C.A.C. alla Normale

La reazione più comprensibile, forse la più diffusa, quando si vede qualcuno dire – prima – tutto il bene possibile, poi peste e corna di qualcosa, è di etichettare il tutto come sindrome di amore non corrisposto. Capita nei rapporti umani. Capita nei rapporti tra più persone, quando queste si riuniscono in una squadra, in un gruppo, e perché no? in un’istituzione.
Avendo studiato alla Normale di Pisa e cercato lì invano uno spirito di corpo, catalogo anch’io il mio disappunto come sindrome d’amore non corrisposto. Certo, fossi stato più libertino prima, non mi sarebbe capitato di innamorarmi di un’istituzione: ma come ha scritto un inglese cinico, i rapporti umani spesso si tramutano in servitù. Lo human bondage diventa insensibilmente una vera e propria schiavitù d’amore.
E più semplicemente: avessi fatto il boy scout da ragazzino, mi sarebbe bastato quello spirito di corpo lì, e non avrei cercato alla Normale cose che non sono mai esistite: o meglio, che lì non c’erano più da almeno quarant’anni, cioè dai tempi della rivolta studentesca quando ci si riempiva la bocca di collettività e si faceva ognuno le proprie faccende, in vista di una collocazione bourgeois, magari da realizzarsi non subito ma abbastanza velocemente dopo l’happening ideologico.
Questa la premessa. E non una giustificazione per il ritratto veristico che sto per fornire di Carlo Azeglio Ciampi, illustre normalista ai tempi di Giovanni Gentile quando la Scuola Normale fu ampliata per darle più richiamo e fornire più professori preparati alle scuole superiori.

Andiamo con ordine. Cercherò di raccontare aneddoti sull’uomo e di integrarli in un giudizio complessivo. Senza facili moralismi, ma con piglio deciso. E questo perché, quando Ciampi morì, la Scuola gli dedicò un panegirico a opera di uno scribacchino (ed ex-allievo, nonostante il basso quoziente intellettivo). Roba da far accapponare la pelle. Ho avuto la sfortuna di sentir parlare dal vivo il panegirista alla consegna dei diplomi: un filosofastro ammanicato a Roma col governo Letta, scimiotigri che navigano in alto mare.
E per inciso, dico chiaramente qui che almeno a Renzi riconosco di aver fatto piazza pulita di questi pisani iper-raccomandati quali sono i Letta. L’aveva capito bene Sofri, sdoganando Renzi, nel recente libretto Sellerio dedicato a Machiavelli (per chi si interessa di queste cose: Machiavelli, Tupac e la principessa).
Insomma, quel panegirico era scritto con la vecchia retorica mazziniana e parlamentare per la quale “dei morti non si dice se non bene” (cosa che loro direbbero in latino). Questo non è un cattivo servizio ai morti, questo è un insulto alle persone che furono vive e cercarono di incarnare e dire una loro verità.
Ciampi aveva fatto a tempo a consegnare alla Normale quasi tutte le sue onorificenze e medaglie. Il malloppo è esposto nella biblioteca del Capitano che affaccia su Piazza dei Cavalieri e alla quale si accede girando alla sinistra del medesimo edificio.
Questo stringe in emblema quel che la Normale è: un medagliere. E aggiungerei: una vetrina per gli accademici che vanno a farvisi belli e agognano quella posizione più di altre cattedre in giro per l’Italia. Basterebbe dire che un estroso come Salvatore Silvano Nigro, ai tempi sodale di Sciascia e ora di Camilleri, non vi resistette più di qualche anno. Si era ricordato del regalo che Sciascia gli fece quando fu nominato professore: un’edizione storica di Stendhal, e la dedica “ricordati di non diventare mai un professore”.

