Cry Macho

Michele Anselmi per Cinemonitor

EASTWOOD, UN VECCHIO “MACHO” CHE PIANGE. BALLATA PICARESCA E VETUSTA, MEGLIO SE NON RECITA

“Questa storia del macho è sopravvalutata” sospira a un certo punto il vecchio campione di rodeo Mike Milo; essendo incarnato dal novantenne Clint Eastwood, sembra evidente l’intento autoironico rispetto al glorioso cine-passato. Con Warner Bros esce giovedì 2 dicembre “Cry Macho – Ritorno a casa”, il nuovo film diretto e interpretato dall’indomabile vegliardo. Purtroppo non è proprio all’altezza del precedente, il lucido e toccante, “Richard Jewell”, anzi parecchio delude; semmai ricorda quello venuto prima, cioè “Il corriere – The Mule”. La verità? Eastwood dovrebbe limitarsi a dirigere i film, gli viene meglio da parecchio tempo; come attore, parere personale, avrebbe potuto smettere con “Gran Torino”, dove cesellò un personaggio perfetto. Invece gli piace ancora stare in scena e salire a cavallo, ogni tanto rifilare qualche cazzotto, naturalmente confrontandosi con uomini avanti con gli anni, in bilico tra retorica americana e malinconia senile, con una punta di epica crepuscolare. Solo che non è più credibile.
“Cry Macho” nasce da un romanzo di N. Richard Nash pubblicato nel 1975. Da Roy Scheider a Burt Lancaster, da Arnold Schwarzenegger a Pierce Brosnan, in parecchi sono stati in ballo negli anni per essere Mike Mile, ma poi non se ne fece nulla. Alla fine è stato Eastwood a riprendere in mano la storia, insieme al fedele sceneggiatore Nick Schenk.
Il film non è stato un successo negli Usa, dove è uscito lo scorso 17 settembre, contemporaneamente in sala e su Hbo Max, tra stroncature varie. La più feroce delle quali è venuta dal suo collega regista Paul Schrader, il quale ha scritto tra l’altro: “Fallisce in ogni ambito: sceneggiatura, luci, location, set, oggetti di scena, guardaroba e casting”. Tuttavia “Cry Macho”, pur nel suo apparire così antiquato, anche negli espedienti narrativi e nel sentimentalismo sdolcinato, appartiene per intero, si direbbe, alla “filosofia” attuale di Clint.
Siamo sul finire degli anni Settanta, in Texas. Milo, che fu una star dei rodei prima di rompersi la schiena, ha un debito di riconoscenza verso il suo ex capo, un certo Polk, ed è venuto il momento di saldarlo. Come? Andando in Messico a recuperare, diciamo pure rapire, il figlio che Polk ebbe da una ricca señorita. Il ragazzo, oggi tredicenne, si chiama Rafael, detto “Rafo”, detesta la madre, è indocile, arrotonda con i combattimenti clandestini di galli. Il suo si chiama “Macho” e per nulla si separerebbe da esso.
Insomma, avrete capito: il caracollante Milo, vestito come un “gringo” dalla testa ai piedi, convincere l’adolescente a salire sul pick-up alla volta della frontiera, ma il viaggio verso casa sarà avventuroso, colmo di insidie e inattesi incontri.
Il tono è picaresco, con digressioni intimiste, le migliori, inclusa una lunga sosta in un paesino nel deserto, dove Milo conosce una bella e tosta vedova che lo prende in simpatia, ricambiata. Però i cattivi stanno arrivando, sicché i due dovranno scappare di nuovo.
Ragazzini e animali sono un classico nella tarda carriera di un divo hollywoodiano. In “Cry Macho” Eastwood si misura con gli uni e con gli altri, come se, non avendo più nulla da dimostrare, potesse girare un film vecchio stile nel quale in fondo parla un po’ di sé: degli acciacchi, del mito, della violenza, forse dei rimpianti. A un certo punto sgorga anche una lacrima dall’occhio del rude cowboy che sa sussurrare ai cavalli.
Magro, rigido, un po’ curvo, quasi scarnificato, Eastwood mette il proprio corpo di stagionato novantenne e quella voce arrochita al servizio della vicenda, e certo fa tenerezza il suo giocare con gli stereotipi, appunto, del “macho” cinematografico, lasciando affiorare una vena di quieto distacco dalle epoche delle Colt 45 e delle 44 Magnum. Eduardo Minett, Dwight Yoakam e Natalia Traven gli fanno compagnia in questa storia “on the road”, rispettivamente nei panni di “Rafo”, Polk e Marta. Musiche minimaliste di Mark Mancina, bella la ballata country di Will Banister sui titoli di coda, non a caso intitolata “Find a New Home”.