Little boy

Dunque un lunghissimo monologo interiore, un rotolo infinito di parole senza virgole e punti per riprendere fiato, ma con tante maiuscole: una sorta di delirio linguistico che ricorda quello del James Joyce di Finnegans Wake dopo le prime 20 pagine basate, invece, su una descrizione lineare, tradizionale, dei passaggi essenziali della vita di Ferlinghetti. Lui parla sempre di sé stesso come di un little boy: quello che nel disegno di copertina è una piccola ombra bianca dentro il profilo scuro di un uomo adulto. Un uomo che ha vissuto alcuni dei momenti più drammatici del secolo — è sopravvissuto allo sbarco in Normandia e alle radiazioni dell’atomica di Nagasaki — che ha studiato alla Columbia University di New York e alla Sorbona di Parigi e ha attraversato tutta l’America trasferendosi sulla West Coast attratto dal mito dell’«ultima frontiera». Rimanendo, però, sempre un fanciullo: il bimbo orfano di un padre bresciano morto prima della sua nascita e di una madre franco-portoghese che, impossibilitata a mantenere il suo quinto figlio, lo diede in adozione.
Sopravvivere per lui è stata un’impresa fin dalla più tenera età, sballottato da una famiglia all’altra tra zie affettuose che non avevano nemmeno i soldi per comprare il latte e ville lussuose della borghesia industriale di Bronxville, con lui tanto generosa quanto algida. Fino a trovarsi, ad appena sei anni, caricato della responsabilità di una scelta drammatica, che segnerà tutta la sua vita: decidere se restare con i Bislands con i quali stava crescendo, o andare con una madre naturale che non aveva mai conosciuto: «Resto qui, dissi. Comprendendo solo a metà quello che stavo facendo: tutta la mia vita decisa in un istante».
Non rivedrà più madre e fratelli fino a quando sarà un uomo adulto, ma non porta rancore. Anzi c’è tenerezza nel racconto del primo incontro tra i suoi genitori, il padre che non ha mai conosciuto descritto come un «immigrato lombardo-italiano» e la madre, Clemence Mendes-Monsanto: al luna park di Coney Island, a Brooklyn, incrociandosi sulle vetture di un autoscontro.
Per sette anni, nell’adolescenza tra le due guerre, lascia la casa patrizia ma lontana di Bronxville per andare a vivere a Manhattan, in una famiglia più calda e più povera. Anni belli ma duri: sveglia alle cinque, il lavoro della consegna di quotidiani a domicilio fino alle 7. Quindi di nuovo a casa per cambiare i vestiti, mangiare un muffin e via a scuola. Poi l’università, la laurea in giornalismo in North Carolina e l’arruolamento in Marina all’inizio della Seconda guerra mondiale: comandante di un nave-scorta durante lo sbarco in Normandia. L’anno dopo viene mandato dall’altra parte del mondo a preparare un altro sbarco, quello in Giappone, che non avverrà mai. Invece Ferlinghetti entrerà a Nagasaki sette settimane dopo l’esplosione dell’atomica: «In quel luogo, l’Inferno sulla Terra, divenni in un attimo e per tutto il resto della mia vita un pacifista. E lasciai la Marina».
Di nuovo l’università, alla Columbia, poi la Sorbona, a Parigi, dove assorbe cultura europea. Alla fine degli anni Quaranta torna in un’America attratta dalla corsa verso l’Ovest, verso l’«ultima frontiera»: «Il grido era ancora Go West, young man e anch’io, come milioni di altri, mi misi a correre dietro quella sirena bendata». Poi, nel 1950, l’arrivo in una San Francisco che è ancora un paese, più che una città, ultima tappa del viaggio attraverso un’America prospera e trionfante.
Illusioni che svaniscono ben presto mentre Ferlinghetti inizia le carriere parallele di poeta (Coney Island della mente è del 1958) e imprenditore della cultura (apre la libreria City Lights nel 1953 e fonda l’omonima casa editrice due anni dopo). Intanto stringe amicizie con gli scrittori della Beat Generation: William Burroughs, ma soprattutto Allen Ginsberg e Jack Kerouac, «tornato dissoluto e disilluso dal Messico dopo il suo viaggio on the road (…) che per i sociologi diventa la storia-simbolo della fine dell’innocenza americana».
Poi la grande galoppata linguistica: una corsa a perdifiato tra ricordi, citazioni letterarie, invenzioni come l’Autogeddon, sorta di apocalisse automobilistico. Pagine per Allen Ginsberg, che forse non avrebbe raggiunto la celebrità se Ferlinghetti non avesse deciso di sfidare il perbenismo degli anni Cinquanta e le denunce davanti ai tribunali per pubblicare l’Urlo: una ballata psichedelica, un poema attraversato da frasi e situazioni oscene che diventerà il manifesto della Beat Generation. Un movimento al quale Ferlinghetti appartiene per il suo attivismo culturale, il suo ruolo di impresario, ma non come scrittore: il suo linguaggio poetico, per nulla psichedelico, corre su binari diversi.
La tentazione, come detto, è quella di paragonare questo monologo interiore a volte difficile da decifrare al linguaggio astruso di Finnegans Wake, l’ultima opera di James Joyce. Lo stesso Ferlinghetti lo tira in ballo, tra George Orwell e Samuel Beckett: «Jimmy Joyce, maestro di risate dietro il sublime farfugliare di Finnegans». Molti passaggi di Little Boy sono difficili da decifrare. Come quello nel quale parte da un «cane parlante venduto dal padrone perché non diceva quello che lui voleva sentire e i giornali italiani riferirono che il loro primo ministro aveva una disfunzione rettale». Un premier nel quale chi conosce Ferlinghetti riconosce Silvio Berlusconi, definito nel libro «cavaliere coglione» (scritto in italiano) tra «buffoni mascherati da statisti, decerebrati e utili idioti»

Massimo Gaggi, la Lettura #366, pp. 20-21

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