39. Monumento Pavese

Ferenc Pinter, tempera per la copertina de La bella estate, Oscar Mondadori

Strano il caso di Pavese. Feltrinelli rimanda in stampa La luna e i falò, Adelphi procura per i cenacoli i Dialoghi con Leucò ma fondamentalmente è un autore snobbato da tutti. 
Cosa vuol dire snobbato? Vuol dire che non è appreso dalla generalità che resta superficiale, si lascia attrarre da Pavese per poi lasciarlo cadere. E in effetti questo accade perché è Pavese a prestarsi al gioco: sia in vita che nella sua lunga esistenza post-mortem, fantasma davanti a chi vinca lo spauracchio che è il premio Strega.

Natalia Ginzburg non è stata considerata nelle Piccole virtù quando fa il “Ritratto d’un amico”: “Per principio, si rifiutava di conoscere gente nuova; ma poteva succedere che a un tratto, con una persona impensata e mai vista prima, una persona magari vagamente spregevole, lui si mostrasse espansivo e affettuoso, prodigo d’appuntamenti e progetti. Se gli facevamo osservare che quella persona era, per molti aspetti, antipatica o spregevole, lui diceva che lo sapeva benissimo, perché gli piaceva saper sempre tutto, non ci accordava mai la soddisfazione di raccontargli qualcosa di nuovo; ma per qual motivo si comportasse con quella persona così confidenzialmente, e negasse invece la sua cordialità ad altra gente più meritevole, non lo spiegava, e non l’abbiamo saputo mai. A volte si incuriosiva di qualche persona che lui pensava provenisse da un mondo elegante, e la frequentava; forse contava di giovarsene per i suoi romanzi; ma nel giudicare la raffinatezza sociale o di costume, si sbagliava, e scambiava per cristallo dei fondi di bottiglia; e in questo era, ma soltanto in questo, molto ingenuo. Si sbagliava sulla raffinatezza di costume; ma quanto alla raffinatezza di spirito o di cultura, non si lasciava prendere in inganno.”

Questa era l’Italia arricchita che lui conobbe appena prima di levare il disturbo. E potrebbe mai capirlo ora?
Del resto, lo stigma maggiore fu inflitto a Pavese da letture prolungate di orde generazionali fino all’altrieri, a vent’anni fa. È tantissimo, troppo, per un autore che non pretendeva di essere popolare e che nemmeno aveva il “bernoccolo” pedagogico come Calvino. 
Si capisce che un autore deliberatamente popolare possa resistere un secolo e più; ma Pavese no, Pavese faceva esperimenti con una lingua ricca ma asciutta, emotiva pur restando scontrosa. 
Si capisce allo stesso modo che il ligio assertore del canone nel secolo corso, Calvino, riesca a durare più per questo che non qualità intrinseche di scrittura; ma Pavese no, Pavese alla fine era sulla strada dell’autodistruzione, della comparazione e riduzione di ogni letteratura a mito.
Nonostante questo si tendeva a farne un autore per esploratori, lo si metteva nello zaino insieme a Tolkien negli anni in cui una parte d’Italia leggeva Il signore degli anelli come letteratura senza agghindarlo di politica. Pavese era insieme a Tolkien il cantore dei boschi e di non si sa cos’altro: adolescenza, approssimazione. Era visto come la prosecuzione del periodo d’oro del realismo italiano: inutile dire oggi che non poteva funzionare. Eppure lo si leggeva da nord a sud, non c’era provincia che si salvasse e questo è stato il quadro della situazione sino a vent’anni fa circa.
Tanto che recentemente c’è stata la ristampa del “monumento nazionale” a Pavese, quella biografia-fiume scritta dal suo amico giornalista Davide Lajolo nel 1960. Il vizio assurdo ancora nel 1984 era considerata narrazione fededegna. Non si riusciva, insomma, a staccarsi da Pavese nonostante gli auspici di Calvino a collocarlo in prospettiva. 

Urge a maggior ragione una cernita, in via di approssimazione, tra le opere di Pavese. Ad esempio, valutare come imperdibili La luna e i falò e il Il taccuino segreto e poi da ri-valutare La bella estate e le Lettere 1924-1950 — che hanno più invenzione lette oggi che non i suoi cosiddetti romanzi.
Da ridimensionare infine Il mestiere di vivere per i suoi tagli masochistici; e allora tanto varrebbe leggere Seneca.
Questo per dire in fondo di come Pavese sia stato scartato dal senso comune letterario. Sembra provenire veramente da un’altra galassia, più rude e svagata, rispetto a quella degli outsider di ieri e di domani. Parliamoci chiaro: era per davvero dissidente chi all’epoca di Mussolini in politica e Montale in lirica mandava fuori poesie come La puttana contadina (Lavorare stanca):

La bambina inesperta annusava il sentore 
del tabacco e del fieno e tremava al contatto 
fuggitivo dell’uomo: le piaceva giocare. 
Qualche volta giocava distesa con l’uomo 
dentro il fieno, ma l’uomo non fiutava i capelli: 
le cercava nel fieno le membra contratte, 
le fiaccava, schiacciandole come fosse suo padre. 
Il profumo eran fiori pestati sui sassi. 
Molte volte ritorna nel lento risveglio 
quel disfatto sapore di fiori lontani 
e di stalla e di sole. Non c’è uomo che sappia 
la sottile carezza di quell’acre ricordo. 
Non c’è uomo che veda oltre il corpo disteso 
quell’infanzia trascorsa nell’ansia inesperta.

Era il 1936 dei suoi 28 anni. Era, come sostiene Lajolo, il tuffo nelle traduzioni per non pensare alla morte recente della madre, quando era veramente rimasto solo. David Copperfield esce nel ’39, Il cavallo di Troia di Morley nel ’41. Eppure Pavese non va avanti solo con la benzina del dolore, come dice Lajolo esagerando un po’ troppo. La prima, vera traduzione dall’inglese è Moby Dick (1932): più che una traduzione, una versione che è modifica sostanziale. È rimasta unica.
Quanto al resto, è presto detto, il motivo per cui Pavese è snobbato è che ci stava mal volentieri tra i compagni comunisti. La cosa si fece evidente negli ultimi anni ma era comprensibile già dagli esordi letterari. Di qui l’approdo finale di Pavese è al caos per servirci da monito oltreché da mito. 

16 marzo 2021

Andrea Bianchi