33. La luce verde del mattoncino

Robert Polidori, Alvares House, Goa

Eccoci qui senza fantasticare. A eternare. A darle una forma. Prestarle un colore visto che l’assenza si annuncia lunga quasi un mese.
Aveva le mani vicino alle mie mentre montavo un pappagallo lego. Il maschio. La femmina non abbiamo fatto a tempo ieri sera. Il maschio era piumato verde e giallo.
Le mani di lei si muovevano leggere. Lei veniva da un altro universo e poteva essere il presunto me da quest’altro universo. Forse perché eravamo entrambi presi da quell’ora di costruzione e come dice lei stavamo dentro quella realtà schiacciata tra piani e colori. O forse perché ci avevano catturato gli occhi tondi del pappagallo e ci chiedevamo che nome dargli. Loreto. No mi dice. Silvestrino visto che lei si chiamerà Titti anche se non l’abbiamo ancora costruita. 
Può darsi. Di base il piatto di linguine era rimasto a metà sul lavello e il telefono squillava e lei ogni tanto aveva la pelle d’oca sulla coscia scoperta. La luce sul tavolo era molto bassa e i pezzi del lego mandavano luce propria.
Verde e giallo. Giallo e rosso. Le mani di lei. Ancora le sue dita. Forse doveva succedere prima con altre donne e non ero pronto. Forse hanno anche sofferto perché non ci ho provato: prima con me stesso, poi con l’accesso alle mie emozioni, con le paure scardinate delle mie emozioni.
Ecco perché Michelle sulla porta dice che nella vita non si deve pensare.
Ma io ti dico che veniva da un altro universo e ero io perché non violavo il suo spazio pur standole accanto.

Andrea Bianchi