41. Conoscete questi reazionari?

“Vorrei sapere cosa dissero i ginevrini di Montesquieu nel 1755”
(Stendhal, 1838)

Chi era Montesquieu nel 1755? Un autore che ormai aveva dato, essendo morto in quell’anno. Per pubblicare la sua prima opera non aveva avuto fretta. Le  Lettere persiane sono del ’21, quando aveva compiuto 33 anni. Cosa direbbe uno  sceicco che visitasse l’Europa — e perché no, gli Stati Uniti —  oggi? Avrebbe un punto di vista diverso dal nostro nell’osservare tutti questi conservatori che lasciano il posto ai reazionari?
Ma soprattutto: se anche si sentisse fuori luogo, lo sceicco, e gli sembrassimo  troppo democratici e se ne tornasse in Arabia, troverebbe qualche illuminato che capisse la sua descrizione dell’Europa? Montesquieu, statene certi, non fu capito da tutti i contemporanei. Sicuramente non dai ginevrini: i quali lungi dall’afferrare il senso rivoluzionario delle  Lettere persiane,  non poterono nemmeno riderne.
Io non saprei ridere dei reazionari americani: né di quelli universitari, né del papa — se, come insegna Loris Zanatta (Bologna),  Francesco  è diretto erede della reazione ispanica, del suo antimodernismo. Per quel che ho visto, le pagine tragiche di Unamuno si discostano molto dal messaggio di speranza del papa attuale. E per gli americani: per questi sì, bisogna nutrire qualche sospetto.

Prendiamo qualche dato e una guida locale per un breve viaggio negli USA. Il NY Times del 30 aprile riporta una percentuale spaventosa (Journal of Democracy): il  57 %  degli americani ritiene oggi indispensabile vivere in uno stato democratico. Negli anni Trenta, questa fetta di popolazione era comprensibilmente più grossa,  91%.
Ma vediamo un po’ cosa dicono di sé gli Americani. Il giornalista Andrew Sullivan (è credibile, non è fazioso) che scrive “da sinistra” rileva  tre grossi reazionari, distinguendoli – vedremo perché – dai conservatori. Se volete i nomi per la pubblica gogna (privata), si tratta di Charles Kesler, Michael Anton e Curtis Yarvin, tutti a vario titolo professori, membri di comitati di sicurezza e gestori di servizi informatici, ben ingranati nella macchina di Trump.
Kesler, poi, rivendica discendenza dal padre nobile del “pensiero reazionario” americano. E di chi si parla, se non di  Leo Strauss? Emigrato dalla Germania nazista negli USA, questo fine filosofo della politica fu allievo diretto di Carl Schmitt, un giurista che abbiamo già incontrato nell’articolo sui  Fascisti rossi. Schmitt era un genio: ho frequentato un corso di un professore (naturalmente di sinistra ortodossa) che era imperniato su questo eminente pensatore destrorso. Tanto fertili sono alcune sue proposte, che anche  Macron (discorso di Reims) se n’è impossessato: e se era, come era, stato informato all’uopo, tanto di cappello al  ghost writer. Solo Renzi si poteva permettere la retorica calda e suadente della Marcolongo, versione colta dei  fashionblogger (per chi non la conoscesse…).
E cosa sono i reazionari per Sullivan? La sua idea è molto precisa. Vediamo. “Il reazionarismo non è la stessa cosa del conservatorismo. È molto più potente. Il pensiero reazionario inizia, di solito, con una disperazione acuta sul momento presente e col ricordo di un’epoca d’oro precedente. Non è semplicemente una preferenza conservatrice, ma un odio appassionato dello status quo e un desiderio di tornare al passato in  una rivolta  emotivamente catartica”. Fin qui nulla di nuovo, tutto in regola per un giornalista  open-minded.
Ma quello che segue mischia le carte: “Se i conservatori sono pessimisti, i reazionari sono apocalittici. Se i conservatori valorizzano le élite, i reazionari le disprezzano. Se i conservatori credono nelle istituzioni, i reazionari vogliono farle saltare. Se i conservatori tendono a resistere a un cambiamento troppo radicale, i reazionari vogliono una rivoluzione. Più leggo i più seri scrittori reazionari d’oggi, più sono convinto che siano molto più  in sintonia con l’umore globale  di quanto non siano conservatori, liberali e progressisti” (NY Magazine, 3 maggio).

Ora è chiaro che l’alternativa reazionaria e populista (chiamatela come vi fa sentire più a vostro agio) si scontrerà con il patrimonio europeo che si è depositato nella storia con tutti i suoi valori. Per questo ci piace Macron. A Reims aveva pronunciato un discorso in cui faceva appello alla rinascita della forza marittima della Francia: da quant’è che non si sentivano parole simili? Da quando ci si è dimenticati — ma questo è un appunto solo per l’intellighenzia strapaesana  de’ noantri — che Terra e mare, capolavoro di sintesi e visionarietà (il mare, il dominio dei mari è agganciato al progresso e alla rinascita, sempre e comunque), non lo scrisse né il teologo Hegel, né il proletario Marx, ma uno Schmitt affranto e abbandonato da tutti. Era il ’42 e andava solo, abbandonato dai nazisti da almeno un decennio. L’invidia dei cortigiani gli aveva fatto terra bruciata intorno. Ma di questo in un pezzo successivo, dove pubblicherò un articolo dello storico Cantimori dal taglio giornalistico (avvincente) sulla disfatta della democrazia in Austria in quel giro d’anni.
E vediamole, le parole di Macron: “Uno dei problemi della Francia è che non ha mai saputo coniugare lo spirito della terra e lo spirito marittimo. C’è bisogno di entrambi. Oggi viviamo il ripiegamento della terra. La revoca dell’editto di Nantes, è la Francia di terra che non vuole più la Francia marittima dei protestanti. Il Paese è attaccato a questo spirito di terra, ossia alle sue radici, a ciò che ha fatto il popolo francese, alla sua memoria.  Lo spirito oceanico è quello in cui si è costruito il campo occidentale. C’è anche lo spirito mediterraneo, che ai miei occhi è fondamentale, perché è quello di una nazione benevola, di un’Europa aperta dall’energia dei porti che crea la mescolanza. E’ in questa capacità di riconciliare questi spiriti che la Francia ritrova se stessa”.
Parole che potete ritrovare nel libro Marsilio del bravo giornalista  Mauro Zanon,  Macron. La rivoluzione liberale francese (solo “revoca” al posto  di “rievocazione” per l’editto del Re Sole che nel 1685 scacciò i calvinisti).

Francamente, questo ossimoro di “rivoluzione liberale” non mi piace (vedere, armati di tanta  pazienza, il mio pezzo sul capitalismo cinese). Troppa geometria e finezza: Gobetti e le sue nozioni astratte hanno lasciato il passo a Scalfari, a questo papa cartesiano e laico. E non mi piace nemmeno la sponda opposta dei  gentiluomini foglianti  che citano Croce (Benedetto Croce, il feudatario che elogiava nel 1901  Il marchese di Roccaverdina — quando  Resurrezione di Tolstoj era uscita tre anni prima e aveva già tre edizioni italiane… spero di incuriosirvi in modo che gettiate lo scandaglio in biblioteca…), ma dicono poi che scrivere di cultura in un giornale è come stare in panchina. Ma scusate, gli allenatori non si alzano sempre a sbracciare verso i giocatori?

Andrea Bianchi