragazza scarmigliata che tiene in mano il librone del Cileno, 2666, e che volentieri attacca bottone perché tanto deve scendere una fermata dopo, alla Iulm, allora evviva che in queste università di cinema e spettacolo fanno svolgere saggi sul cileno Bolaño e su uno scrittore che lui amava, un americano “post-moderno”, tutta una specie di fantascienza, come fantascienza è il proprio passato, soprattutto quello breve di chi è giovane e vede le cose all’indietro come se fossero strane e distorte, ma in fondo tutte connesse dal caso e dagli affetti, più profetiche e più esatte di una profezia.
Bolaño: “Nel mercato della letteratura bisogna essere tremendamente competitivi. Si dà il caso che io non mi senta parte del mercato, anche se in qualche modo sì che ne faccio parte. Con questo voglio dire che i miei libri si vendono, entrano nel circuito dei coltelli, ma voglio anche dire che io NON FACCIO NIENTE per farne parte o per rimanerci. Il mercato della letteratura, d’altra parte, non ha niente a che vedere con la letteratura reale, quella che si fa in solitudine, senza pensare ai lettori né tanto meno alle vendite, come un esercizio di libertà e come un esercizio che comporta un’alta dose di pericolo”.

Andrea Bianchi