Mi chiamo Giuseppe Berto

«Ecco che io posso affermare: in Italia non esiste libertà per l’intellettuale. Intendiamoci, non dico che in Italia sia impossibile per l’intellettuale essere libero. In verità non è impossibile nemmeno in Spagna, o in Grecia, o in Russia. Un uomo trova sempre il modo d’essere libero, se lo vuole. Ma non è giusto che egli debba sopportare condanne e persecuzioni per essere libero. In Spagna, in Grecia, in Russia, le sopporta. Io dico che ne sopporta, sia pure in misura notevolmente minore, anche in Italia. Ma quali persecuzioni? E da parte di chi?
Esistono, in Italia, molti gruppi di potere intellettuale. Il più solido, preparato e importante, è quello che grosso modo si può definire radicale. Ma ce ne sono parecchi altri, per lo più alimentati dai partiti o dalle diverse correnti dei partiti. Se si escludono gli sparuti gruppi liberali o della destra nazionale, tutti gli altri sono collegati in nome di principi invalicabili: sono democratici, antifascisti e nati dalla Resistenza. In realtà ciò che li unisce è una comunità d’interessi che non è azzardato definire mafiosa, tendente all’acquisto, alla conservazione, all’esercizio del potere. È un potere enorme. La radiotelevisione italiana, che come si sa è un comodo monopolio, oltre che un comodo mezzo di sussistenza, è praticamente nelle loro mani. E nelle loro mani stanno quasi tutti i periodici che si levino al disopra dell’informazione cronachistica o scandalistica, e naturalmente i più grossi quotidiani, ivi compresi il Corriere della Sera o La Stampa»…