Maddalena


Mettendo insieme tutti i dati delle indagini in ultravioletto e radiazione nell’infrarosso, il dipinto sembra diventato trasparente. Il corpo della Maddalena semidisteso non è, come appare, avvolto da una massa buia, ma poggia su alcune rocce coperte da un pagliericcio. La figura della donna è inquadrata in una caverna sulla cui apertura campeggiano in modo chiaro, in alto a sinistra, le foglie di una vegetazione arricchita da fioriture. I rilievi tecnici non lasciano dubbi sul fatto che lo scenario paesaggistico appartiene al dipinto, che nella versione originale era stato concepito e realizzato proprio con quello sfondo naturalistico. Il pittore aveva usato una pennellata leggera, forse poco convinto del lavoro che stava realizzando. E in un secondo tempo ha deciso di nascondere quelle immagini sotto uno strato scuro. Maurizio Calvesi ha interpretato lo sfondo scuro come tenebra, «simbolo del male e del peccato», mentre la luce che inonda la figura femminile simboleggia la redenzione.
Ma l’aspetto fondamentale delle ricerche è che la stessa tavolozza di colori e stratigrafia di pigmenti accomuna le due opere, la Cena di Brera e la Maddalena, e fa ritenere che a realizzarle sia stata la stessa mano. Emerge una prevalenza del rame che è il principale componente dei pigmenti verdi delle foglie. C’è una notevole presenza delle terre combinate con l’ocra, mentre le lacche formano i rossi e intervengono nella composizione degli incarnati. Nel panneggio della Maddalena compare il cinabro, pigmento a base di mercurio. E gli ossidi di ferro sono serviti a ricoprire con un velo scuro il paesaggio sottostante.
Torniamo a Caravaggio fuggitivo. Lascia le terre dei Colonna e va a Napoli sotto la protezione di Giovanna Colonna, figlia di Marcantonio, vincitore della battaglia di Lepanto. Da Napoli fugge a Malta, infine ritorna a Napoli. Nell’estate del 1610 sale a bordo di una feluca, «con alcune poche robe per venirsene a Roma». Deodato Gentile, vescovo di Caserta, scrive al segretario di Stato cardinale Scipione Borghese che Caravaggio porta con sé tre dipinti, «doi San Joanni e una Madalena». Forse li vuole donare proprio a Scipione Borghese per ottenere la sua protezione.
Scende dall’imbarcazione a Palo, sul litorale laziale, per proseguire verso Roma. Ma il capitano delle guardie pontificie lo arresta. L’imbarcazione se ne torna a Napoli dove riporta le tre tele. Uno dei San Giovanni si ammira oggi nella Galleria Borghese a Roma. L’altro non si sa dove sia finito. La Maddalena invece trova riparo in casa della principessa Carafa-Colonna a Napoli. E diventa uno dei soggetti più copiati. Louis Finson, pittore fiammingo, nel 1612 è a Napoli dove ammira la Maddalena e ne dipinge una sua versione esposta ora nel Museo di Belle Arti di Marsiglia. Maurizio Marini ha contato almeno sedici versioni o copie della Maddalena. Ci si domanda se lo stesso Caravaggio ne avesse realizzate più copie. In ogni caso, qual è il capolavoro iniziale da cui sono discese le varie versioni? Qual è «l’archetipo»? — si domandava Roberto Longhi. Secondo il critico d’arte Giovanni Carandente, «l’originale caravaggesco» è proprio questo di cui parliamo, perché «risulta palese la superiore qualità dell’opera rispetto alle varianti».

Marco Nese, la Lettura #371, pag. 33
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