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(foto di Leonardo Cendamo)

Come si concluse il suo rapporto con Alberto Mondadori?

«Con qualche tristezza. Dopo il mancato accordo con Caracciolo, lui mi scrisse una lettera bellissima nella quale mi ringraziava. Poche righe. Era stanco, poverino. A quel punto eravamo nel 1971, l’anno in cui mi presentai a un concorso per la libera docenza, insieme a Fortini. La vinsi e, purtroppo, accettai una cattedra a Macerata, ma nello stesso anno mi fu proposto un incarico dal Politecnico di Zurigo. Di lì a poco, Soldati mi disse che dovevo assolutamente collaborare con lui a una serie di trasmissioni televisive che stava facendo e che lo stavano riempiendo di quattrini. Io mi ritrovai a passare un anno così concepito: tre giorni alla settimana ero a Macerata, due giorni a Zurigo e intanto dovevo andare, come feci, a Tokio, o ad Addis Abeba per incontrare Ailè Selassiè, per esempio, insieme a Soldati. A primavera ero esausto. Ma, come sempre avviene nella vita, all’improvviso successe qualcosa di nuovo che, tac, ne cambiò il corso. Con mia grande sorpresa, mi telefonò e mi scrisse Sergio Polillo, amministratore delegato della Mondadori. Napoletano, di lì a poco diventò mio grande amico. Era la fine del ’72. Mi chiese di incontrarci per recuperare il rapporto con la casa editrice. Mi chiese di tornare a fare il lavoro che facevo prima a Roma. Mi dimisi dall’università e accettai. Ripresi le mie traduzioni da Molière. E la mia prima uscita in casa editrice fu un macroscopico successo. Mi capitò fra le mani un libro in inglese, io lo lessi e pensai che tradotto in italiano poteva diventare un best seller di quelli rari. Però pensai anche che se lo avessi proposto alla Mondadori attraverso i canali ordinari mi sarei ritrovato in mezzo a interminabili discussioni, con molte incognite. Presi coraggio e decisi di seguire un canale privilegiato e rischiosissimo: telefonai direttamente a Polillo. Gli dissi che la prima volta che fosse venuto a Roma gli avrei parlato di un libro. Di lì a poco comparve e io gli proposi di leggere il dattiloscritto inglese che poteva essere tradotto in italiano dalla stessa persona che lo aveva scritto. Se gli fosse piaciuto, avrebbe dovuto preparare un contratto a scatola chiusa, relativo alla traduzione ancora da fare. Accettò, lesse il dattiloscritto e mi telefonò dicendo: “Affare fatto”. Dopo pochi giorni tornò a Roma e firmò con Susanna Agnelli il contratto di Vestivamo alla marinara, che Susanna tradusse dall’inglese all’italiano. Seicentomila copie, subito. Me la fecero pagare carissima».

I funzionari della Mondadori?

«Carissima, carissima. Polillo se ne fregò, ma al ricevimento in casa Formenton in onore di Susanna Agnelli per la presentazione del libro, io fui l’unico a non essere invitato».

Intervista a Cesare Garboli, Panta n. 19 – Editoria, Bompiani, 2001