Brocca rotta, non è un dramma

Luminosi azzurri e gialle sponde/ del mare al mattino e del cielo/ limpido: tutto/ è
bello e in piena luce.
Fermarmi qui. E illudermi di vederli/ – e davvero li vidi un attimo appena mi fermai
(Konstantinos Kavafis)

La lingua tedesca è molto meno fine dell’italiana in termini di fidanzamento: da noi Manzoni costruisce un castello sui fiancee, in tedesco Freundin è lo stesso di Freundin – amica è lo stesso di fidanzata. Non cambio stile e non parlo di filologia, mi serviva dirlo perché uno dei libri, una delle testimonianze più avventurose sulla formazione del sentimento moderno passa dalle lettere alla sua Freundin di un tedesco di primo Ottocento. Mille cose sono cambiate da allora ma serve anche qui rinfrescare la memoria, o gettare acqua fresca per chi è curioso.

A inizio Ottocento i tedeschi sono la cellula del Romantik, l’inizio della rivolta contro la società e le sue convenzioni. Ma siccome non avevano il senso dello humour inglese ne venne fuori un patatrac: suicidi su suicidi. La conclusione a cui potremmo arrivare tutti pacificamente è che questi signori romantici tedeschi che rivalutavano il sentimento non erano veri vitalisti: giusto, ma solo in parte. Avevano un senso diverso della vita.

Tra questi derelitti c’è Heinrich von Kleist, uno che ha scritto diversi pezzi teatrali imponenti – come La brocca rotta, allegoria della fine dell’innocenza, come Pentesilea, che ne è l’esatto contrario – e novelle spaventosamente profonde. Io le lessi per un esame ma come se imparassi per conto mio, e forse per questo mi hanno lasciato un’impressione più vera: c’è una storia contro Voltaire che s’intitola Il terremoto in Cile e un feuilleton breve che piacerebbe anche oggi, Il fidanzamento a Santo Domingo. Raro esempio, von Kleist, che col sangue nobile del nord riesce a capire l’impulsività terribile delle caraibiche: cose che allora uno poteva leggere, e che gli sarebbero rimaste dentro, in qualche anfratto che non è cervello e non è cuore, ma solo profondità.

Ma von Kleist rimane in fondo un tedesco di razza. Uno che convince la Freundin che se ne devono andare all’altro mondo insieme, e lo fanno al lago fuori Berlino, il Wannsee che oggi forse è ricordato per una meno romantica decisione, quella finale dei gerarchi nazisti al seguito di baffetto folle: la decisione contro gli ebrei. Perciò meglio ricordare i tedeschi per quest’altra follia, quella d’amore di von Kleist, sentimento vago e inerte che è passato alla storia come malattia del romanticismo.

Chi si domandasse perché von Kleist attirasse la testa pensante della Germania sconfitta dopo quella maledetta decisione finale, una testa come Carl Schmitt, quando scriveva il suo de profundis – chi se lo domandasse qui non troverebbe risposta. Von Kleist era per Schmitt uno dei tanti sconfitti, e trovarselo seppellito a Berlino doveva infondergli un senso di vicinanza e familiarità affascinante.

I romantici tedeschi. Quante teorie, per un gruppo di amici che in fondo avevano scritto un romanzo più liberatore che pornografico che sarebbe piaciuto a Marthe Richard ispiratrice della senatrice Merlin. Romanzo che tutti dovrebbero leggere in mezzo pomeriggio: Lucinde. E forse sembrerebbe più fatuo, dopo quest’operetta, il volumone di Sade, o magari la sola Justine, che le coetanee alla Normale leggevano alla fine del primo anno facendo il viaggio in interrail verso la Norvegia, con tutta la luce che possono dare quei panorami d’estate.

Che fine avrà fatto la loro copia di Justine? E quel libro di lettere di von Kleist che regalai, sarà in Germania o ancora a Pisa? Non conta. Ci sono solo le persone, bastano loro per farci un libro.

I romantici sono rimasti indietro rispetto a tutto quello che è venuto dopo di loro. Ma chi non li ha letti non ha vissuto tutto quello che si può sentire, tutta la forma primitiva per la quale è dovuta passare la nostra sensibilità per arrivare agli squallidi risultati che vediamo oggi: dove a bordo campo, nel calcio, c’è la pubblicità di applicazioni come Tinder, per le quali è nobilitante usare il nome “sito di incontri”. Quindi, benvenuta letteratura, benvenute passioni.

In questi giorni che esce un film (romantico, appunto) su Karl Marx e il suo sodale Friedrich Engels, posso ricordare che i padri del materialismo storico da ragazzi, negli anni Trenta dell’Ottocento, passavano ore a leggere il Don Chisciotte? E perché? Ma perché in quel libro i romantici che erano venuti una generazione prima avevano ritrovato se stessi, il simbolo dell’ironia romantica che sa che alla fine valeva la pena di esagerare, coi sentimenti, per scherzarci. In ritardo, ma l’avevano detto. Engels passò settimane in crociera mentre c’era una rivoluzione in corso. Anni prima
aveva fatto peggio, si era perso nelle pagine del Chisciotte in un parco, in Germania…

aprile 2018

Andrea Bianchi