34. Un giorno questo piacere ti sarà utile

Dante Gabriel Rossetti, Astarte Syriaca, 1875-77

E c’era più tenerezza nel modo con cui ripiegava a cucchiaio la mano destra tenendomi la nuca da dietro e adagiando le labbra al seno, che in mille altre parole a profluvio. In altre strette di mano silenziose come tramonti di luglio. Ripiegava la mano e la portava su leggermente verso il suo seno al buio. Le forme scomparivano. Si attendeva un senso dal contatto senza passare da possibili fraintendimenti verbali in agguato. 
Era cominciata così. Un giro in farmacia per servizio di routine all’epoca del “regime della corona”. Prenotazioni varie. Il viso della farmacista che visto da fuori pareva quello di una stagista e che in prossimità del bancone rivelava rughe e pallore. Bello comunque e non immeritevole. Fino al richiamo della piada in negozio servita da una commessa tanto graziosa e bistrattata dal cliente in fila prima di me. Ci siamo capiti con gli occhi lei e io che quello era un cafone. Io a dire grazie. Lei prego. Nella freddezza senza espansione c’era più onestà — come doveva succedere dopo con Jessica che mi accoglie in casa e dice di mettere le mani sul termo mentre al buio sto in silenzio e di nuovo ritorno all’inizio — al seno scolpito di notte e foresta di un popolo campestre che non naviga il mare e anzi lo teme — fino all’ingresso e al lento decorso nel corpo di lei dopo una lunazione — e mi è parso più breve il digiuno finché Jessica si accomiata e mi abbandona alla venerazione spingendomi in basso — poi mi accappotta e mi salta su lasciando chiudere tutto in pochi minuti questa ultima vicenda. 
Alla fine dice bravo che hai pensato anche a quel profumo, a quella mancanza di quella cosa lì, lei un giorno ne sarà contenta.
Il modo di tenere una mano e spingerla accompagnando la suzione da parte dell’altro. Una volta non avevo parole. Anche ora perché ci ho rinunciato. 

Andrea Bianchi