21. sverginare i classici

Tom Wesselmann, Monica Nude with Cezanne, serigrafia, 1994

Mi colse la sensazione di aver sverginato i classici troppo presto. Era pomeriggio. Una coppia di ragazzi delle medie passeggiava su via degli Oliveti. Improvvisamente si fermava. Si abbracciavano come se fossero in balia di un peluche invece che del loro amore adolescente. Poco più avanti una ragazza forse più grande di loro incedeva da sola è abbastanza maestosa. Il  culo da donna fatta. L’abbigliamento da adolescente incerta. Gli occhi che lo dico a fare. Da fanciulla che vorrebbe poter fingere malizia che non avrà prima della primavera. Il mio mangiafuoco intanto mi regalava un portafogli esortandomi a riempirlo di soldi e invitandomi a cercare la classe in tutte le compagnie. Non soltanto una pura e semplice soddisfazione momentanea. E ripensai. 
Ripensai che leggere un classico troppo presto è come fare l’amore vero senza protezioni troppo presto. Resta la struttura ma va via tutto il resto. Il resto che si insinua nei capelli e sotto la cute. Così che quando la sera vedi gli scivoli e i risciò rossi blu e gialli parcheggiati come relitti sulla spiaggia a Miramare sai davvero che anche questa è stagione. Non serve il caldo cocente. La cabina può essere tua anche sfilando un pantalone a dicembre e vedendo il rosso carminio di labbra rupestri e prendendo il calore che ti danno. Lì e altrove. Entrare nella caverna. Rientrare nell’adolescenza mai vissuta. Scordarsi dell’estate e dei baci rubati con la lingua a 13 anni. Ricordarsi di quelli di un attimo fa di Evelina. Ricordarsi che ti hanno anche dato del “bravo” e che anche se hai solo sfiorato la perla sei morto dentro l’ostrica nel caldo mentre fuori era freddo e gelo. E non c’era vento questa sera. Solo una dannata voglia di registrare, invitare a cena e perdersi nel delitto di ogni commiserazione per chi non visse con noi la gioia del sex on the beach.

Andrea Bianchi