Questo il milieu, l’ambiente che ingabbia e costringe le persone in una forma. E che annulla la libertà.
Ma siccome c’è, ci deve essere un anelito a migliorarsi, non voglio tralasciare le virtù di Ciampi. E capiremo come solo un letterato passato alla banca potesse immaginare una sua utopia dove una moneta unica imbrigliasse l’Europa nel regime di progresso che finora si è solo immaginato come potrebbe essere.
Chi non ne fosse persuaso, può sfogliare i due testi emblema del progressivo pessimismo di Ciampi negli ultimi anni: sempre più cupo, e non solo per l’avanzare dell’età, ma per un rilascio, come dire? dei freni inibitori. Quando non si vuol più ingannare del tutto le generazioni future. Il primo libro fu stampato dalla progressista Il Mulino: “Un italiano al Quirinale”. Il secondo col Saggiatore: “Non è questo il Paese che sognavo”. A me li fece leggere un nonno quando ero al liceo. Questo mio nonno vedeva rispecchiarsi in Ciampi un comune Risorgimento, una progettualità inerente all’Italia.
Il mio Risorgimento è stato diverso, è partito dalla lettura dei ricordi di d’Azeglio – di qui venne a Ciampi il nome risorgimentale, da un pittore piemontese che bazzicava i Parlamenti. Non ho la statura per dire quello che dico, ma non importa: io non mi lascerò ingannare dalle visioni di mio nonno e di Ciampi. L’Italia è e resta individualista. E mio nonno si è sognato l’America quando fu promosso dal Meridione all’agenzia di Torino. Pia illusione la sua, ma illusione. E per questo ora si parla liberamente tra me e lui.

Ciampi entrò alla Normale saltando l’ultimo anno di scuola superiore. Era stato dai gesuiti di Livorno e quando all’esame d’ingresso Gentile gli domandò cos’è la verità, Ciampi gli rispose con san Tommaso che la verità è adeguamento della cosa (percepita) all’intelletto (che la rielabora). Se penso che a me alle prove di ammissione un filosofo chiese, a proposito di Heidegger, se anche il gatto è un ente… mi viene il latte alle ginocchia.
Ciampi non ha sproloquiato sul suo antifascismo, diversamente da un suo coetaneo poi divenuto potente accademico come Vittore Branca (il suo libro di ricordi edito da Aragno è noto come un groppo di fetenzie, soprattutto nella ricostruzione dell’omicidio di Gentile).
Per non aver mai fatto sfoggio di antifascismo, per essersi limitato a fuggire al Sud liberato senza fare il partigiano, e per aver ripristinato la parata all’Altare della Patria – per queste cose molto ideologiche Ciampi fu aggredito da Tabucchi, abile traduttore dal portoghese e già professore di letteratura portoghese a Pisa. Chissà, forse quell’attacco gli doveva garantire uno scatto di anzianità. Fosse stato un coerente intenditore di lettere portoghesi, se ne sarebbe scappato a tradurre Camoes nei mari del Sud.
Avesse continuato a fare il professore (cosa che fece per un certo tempo a Livorno mentre dava un esame sì e uno no a giurisprudenza – tenacia dei grandi che hanno ricostruito l’Italia), avesse continuato, sarebbe stato modesto. Non lo fu e questo ai miei occhi è un suo vanto, un merito. Pensate che aveva scritto una tesi su un autore semisconosciuto della tarda latinità, tale Favorino da Arelate (oggi Arles).
E negli anni della Normale era anche andato in Germania a insegnare Dante in gruppi di approfondimento all’università. Per dire della tempra dell’uomo: che non è tale da sola. E qui subentra la signora Carla, conosciuta in quel giro d’anni al teatro della Normale. Fu lei che lo spinse a sfruttare le entrature di suo padre e intraprendere la carriera in banca.
“Per quest’ordine di motivi”, direi in tono sentenzioso, i banchieri veri non potevano proprio guardare Ciampi con occhio accondiscendente. Certo lui studiava anche a Roma e approfondiva. Ma non era come loro. Quando quelli studiavano numeri, lui leggeva la “Storia d’Europa del secolo decimonono” di Benedetto Croce.

Anni fa, in un bel corso di orientamento organizzato a Colle val d’Elsa dalla Normale, capii che avrei voluto studiare a Pisa. O meglio: che avrei fatto tutto il possbile per superare le prove di ammissione a quella scuola. Mi colpì, dei normalisti che ci accudivano in quei giorni e facevano lezioni, la loro brillantezza. Come lessi sul Corriere nei primi mesi alla Normale (si parlava di Ciampi) era l’intelligenza un po’ criptica dei normalisti pisani.
Era una garanzia. Non mi ricordavo che uno dei normalisti aveva raccontato una storia istruttiva (lui la riportava un po’ come uno scemo, per questo forse non ci feci troppo caso). Che storia?
Ciampi e la signora Carla a colloquio coi normalisti. E arriva la fatidica domanda: quindi possiamo farcela anche noi a fare un percorso così diverso come quello fatto da Lei?
A domanda scema, risposta scema. E la signora Carla di botto: ma dai, diglielo che ci sei riuscito grazie a mio padre.
Negli anni stavo dimenticando questa storia. Forse non me ne importava. Forse non consideravo tanto il fattore umano.

(2017)

Andrea Bianchi