movimento, rotazione

Pieter Brueghel il Vecchio, Paesaggio con la caduta di Icaro, 1558


Forse sarebbe più realistico riconoscere che non tutto ha senso, nelle storie degli uomini, e che anche caso o Fortuna giocano la loro parte. Difficilmente, oggi, potrà capitare di vedere due nemici che si abbracciano, come Achille e Priamo nell’Iliade, prima di tornare in battaglia (e gli esempi si potrebbero moltiplicare, come si ricava da un altro bel volume, da poco pubblicato da Mimesis, Uomini contro. Tra l’Iliade e la grande guerra). Ci vuole troppo coraggio per riconoscere la propria debolezza, per riconoscere che forse non siamo indispensabili: «La coscienza storica moderna non sa più pensare insieme il passato e il futuro perché si rifiuta di ammettere che tutte le cose terrene sorgono e tramontano».
Del resto, dovremmo sempre ricordarci che non ci siamo solo noi. Una delle poesie più belle di Wisława Szymborska, premio Nobel, descrive quello che succede in un luogo in cui si è combattuta una battaglia: si portano via i cadaveri, si ricostruisce quello che si era distrutto, si fa ordine («in fondo un po’ di ordine da solo non si fa»); intanto l’erba ricresce, e la memoria di quella tragedia si fa più vaga; «chi sapeva/ di che si trattava/ deve far posto a quelli/ che ne sanno poco./ E meno di poco./ E infine assolutamente nulla». E su quell’erba, dov’era colato tanto sangue, ora si rilassa qualcuno, «disteso,/ con una spiga tra i denti,/ perso a fissare le nuvole».
C’è qualcosa di straziante nel tempo che tutto cancella, nella consapevolezza che in fondo tutto quello per cui siamo pronti a lottare è destinato a cadere nel silenzio («o buio, buio, buio. Tutti vanno nel buio/ nei vuoti spazi interstellari, il vuoto va nel vuoto», scriveva Thomas S. Eliot). Ma c’è anche qualcosa di salutare. L’ossessione per la linea del tempo restringe la visuale, punta i riflettori su alcune vicende soltanto, e dimentica il tempo del mondo intorno a noi, un mondo che non procede in linea retta verso un futuro scritto, ma che si ripete continuamente in un movimento ciclico, dentro e fuori di noi: il giorno e la notte, l’estate e l’inverno, la rotazione delle stelle e la circolazione del sangue. La vita e la morte.
Questo tempo circolare non è della natura soltanto, come se fosse altro da noi; è parte della nostra esperienza, scandisce le tante nostre attività quotidiane, come nel quadro di Paolo Uccello in cui nello stesso campo si confondono i soldati che combattono e i cacciatori impegnati in una battuta. A Löwith piaceva invece un quadro di Pieter Bruegel il Vecchio, La caduta di Icaro: un quadro enigmatico in cui la vicenda di Icaro (il tentativo dell’uomo di conquistare il cielo) è relegata in un angolo, quasi che fosse un evento marginale; e intanto gli altri uomini continuano con i loro lavori, mentre il sole risplende sui campi, i boschi, il mare. «All’orizzonte il mare e il sole, sulla riva siede un pescatore, nella campagna un pastore con il suo gregge e un contadino che ara la terra, come se tra cielo e terra nulla fosse accaduto».
La storia, quella dei grandi uomini che vogliono conquistare il mondo, è evento marginale rispetto al tempo del mondo: perché dovrebbe essere meno importante la vita del contadino o di chi ogni giorno, faticosamente e pazientemente, rinnova il ciclo dell’esistenza?

Mauro Bonazzi, la Lettura #309, pag. 11
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