Brancati

Matteo Marchesini, Ritratto di Brancati (2011)

Se a vent’anni si è contagiati da una malattia ideologica, gli esiti possono essere i più vari. C’è chi crede di guarirne con un brusco voltafaccia, e così ne incuba un’altra speculare. C’è chi, scottato, sente solidificarsi dentro una specie di cicatrice, una crosta d’insensibilità procurata. E c’è poi chi, essendosi beccato una forma più lieve, invecchia continuando a soffrire di piccole febbri e metamorfiche nevrosi. Infine, c’è chi guarisce pagando il prezzo dell’autoanalisi, demistificando in chiave radicalmente antieroica la propria giovinezza. A differenza di molti fascisti o dannunziani finiti in bocca al Pci, e di non pochi amici rifugiatisi in un blindato qualunquismo, Vitaliano Brancati riuscì a imboccare questa via stretta e amara. Oggi si tornano a citare le sue sentenze contro l’engagement dei mandarini di destra e di sinistra. Ma è bene ricordare che il caso di Brancati non è uguale a quello dei suoi compagni di strada. Più dialettico di Flaiano, più complesso e meno cinico di Longanesi, l’ex drammaturgo bellicoso approdato alla Roma di Interlandi ebbe infatti l’onestà di riabilitare quel Croce che da fascista aveva criticato con furia ma anche con acume. Del resto, il siciliano sedotto dall’incontro con Mussolini era già lo stesso ragazzo che ammirava Borgese e si era laureato su De Roberto. Però sorprende comunque la modestia con cui, dopo averlo rifiutato secondo gli impazienti canoni attivistici della sua generazione, Brancati si dichiarò in età matura allievo di don Benedetto. «L’Italia non può fare un passo indietro senz’accompagnarsi col ritornello: “Ho superato Croce”» scrisse (auto)ironicamente nel dopoguerra. E in un’appendice a quei “Piaceri” che sono un po’ le sue “Operette morali”, liquidò le teorie vitalistico-decadenti di stampo bergsoniano e gentiliano (teorie di cui Croce aveva costeggiato le premesse ma rifiutato le conseguenze) con una perentorietà degna di Lukács: «I filosofi, che non sempre hanno messo la propria intelligenza al servizio dell’Intelligenza, sono intervenuti per dare alla Stupidità nomi affettuosi: e alcuni, specie nel nostro secolo, dopo averle attribuito questi nomi di Intuizione, Slancio Vitale, Vitalità, l’hanno messa al disopra dell’intelligenza stessa». Così «La Stupidità, incoraggiata, adulata, ingrossata, furiosa, si getta (…) su quelli che l’hanno aizzata». E il mito dell’azione irriflessa, brutale, si reincarna di continuo: «hanno dimenticato certe cose scritte dai teorici del fascismo per impararle di nuovo nelle pagine di Sartre», osserva Brancati a fine anni Quaranta di alcuni intellettuali-politici mai guariti dal virus delle Grandi Gesta Storiche. A guarire lui, invece, erano bastati i mediocri, soporiferi, sinistri anni Trenta.

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