32. Fascisti rossi, comunisti neri

Renato Guttuso, Natura morta nello studio, 1962

Un grande professore ci disse che trovare un libro per caso era poesia. Anzi: disse che proprio questo era poesia, a escludere tutto il resto.
Sono parole di questo genere che fanno crescere i giovani, li motivano, danno loro un obiettivo e, anche se il traguardo non si vede (magari perché nemmeno c’è…), li spingono ad andare avanti. Perché se la vita pirandellianamente, pascalianamente, non conclude, non si può tirarsi indietro.
Questo sia detto per esprimere una cosa molto semplice: quando ci trovammo nell’archivio di Cantimori a Pisa non volevamo far altro che documentare, spinti dall’esigenza amorosa di ricompattare quanti più pezzi possibile di quel passato. Un libro di Cantimori l’avevamo trovato a Edimburgo: a Pisa potevamo trovare quaderni, fogli protocollo, fogli battuti a macchina, quasi tutti scartafacci (ci lasciate passare l’espressione desueta e crociana?) del periodo anteriore al suo passaggio dalle file del fascismo — prese la tessera nel ’26, quindi a 22 anni essendo nato nel 1904 — in quelle dei comunisti italiani.
Apriamo una parentesi per (non) farvi annoiare. A Napoli, nel dopoguerra, si usava distinguere tra bolscevichi e comunisti. Dei primi non ci si poteva fidare; i secondi erano delle buone paste d’uomini. Ora diciamo risolutamente che Cantimori non fu né l’una, né l’altra cosa. In sintesi: fu fascista per poco meno di vent’anni, stette col partito dei comunisti per dieci anni. Uscì dal PCI, infatti, nel 1956 a seguito dell’invasione dell’Ungheria da parte dei carri armati sovietici. Capirono solo allora, persone intelligenti come erano Cantimori, Calvino (e infiniti letterati, tra cui Muscetta e Sapegno), che l’URSS era una dittatura? I salesiani da cui ho studiato per otto anni avevano un modo di dire:  chi può dirlo?  Allora pensavo che il “chi” fosse Dio. Ora credo di sapere che i salesiani, come molti professori universitari, sono manipolatori. A fini educativi, ma sempre manipolatori.
E per tornare a Cantimori, e finirla: uno si mette a leggere libri di storia (sembra che lo facciano di più i ragazzi dal carattere noioso, come dovevo essere quando prendevo la patente di guida) per capire qualcosa dell’attualità. Mai per un piacere fine a se stesso; per quello c’è la letteratura: e vorremmo raccomandare due libri pregevoli di e su Borges – il primo è  Sette notti, l’altro  Con Borgesdi Manguel, insieme a quel divertente giallo che è  Lettere e filosofia  di un altro argentino, De Santis.
Volevamo capire qualcosa del nostro Paese che era stato (ufficialmente) fascista, volevamo sapere cos’era stata la Scuola Normale di Pisa dove Cantimori insegnava. Non ci siamo rassegnati a cercare un editore per le quasi trecento cartelle di documenti archivistici. Certo, finire il ciclo di studi ci dà più tempo per metterci in moto anche sotto questo aspetto: la testa è più libera e non ragiona secondo schemi accademici. Vi assicuriamo che queste carte finiranno prima o poi in qualche  bel tomo  sullo scaffale delle biblioteche.
Sembra che il clima sia propizio: abbiamo trovato (per caso — buon segno) sull’inserto culturale del Sole 24 ore  del 30 aprile una recensione di Massimo Firpo al catalogo di una mostra tenuta a Pisa sulla figura di Cantimori. A quel catalogo abbiamo partecipato, parlando di un argomento intrigante: Cantimori e signora. La quale si chiamava Emma Mezzomonti e fu la prima traduttrice italiana di Marx: pensate che i due si sposarono nel ’36 e lei era già comunista, ma lui niente. Immaginate le dolci passeggiate a Villa Sciarra, dove di tutto si parlava fuorché di Nietzsche e Marx…
Bene: anche nella recensione leggiamo che Cantimori fu fascista  d’anteguerra. Nel senso che la guerra non la fece e che nel ’39 assurse al limbo che gli accademici si finsero — e i loro discendenti ora “docenti” si fingono — per collocarvi le anime magne e purganti i loro peccati di gioventù, adolescenza e infanzia. Perché è noto che Firpo soffre di qualche complesso di Icaro e non vuole prendere aerei per andare a vedere cos’è stato il passato italiano. E non sarebbe un problema: senonché Firpo appioppa il complesso di Icaro (che in realtà era lo stesso di Edipo e poi sarà quello di Telemaco) al povero Cantimori: passato al fascismo perché figlio di un romagnolo passionale, mazziniano e poi fascista di sinistra,  perché la rivoluzione l’avrebbero fatta i fascisti. Ora questo comportamento di Firpo è da facinoroso. Si vada a rileggere che cosa scriveva Pasolini sui “poveri allievi di Firpo” (ma era il padre dell’accademico in questione…).
Il punto non è questo: è che Firpo addita, nella recensione, la “sostanziale continuità” da Cantimori versione nera a quello  upgraded rosso. Perché è chiaro che per Cantimori fascista il meglio doveva ancora venire. Noi abbiamo avuto un relatore di tesi per questi argomenti che ci ha insegnato il contrario ‘ntifico: le fondamenta si gettano da giovani, il resto è secondario. Qualcuno diceva che l’uomo è come l’orologio: arrivato a una certa età, non fa che ripetersi. Avete visto l’immagine per questo articolo: è bello immaginare questo intellettuale che vede il comunismo (negli anni Cinquanta! intelligenza storica?) in una sedia di paglia: cosa avrebbe detto dello scudo spaziale di Reagan contro il comunismo? Ma vogliamo capire un’ultima volta Cantimori: era un accademico sputato pure lui, ma non dei peggiori (nel senso che da giovane era stato migliore). Crediamo che vedesse il comunismo in quel quadro perché ce n’è un altro, con lo stesso soggetto ma di Gauguin, nel quale però la sedia è molto elegante, quasi da salotto (e cosa c’è sopra se non due bei libri…).
Finiamo di pontificare. Firpo suggeriva nella recensione che sarebbe stato meglio includere nel catalogo alcune poesie scritte da Cantimori. Io ne ricordo alcune davvero deprimenti scritte sui vent’anni mentre faceva supplenze a Carrara. Gli piacevano i tedeschi tipo Rilke, Trakl… Una volta una ragazza mi fece capire qualcosa di me, dicendomi che il professore del liceo a cui piaceva Rilke era un tipo davvero depresso. Sagge parole che ho capito un po’ alla volta.
Ma ve n’è un’altra, di poesia di Cantimori, scritta quando i comunisti cominciavano a dargli noia:  finita la scienza/ si va in conferenza,/ finita la scuola/ si cade in tagliuola. Voleva dire che ormai aveva capito l’antifona: era diventato un pezzo da museo sebbene insegnasse nella prestigiosa Scuola Normale. Luogo fatto dai giovani, lo vogliamo ripetere ancora e all’infinito. Se qualcuno vuole vederla come Firpo alla stregua di un’istituzione, faccia pure.
Chi ci ha studiato per cinque anni, sa che la Scuola è totalmente altro.

Andrea Bianchi