Don’t look up

Michele Anselmi per Cinemonitor

“DON’T LOOK UP”, LA BUFFA BATTAGLIA (PERSA) DI DUE ASTRONOMIE
E SE LA STORIA FANTA-CATASTROFICA PARLASSE PURE DI COVID?

E se “Don’t Look Up”, sotto la crosta di kolossal fanta-catastrofico sulla Terra minacciata da un enorme meteorite, fosse anche un’allegoria sul Covid? Magari mi sbaglio, ma dopo aver visto il nuovo film di Adam McKay, da mercoledì 8 dicembre nelle sale e dal 24 dicembre su Netflix, questo ho pensato, una volta per strada. Il regista americano, quello di “La grande scommessa” e “Vice – L’uomo nell’ombra”, nasce comico e si vede: anche quando rievoca il tracollo economico del 2008 o le “gesta” di Dick Cheney il registro è sempre tra buffo e sarcastico, salvo poi far affiorare i disastri della politica.
“Don’t Look Up” è un film di star, non fosse altro perché interpretato dalla coppia Leonardo DiCaprio & Jennifer Lawrence, pagati 30 milioni di dollari l’uno e 25 l’altra; e poi ci sono, variamente usati, Meryl Streep, Jonah Hill, Cate Blanchett, Timothée Chalamet, Ron Perlman, Mark Rylance, Chris Evans, Ariana Grande, Gina Gershon e infiniti altri. Tutti si divertono ad aderire allo strambo clima evocato dalla storia, a suo modo spiazzante perché viene preso di mira un certo modo superficiale di sottovalutare le minacce più terrificanti, quasi fossero solo rotture rispetto ai ritmi quotidiani di una vita consumista e frenetica.
Il titolo significa “Non guardate in alto”, cioè il cielo stellato. E invece è proprio da lì che arriva la minaccia assoluta: una cometa con un diametro di 9 chilometri sta dirigendosi in picchiata verso il pianeta. L’impatto è previsto tra 6 mesi e 14 giorni: così almeno hanno calcolato due astronomi del Michigan, l’indocile dottoranda Kate Dibiasky e l’impacciato professor Randall Mindy. Ma nessuno li prende sul serio: né la presidente degli Stati Uniti, Jamie Orlean, alle prese con scandali sessuali ed elezioni di metà mandato; né un popolare talk-show televisivo che preferisce sorridere sulla cupa profezia, trattando i due più o meno da picchiatelli. Solo che la cometa c’è, esiste, bisogna bloccarla in tempo o sarà l’estinzione del genere umano.
Il tono del racconto, in linea con lo stile di McKay, è sarcastico, beffardo, a suo modo feroce e grottesco: non risparmia nessuno. I due scienziati, ciascuno dei quali custodisce qualche debolezza, sbeffeggiati e irrisi, almeno fino a quando pure l’asteroide gigante non diventa un pretesto di propaganda elettorale. Con i “sopraguardisti”, cioè coloro che temono la catastrofe, visti appunto come “catastrofisti” dalla Casa Bianca e dal popolo genericamente repubblicano, in una chiave che ricorda certe frasi di Trump su mascherine e Coronavirus.
Dura circa 130 minuti il film, decisamente troppo per una commedia, ma certo ne accadono di cose: fino alla fine e anche dopo. McKay frulla alla sua maniera survoltata dati realistici e situazioni strampalate, millenarismo, edonismo e populismo, inventando anche un attempato guru-miliardario un po’ alla Jeff Bezos, qui si chiama Peter Isherwell, secondo il quale sarebbe possibile sbriciolare la cometa ormai alle viste capitalizzando i redditizi minerali che essa incamera.
Siamo, mi pare, tra Joe Dante, Tim Burton e i fratelli Coen, con citazioni e omaggi dichiarati; dentro una sorta di irresponsabile allegria, un po’ da ultimi giorni di Pompei, che via via tende al tragico, almeno nella consapevolezza dei due rassegnati astronomi. All’opposto di kolossal sul tema, come “Deep Impact” o “Armageddon”, qui non si raccontano missioni spaziali eroiche, il tutto è visto dalla Terra che sembrerebbe scegliere di suicidarsi: per distrazione, avidità, sfiducia verso la scienza, stolido senso di onnipotenza, infantile fatalismo (lo spettro delle allusioni è vasto).
DiCaprio e Lawrence, i due principali “sopraguardisti”, si attengono al tono generale, e certo si simpatizza per loro, lesti a lanciare l’allarme e cannibalizzati presto dal furore dei social. Meryl Streep, la presidente bionda ed erotizzata, a un certo punto mostra anche il sedere nudo, sempre che sia il suo; mentre Cate Blanchett è l’anchorwoman cinica e seduttiva, talmente ricca da non credere possibile la fine del mondo.

PS. A mo’ di epigrafe, sui titoli di testa, c’è una battuta umoristica di Jake Handey che in italiano suona pressappoco così: “Vorrei morire serenamente nel sonno come mio nonno, ma non gridando di terrore come i passeggeri nella sua auto”.