Realismo promiscuo

«L’opera di Balzac», scrive Bertini «è per Proust “impura” in due sensi: perché è inquinata dal pragmatico desiderio di successo del suo autore, che a differenza di Flaubert non ha una concezione disinteressata del lavoro letterario; e perché è frammista di fantasia e di realtà troppo poco trasformata». Se Proust (nella sua ipocrisia decadente) stenta a tollerare il primo tipo di impurità, si lascia sedurre dal secondo in modo fatale. «Questa “impurità”», scrive ancora Bertini «non è d’altronde per Proust una realtà meramente respingente e negativa. Lo specchio balzachiano del reale non è liscio e terso come quello di Flaubert, ma offre un’immagine del mondo che ha un suo fascino e una sua disturbante originalità». Ma di che tipo di impurità si tratta?
Vediamo un po’. Balzac mescola con una spregiudicatezza senza precedenti dati reali e dati fittizi. Fa una tale confusione che spesso è il primo a smarrirsi. Crede così tanto nella fiction e così poco nella vita che non sa più come tenerle separate. Inoltre, trova estremamente complicato difendere le ragioni della letteratura dall’offensiva irresistibile della narrativa di consumo. Talvolta si sente una specie di Chateaubriand, custode della raffinatezza francese; altrimenti si comporta come un Sue qualsiasi, allestendo intrecci talmente macchinosi e implausibili da scadere nel ridicolo. Del resto, è privo di tatto e non ha alcuna dirittura etica. Ogni tanto fa del moralismo da quattro soldi, per poi, poche righe più in là, regalarci verità essenziali degne di Montaigne.
Come può tutto questo indecente pastrocchio non colpire Proust? Tanto più che — seguendo le tappe della magistrale ricostruzione di Bertini — lui affronta il fantasma di Balzac proprio negli anni più difficili e fecondi della sua vita: quando l’idea di Recherche si affaccia all’orizzonte della sua coscienza. Per questo lo cita continuamente nelle lettere agli amici e negli articoli su «Le Figaro», lo parodizza nei famosi Pastiches, sogna di prenderlo a modello come cantore ineguagliabile della mondanità parigina. È come se Balzac gli mostrasse una via nuova, aiutandolo a emanciparsi dal perbenismo borghese, e insieme dallo snobismo estetizzante e mortuario che da sempre minaccia la sua musa; è come se gli dicesse: caro Marcel, vuoi fare il romanziere? E allora, per l’amor di Dio, sporcati le mani.
«La “volgarità” del romanziere borghese», conclude Bertini «diventa così per Proust un punto di forza, lo strumento che assicura una prospettiva innovatrice e straniante».
Sebbene abbia un certo ritegno a confessarvelo, qualsiasi romanziere sa che alla lunga verrà giudicato per i suoi personaggi. Ogni scrittore (a meno che non coltivi certi pregiudizi un po’ sciocchi) è consapevole che creare eroi convincenti è metà dell’opera. E che spesso, per dare loro vita e una certa credibilità, basta un nome improbabile: Valmont, Oliver Twist, Isabel Archer, Zeno Cosini… e via dicendo.
«La vita dei personaggi di Balzac», scrive Proust «è un effetto della sua arte, ma gli procura soddisfazioni che non sono più d’ordine puramente estetico. Egli ne parla come di personaggi reali». Ecco perché saluta come prova del sommo genio balzachiano l’invenzione del «ritorno dei personaggi».
Per chi non lo sapesse, tale artificio narrativo consiste nel riproporre lo stesso eroe in diversi romanzi, mostrandolo in momenti, ruoli e situazioni differenti e successive della sua vita. Ciò ha il vantaggio di donare al personaggio una strabiliante profondità diacronica. L’esempio più ovvio è quello di Rastignac, l’arrivista di Angoulême che compare in quasi una dozzina di romanzi il cui carattere viene letteralmente stravolto dagli anni e dalle mille peripezie mondane. Come può Proust, così ossessionato dalla capacità del Tempo di modificare e distruggere, non essersene sedotto?
E chi meglio di noi — consumatori compulsivi di serie tv, appassionati di spin-off minori — può intendere quanto il «ritorno dei personaggi» sia una rivoluzione romanzesca senza precedenti? Noi che vediamo invecchiare in tv i nostri eroi alla stessa velocità dei nostri amici. Balzac è il primo narratore moderno a sfruttare la promiscuità inestricabile tra realtà fisica e universo romanzesco, tra uomo e personaggio. O per dirla con Forster: tra homo sapiens e homo fictus.
D’altronde, conosciamo tutti sulla nostra pelle il peso del cambiamento. Parafrasando Proust, si può dire che il mondo non è stato creato una volta per tutte per ciascuno di noi. Può capitare a chiunque di sentirsi protagonista del proprio destino, ma può anche capitargli di interpretare la parte di comprimario nella vita di un altro. Ecco, il «ritorno dei personaggi» dà conto di questi imprevedibili giochi di ruolo, nei romanzi come nella vita. Non è mica un scherzo. È la sfida più ambiziosa e disperata che un romanziere abbia mai lanciato ai lettori. Proust ne è talmente persuaso da scrivere: «La sorella di Balzac ci ha raccontato la gioia ch’egli provò il giorno in cui gli venne tale idea; e a me essa sembra altrettanto grande che se l’avesse avuta prima di cominciare la sua opera. È come un raggio apparso d’improvviso, il quale si è posato su varie parti sin allora opache della sua opera, le ha unite, fatte vivere, illuminate».
È bene chiarire a questo punto che il «ritorno dei personaggi» non è un espediente raffinato. Anzi, è l’epitome e l’apice della grossolanità di Balzac, di cui lui stesso si è avvalso in modo maldestro e macchinoso. Allo stesso tempo, però, è l’ingrediente principale del suo successo.
In senso stretto non si può dire che Proust utilizzi il «ritorno dei personaggi». Come potrebbe? In fondo, il suo mostruoso progetto si articola in una sola opera narrativa straordinariamente lunga, insostenibilmente prolissa. Non ha senso affermare che Swann, Legrandin, Madame de Guermantes saltino da un romanzo all’altro come lo si potrebbe dire di Rastignac o Vautrin. E tuttavia Proust ha fatto proprio lo spirito balzachiano, sfruttandone le enormi possibilità artistiche. Temendo che il suo libro potesse essere liquidato come compendio di ricordi, un memoir fin troppo dettagliato, ha lavorato sui personaggi: romanzandoli, involgarendoli, sfidando buongusto e verosimiglianza.

Alessandro Piperno, la Lettura #391, pagg. 22-23

per approfondire:
https://www.doppiozero.com/materiali/lombra-di-vautrin-proust-lettore-di-balzac