Mundo del fin del mundo


«Le spiegazioni nella vita a volte arrivano tanti anni dopo, spiegazioni magari a sciocchezze ma pur sempre spiegazioni. Qualcuno ti racconta casualmente di una certa persona, della sua storia, del suo carattere, e il tassello va a posto. Le “Due vite” di Trevi, lo sapete, sono quelle di Pia Pera e di Rocco Carbone. Con Pia ci siamo conosciute ragazzine, al liceo. Rocco Carbone l’ho incrociato solo sulla carta ma non l’ho mai dimenticato. Doveva essere il 1993 quando lessi su “Linea d’Ombra”, a cui ero religiosamente abbonata, una sua recensione a “Il vecchio che leggeva romanzi d’amore”, che avevo appena tradotto. Carbone faceva una gran quantità di complimenti a Lucho, all’attenzione che mostrava nei confronti della natura, e poi diceva qualcosa del tipo: peccato per la traduttrice che tira via e traduce alla lettera “orsetto del miele” quello che è chiaramente un coati. Sul momento ebbi un colpo al cuore e arrossii fino alla radice dei capelli, svergognata così sulla rivista che aveva pubblicato la mia prima traduzione, la rivista fatta dalle persone che più stimavo e letta da tutta l’editoria italiana. Poi però ci ragionai su: un oso de la miel non è un coati o coatí, e se anche fosse stato lo stesso animale non mi sarei mai sentita di rinunciare a un nomignolo così suggestivo, tanto più che nel romanzo l’animaletto è un simbolo positivo e appena viene ammazzato dal cattivo della situazione cominciano a morire tutti come le mosche. Allora mi indignai: accusata di tirar via io, che per amore di precisione (e di ospitalità) avevo difeso a spada tratta il tigrillo, convincendo tutta la redazione ad accettare un prestito, con quella doppia elle così difficile per il lettore italiano che bisogna sempre considerare, ammettiamolo, un po’ cretino. Poi mi montò la rabbia: telefonai al mio redattore e gli dissi che volevo scrivere una lettera di protesta a “Linea d’Ombra” con preghiera di pubblicazione, anzi a ripensarci volevo andare dritta a Roma, o forse era Milano, da questo Rocco Carbone e dirgliene quattro in faccia, no, otto, meglio sedici, e già era fortunato che ero una tipa pacifica e non lo menavo. Il revisore minimizzò, non ne valeva la pena, e pian piano mi convinse a lasciar perdere. Di lì a poco, però, Lucho mi spedì il file di “El mundo del fin del mundo”, pieno zeppo di nomi volgari di balene e pesci vari. La notte cominciai a sognarmi Rocco Carbone. Internet non esisteva ancora, così mi arrampicai un sacco di volte in cima alla lunga scala a pioli della sala consultazioni della Biblioteca Statale di Lucca, con tutti che smettevano di studiare e mi guardavano naso in aria, per consultare questo o quel polverosissimo volume dell’Espasa Calpe. Nulla. Allora telefonai al dipartimento di Biologia marina dell’Università di Pisa e un professore mi disse di chiamare l’acquario di Livorno, dove mi diedero la mail di un grande studioso dell’Università di Napoli che stava preparando, per l’Unesco, un atlante dei cetacei di tutti i mari. Gli spedii immediatamente la lista dei nomi volgari spagnoli che c’erano nel romanzo, implorandolo di aiutarmi a trovare i corrispondenti italiani, vista la mia difficile situazione con un recensore che aveva l’animo più nero del carbone. Credo percepisse una certa ansia, perché mi rispose subito: “Gentile Ilide Carmignani, perché io possa aiutarla deve mandarmi i nomi scientifici”. Allora scrissi a Sepúlveda, che per me era ancora uno sconosciuto, e gli chiesi accoratamente questi nomi scientifici. Mi rispose serafico: come faccio, i pesci cambiano nome in ogni porto. Feci come potevo. Continuai a sognare Rocco Carbone per qualche numero di “Linea d’Ombra”, poi trovai pace. E Lucho chiese di conoscermi».

Ilide Carmignani, 28 dicembre 2021