A me piacciono le opere anomale

Ha attraversato diversi giornali – “L’Europeo”, “il Giornale”, “la Repubblica”, il “Corriere della sera”, “il Fatto Quotidiano” –, sempre ad alta latitudine intellettuale; ha tradotto libri insoliti – Il primo della classe di Benjamin Crémieux, Il visionario di Julien Green, l’anno scorso La speranza di André Malraux –, ha criticato, in anni non sospetti, il sistema scolastico (Di scuola si muore è del 1993), ha scritto (Gli anni facili è del 2018), si è occupato di autori inconsueti, come Carlo Dossi e Vittorio Imbriani. Conosce l’arte della stroncatura, Pacchiano, il che gli ha creato diversi nemici. Sul “Sole 24 Ore” nel 2001, ha osato dire che la “macchina a produzione continua che è Andrea Camilleri” spesso s’inceppava, che “discontinua è tutta l’abbondante (anche troppo) produzione di Camilleri”, che “non nascono spesso romanzieri come Simenon”. Dieci anni fa, dal “Sole 24 Ore”, per altro, Pacchiano se n’è andato, gentilmente accompagnato alla porta; è una vicenda che non gli piace ricordare, resta un cavaliere. Di fatto, dava noia. Con arguzia, acribia e amore – ha curato per Adelphi tutte le opere di Sergio Solmi, un fuoriclasse della letteratura italiana, morto quarant’anni fa, ma chi se ne è accorto? – Pacchiano continua a lavorare, a elaborare piccoli stratagemmi per salvarsi la vita leggendo. A me pare un liutaio, uno che costruisce violini di cristallo: quando parla degli scrittori che preferisce, scaturiscono con un suono nuovo, appena creati, esatti, intatti. Pacchiano – per stile, immagino – ha una passione per gli scrittori folgorati da un’esistenza laterale, in oltraggio al mondo, spesso infima. Di ogni autore coglie il punto di fuga, l’attimo dell’abbandono, il tono ostile, quella specie di fanatica ostilità. Ne narra, poi, con rapidità caravaggesca, con preveggente felicità. È rabdomante tra gli isolati e i soli. Questa eversione è politica.