23. Lernet-Holenia


«Un uomo alto dà sempre nell’occhio, non sta su nessun cavallo, non entra in nessuna carrozza, in nessun letto; se si fa uno strappo nei pantaloni non trova da comprarne un paio confezionato; e se poi ha anche un briciolo di cervello più dei suoi simili, non riesce più a capirsi con loro».
(Alexander Lernet-Holenia, Due Sicilie, Adelphi 2017, pag. 16)

Quando Andrea mi ha parlato del romanzo Due Sicilie, ho capito perché qualche recensore aveva rilevato certe insufficienze a livello del plot: solo perché alcuni personaggi vengono uccisi, uno dopo l’altro, senza che ne esca una congrua spiegazione secondo i canoni. È chiaro che si tratta di un “giallo” metafisico, in cui ciò che conta è il senso delle cose, con la fine di un’epoca, l’eliminazione dei residui del glorioso tempo lontano, fatto di guerre, lustrini e onore, per dissolversi nel nulla della modernità. E Alexander Lernet-Holenia è uno dei romanzieri più brillanti della sua epoca, un uomo capace anche di far narrare la storia da un personaggio che sta lì per quello, mantenendo tutta la plausibilità di ciò che accade. Lernet-Holenia fa galoppare nel racconto, pieno di balzi, corse, mistero, fantasie mitiche che paiono reali. Ricordo come lo scoprii: dev’essere stato venticinque anni fa, su una bancarella, leggendo il risvolto di L’uomo col cappello, quando venni catturato dalle parole caccia al tesoro, tumulo, mito, facoltà medianiche, bandito sanguinario. L’incipit era rassicurante:

In un casinò di Budapest dove entrai anni orsono (non per giocare, tra l’altro, ma per incontrarvi una certa persona) conobbi un giovanotto che mi colpì per il fatto che con apparente imperturbabilità stava perdendo parecchio; e in effetti la serie delle sue perdite non veniva interrotta da questa o quella vincita; egli continuava ad avere la peggio con una tale regolarità che io, dopo essere rimasto a guardarlo per un certo tempo, presi a giocare a mia volta, puntando via via sull’opposto, naturalmente, di quello su cui puntava lui; sicché vidi ben presto accumularsi davanti a me una cospicua sommetta.

Il perdente al gioco è Nikolaus Toth, un giovane sconsiderato che, dopo un paio d’incontri fortuiti col narratore, gli racconta la sua avventura al servizio di Franz Clarville, uno straniero enigmatico incontrato in una locanda di Tokaj che l’aveva convinto a scarrozzarlo in macchina in lungo e in largo per l’Ungheria, in mezzo alle colline coperte di vigneti, alla ricerca di quella che – ne era certo – nascondeva la tomba colma di tesori di Attila Flagello di Dio. Doveva trattarsi di un tumulo sacro come i kurgan che sorgono nella Russia meridionale, sotto cui “giacciono i re morti durante le campagne militari, seppelliti a cavallo, armati di tutto punto, con elmi e corazze e spesso circondati da tutto il loro seguito, e quando morì Attila, il re venuto dall’Oriente, per lui, qui nella steppa ungherese, non può esserci stata altra forma di sepoltura che questa: in un tumulo, circondato dalle sue concubine, dai suoi cavalli, dai suoi nobili e dalle sue ricchezze”.

E qui si scatena un’avventura all’inseguimento della Storia e del Mito. Attila risiedeva in Pannonia e regnava su Ostrogoti, Gepidi, Eruli, Rugi, Sciri, Quadi, Sorasgi, Acaziri, nonché sui primitivi abitanti della Germania e dell’Ungheria; nel solstizio d’estate del 453 sposò la principessa Hildiko, che regnava su Burgundia, Lotaringia e gran parte del Reno, e si dice che lei lo abbia ucciso la prima notte di matrimonio. I tre fratelli di Hildiko erano di fatto i suoi balivi, perché secondo il matriarcato il diritto di successione era matrilineare e tutto apparteneva alla donna, nulla agli uomini. Il primo marito di Hildiko era Sigurt, o Sigfrido, un volsungo nipote di Odino dal quale discendono tutti i re franchi; ma secondo altre versioni la stirpe risaliva a demoni marini o idrosauri muniti di corna, tanto che il principe stesso era ancora rivestito da una pelle cornea che lo rendeva vulnerabile in un solo punto. Ma la sua invulnerabilità poteva derivare dal bagno fatto nel sangue del drago che aveva ucciso, salvo un punto fra le scapole su cui era caduta una foglia di tiglio.
Comunque sia, i fratelli di Hildiko, a cui il potente consorte non andava a genio, lo fecero uccidere per impadronirsi di fatto del potere, e poi condussero la principessa da Attila per un secondo matrimonio politico. L’accampamento dell’unno doveva sorgere lì, vicino a Tokaj: fu lì che Attila trucidò i fratelli di lei, probabilmente col suo consenso.

