42. Se Kafka avesse letto Stevenson

L’uomo camminava a passo ciondolante, la valigetta nella destra e la borsa di cartone nell’altra. Scambiava ogni tanto le combinazioni, e il libro argentino nella busta finiva nella destra, la borsa di di Eta Beta passava alla sinistra. Questa borsa era capiente il giusto per tenerci libri che erano persone. Il quale pensava che cosa sarebbe successo se Kafka avesse letto Stevenson e fosse stato felice dopo aver finito “Master di Ballantrae” è perché no? anche “La freccia nera” che gli uomini prima di lui leggevano a dieci anni e forse sbagliavano perché Kafka Stevenson e davvero tutti gli altri erano da adulti, i ragazzi dell’università degli studi erano come dodicenni in gita imbottigliati in una carrozza di un treno infuocato, e  questo però faceva capire all’uomo che era stato dei loro, avrebbero potuto gridare le ragazze fuori dall’università all’addiaccio all’ora di pranzo. La conclusione era semplice e diceva che tornare tra gli studenti era impossibile, era la storia a essere l’impossibile, come il ricordo e l’attesa, mentre la felicità — si capiva volta per volta — è sempre possibile e Kafka quando scrive alla donna sposata (che aveva un nome ma avrebbe potuto essere anonima, una tra milioni come lei), Kafka che le diceva che no, non conosceva Stevenson era l’uomo che rifiuta la felicità e il ricordo dell’infanzia dato dai libri per adulti. Questo era davvero strano e curioso ed era possibile immaginare un Kafka che non era più Kafka, aveva un’altra vita e leggeva Stevenson e non si affaticava con donne sposate ed era forse vero che Kafka sarebbe diventato uno studente tra altri studenti che afferra di non essere più dei loro perché è uomo, ma anche questo andava valutato. Poteva darsi tutto nella storia siccome era il regno dell’impossibile e l’impossibilità era l’unica cosa che accomunava l’umanità e che suonava come lei come parola. Era tutto irrimediabilmente perso per l’uomo che avrebbe portato in un’altra casa i libri nelle borse e quella sarebbe stata la casa della vita trascorsa. Era più importante farsi una reputazione e viaggiare ancora e capire cos’era questa Italia nel Mediterraneo, cosa che sembrava assurda ma si poteva intuire entrando in una chiesa centrale della metropoli e vedendo che lì donna e parroco parlavano spagnolo, che Napoli spiegava il Brasile e viceversa, e che la migliore ragazza a capire Venezia era di un’isola centroamericana che come Marquez spiegava all’Europa l’Europa, mentre gli Europei pensavano di capire il Sudamerica e il Centroamerica vedendo Marquez come una cosa esotica, e così non era. Marquez era stato uno scrittore, come Kafka, ma ormai era impossibile distinguere l’uomo dall’opera e tutto rientrava nel mito, la cultura era un prodotto finito che entrava nella vita e Marquez rimaneva inafferrabile come un fantasma e come tutti gli altri scrittori argentini passeggiava anche lui accanto all’uomo e alle sue valigie. Cosa sarebbe successo, si domandava l’uomo mentre pensava a un Kafka felice che legge Stevenson e non scrive lettere a donne sposate, cosa poteva essere della storia se nel Cinquecento l’imperatore Carlo V fosse andato a visitare il suo Impero nel Nuovo Mondo? Se una cubana fosse stata una veneziana e la storia non avesse avuto più peso? Come una ragazza in treno col computer e gli appunti di ingegneria che tra una stazione e l’altra smette di studiare si ravviva i capelli e sembra un’altra donna.

luglio 2018

Andrea Bianchi