“Alla fine però Hildiko vendicò i suoi fratelli, che pure le avevano portato via l’amato e l’oro, e la notte di nozze uccise il re. Poi diede fuoco alla sala. Si pensa che la regina, tuttora pazza d’amore per il suo volsungo, non sapesse più quello che faceva. Ma quando mai l’amore lo sa!”.

Mi fermo e lascio la parola ad Andrea: siamo solo all’inizio di un tuffo nella forza inestinguibile del mito, dove Lernet-Holenia è maestro, nella sua duplice veste di narratore noir e visionario, capace di scorrere fra reale e irreale, fra spazio e tempo, in una lucidità “galoppante” che tiene tutto.

P. F.

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Due Sicilie di Alexander Lernet-Holenia (1897-1976) esce nel ’42. Nell’edizione Adelphi del 2017 c’è una copertina dal disegno invitante, un pastello di primo Ottocento. Visto così può sembrare l’ennesimo libro di viaggi nel Regno delle Due Sicilie. E invece Holenia è scrittore di gialli metafisici, briosi, impavidi. La sua scrittura rapida, intelligentemente convoluta e terribile, si mostra a poco a poco, senza colpi di frusta.
Due Sicilie era il nome di un reggimento di ulani dell’esercito austro-ungarico. Il romanzo è ambientato nel 1925 quando questo corpo è ormai sciolto – solo sette membri ne restano in vita, più o meno giovani.

“Ciò che altrimenti si sarebbe deciso sui campi di battaglia, qui ha assunto la forma di una storia d’amore…”. L’unico che riesca a indagare è il poliziotto Gordon che però agisce nell’ombra e alla fine fa simpatia allo stesso Holenia: “egli sorrideva come d’abitudine. Sarebbe potuto essere un funzionario di polizia cinese”. Sembra di capire che il nostro nobile narratore austriaco cede alla moda poliziesca ma con lieve nonchalance, come fosse appunto una cineseria.

“La fanciulla cambiò da sé il nome in Luz presumibilmente per superstizione, giacché per quanto una fosse onesta non poteva mai sapere che altro ancora potesse capitare…”

Perciò l’austriaco può inventarsi di tutto, e perfino parlare del“profumo del pericolo” a proposito di una piccola storia messicana inserita nel finale. In fondo Holenia è animato da cognizioni un filo esoteriche che emergono bene quando fa leggere a un suo personaggio Pico della Mirandola per avviarsi poi in altri excursus. “Il mago crea un modello al destino, che il destino, assecondando una coazione irresistibile, si sente spinto a imitare una o più volte. Il mago, per dir così, inventa le mode del destino”.
È un romanzo da cui spariscono uno dopo l’altro i membri superstiti del reggimento Due Sicilie. Gli assassini sono diversi volta per volta ma tutti inseriti in un tempo che è circolare se non addirittura ciclico: a Holenia serve spingere su questo pedale per esplicitare la sua concezione della personalità che non è doppia o tripla ma nulla: Nei suoi esiti superiori viene meno la capacità d’esattezza, anzi di perfezione, della natura, sulle grandi distanze le irregolarità delle serie si compensano (…) In fondo vediamo molti – per così dire – conoscenti senza sapere chi sono, e dopo un po’ di tempo praticamente finiamo per aver visto quasi tutte le persone che vivono nella stessa città.”
Per questo nel presentare il libro al lettore italiano Sciascia invocava da buon critico i nomi di Borges, Pirandello e Stevenson. Borges: l’uno è l’altro. Pirandello: l’uno è nessuno e centomila. Stevenson: l’uno è dentro il nulla.

In Due Sicilie, come nella vita, compaiono figure immaginarie che diventano reali e ci sono figure reali che si dissolvono. Questo anima con la forza di una trazione retro motrice il romanzo di Holenia dove farete fatica a seguire i vari mascheramenti. Ma questo non importa, ci sarà da qualche parte un vostro sosia che farà considerazioni opposte alle vostre. “Le profezie non sono fatte per realizzarsi, perché non predicono il reale, ma il vero. Le nostre parole sono imprecise, e quando diciamo l’irreale, forse intendiamo invece il reale. Reale è solo ciò che sopravanza; e solo salvaguardato in spazi chiusi si compie, come una replica perenne, l’evento vero e proprio.”
Per lo stile siamo solo apparentemente vicini alla nenia romantica del gran Danubio blu. Come Roth, Holenia vi porta per mano ma alla fine non vi consegna nella nostalgia, vi porta a ballare con lui in pista un tango al sintetizzatore. “La tenuta di Gegendt si era fatta assai piccola e modesta, una delle più piccole, ma sopra la campagna di un tempo gravava un presente infinito, quasi Urban Ainether cavalcasse ancora e di nuovo nel sole, con i suoi occhi un poco arrossati e il suo pesantissimo vestito di velluto, in cui però egli si sentiva ben fresco, un fantasma nel sole, un fantasma meridiano, e vantasse ancora il diritto della prima notte, una notte chiara come il mezzogiorno estivo, e le contadine gli baciavano le mani, così come la ragazza di aspetto slovacco che stava sparecchiando la tavola aveva baciato la mano al capitano di cavalleria”.

Voleva solo, al pari dei bambini, imitare il rotolio del suono lontano”. Chissà se Holenia si era letto Pascoli. Forse avevano avuto enrambi la stessa sensazione, erano la stessa sensazione.

La trama si avvolge in un giallo. Questo dovette attirare l’ultimo Sciascia come le fantasie di Dürrenmatt e i romanzi brevi di Greene in finale di carriera. Ma il giallo, lo vediamo bene solo alla fine, era un pretesto.
Ho avuto la ventura di leggere in dattiloscritto la recensione di Sciascia a Due Sicilie che è del 1983, in occasione della prima traduzione italiana procurata dall’editore Serra e Riva. Devo ringraziare il nipote del Maestro, Vito Catalano, per aver potuto notare un lapsus volontario nella chiusura della recensione che altrimenti non si nota nell’edizione Adelphi dei saggi di Sciascia (2019).
Nel dattiloscritto si legge: “oscuro e angoscioso problema dell’identità”, poi cassato con riscrittura in interlinea “mistero dell’identità”. Come al solito il diavolo si nasconde nei dettagli e una volta che l’avete trovato avete anche in mano la chiave dell’enigma. Cosa farne, però, sta a voi decidere.

“Come curiosità è da notare che anche la Francia della Restaurazione aveva dedicato un reggimento al Re di Sicilia: ed è quello in cui viene arruolato il Lucien Leuwen di Stendhal. Ma si può andare al di là della curiosità: la nuda trama di questo incompiuto romanzo di Stendhal (variamente intitolato nelle postume edizioni: Rosso e bianco, Il cacciatore verde, Lucien Leuwen), piuttosto raffazzonata e da ‘feulleiton’, fa pensare alle trame dei romanzi di Lernet-Holenia: anch’esse da romanzo d’appendice e distratte, ma anch’esse calate dentro una conoscenza del cuore umano, dentro introspezioni e descrizioni, di eccezionale acutezza e delicatezza. Almeno così è nei quattro libri di Lernet-Holenia che conosciamo, e particolarmente in questo Le Due Sicilie: dozzinale trama poliziesca che muove una visione di quel mondo — e del mondo — sottile e struggente: oscuro e angoscioso mistero dell’identità (da richiamare, insieme, Stevenson, Pirandello e Borges) che trova però banale scioglimento poliziesco. E come il mistero dell’identità è — nonostante la banalità dello scioglimento, della finale spiegazione — al centro del romanzo di Lernet-Holenia, così il mistero del tempo intesse quello di Kusniewicz, Il Re delle Due Sicilie. E dall’uno e dall’altro tema ciascuno assume un che di labirintico, affascinante e insieme di vertiginoso. Ma sono due temi che defluiscono da quello comune (e non soltanto a questi due romanzi, ma a tutta la narrativa che approssimativamente possiamo denominare absburgica) della fine dell’impero. La fine dell’impero come fine dell’identità, come fine di un tempo umano appena scandito, appena governato dal potere (e cade in taglio di segnalare il libro di Sergio Romano ora pubblicato da Scheiwiller: La lingua e il tempo). Forse anche, per la metafora dell’ultima pagina di Kusniewicz, come fine della letteratura, una volta dilavatasi la memoria dell’impero. E, per l’onirica metafora raccontata da Lernet-Holenia, forse addirittura come fine del mondo”.

Andrea Bianchi