House of Gucci

Michele Anselmi per Cinemonitor

La caduta di Casa Gucci: polpettone a tratti spassoso. Doppiato forse sarà meglio

Basterebbe un dettaglio, minore ma neppure tanto, per non prendere sul serio “House of Gucci”, il filmone di Ridley Scott che ricostruisce grandezza e caduta della celebre dinastia di moda. A un certo punto, siamo sul finire degli anni Ottanta, Maurizio Gucci sfoglia di fronte all’ex moglie Patrizia Reggiani una corposa rassegna stampa, e la cinepresa insiste su una prima pagina del “Foglio”. Solo che il quotidiano fondato da Giuliano Ferrara sarebbe arrivato in edicola il 30 gennaio del 1996, dieci mesi dopo la morte violenta dello stesso Gucci, ucciso il 27 marzo del 1995 da due killer ingaggiati da Patrizia Reggiani, l’ex consorte furibonda. Per non dire del luogo dell’assassinio: va bene che siamo al cinema, ma l’industriale, appena “disarcionato” dai suoi azionisti, fu ammazzato a Milano, entrando in uno stabile di via Palestro, mentre sullo schermo tutto si svolge nel romanissimo e gotico quartiere Coppedé, per la serie: “tanto chi se ne accorge?”.
Inseguito da polemiche varie durante la lavorazione e dopo, tutte prevedibili, “House of Gucci” sarà nelle sale dal 16 dicembre, in forma di strenna natalizia, con Eagle Pictures. Dura quasi 160 minuti, in linea con l’ambizione di farne un affresco a forti tinte che copre venticinque anni di “Gucci’s Story”, tra colpi di fulmine e colpi bassi, rancori fraterni e umane debolezze, splendori e cadute, avidità e vendette, “camp” e “trash”, insomma avete capito.
Dirò una cosa azzardata: “House of Gucci” potrebbe migliorare una volta doppiato, perché in inglese — almeno per noi italiani – tutto risulta alquanto incongruo e buffo, a causa della “pronuncia” un po’ mafiosetta che Scott ha imposto ad alcuni dei suoi interpreti, anche all’interno della famiglia Gucci, forse pensando di girare una quarta parte del “Padrino”, sia pure in chiave “fashion”.
I difetti di “Tutti i soldi del mondo”, lì si ricostruiva il rapimento di Paul Getty jr, si ritrovano pari pari in questo nuovo film di Ridley Scott, quasi a mostrare un riflesso condizionato degli hollywoodiani quando c’è da raccontare una storiaccia italiana dai riflessi internazionali. Sarà perché alla base c’è un libro di Sara Gay Forden, benché compaia anche un italiano, Roberto Bentivegna, tra gli sceneggiatori, immagino per dare un tocco di “flavour” locale, forse di verosimiglianza.
Il collega Antonio Mancinelli ha scritto, in una spumeggiante stroncatura su Facebook, che ci sarebbero voluti un Bertolucci o un Visconti per raccontare una vicenda simile. Magari sarebbe bastato il Luca Guadagnino di “Io sono l’amore”, forse il suo film migliore, anche se certo Ridley Scott, di recente scottato dall’insuccesso di “The Last Duel”, avrà pensato di misurarsi con un gran materiale emotivo, appunto “una storia vera di moda, avidità e crimine”, come recita il sottotitolo del libro edito da Garzanti.
Quanto al cast di prima grandezza, saprete già tutto. Lady Gaga incarna Patrizia Reggiani, la tosta e disinvolta “social climber” di Vignola, ramo camion e trasporti, pure firme false; Adam Driver fa Maurizio Gucci, il pollo svagato e disinteressato ai soldi che cade nella trappola amorosa salvo presto pentirsene; Jeremy Irons il vecchio padre Rodolfo Gucci, ex attore consumato dalla malattia, elegante e decadente, fuori dal mondo; Al Pacino lo spregiudicato Aldo Gucci, la vera locomotiva di “casa Gucci”, l’unico capace di aggiornare i prodotti ma senza esagerare; Jared Leto, irriconoscibile causa make-up, il fesso Paolo Gucci, negato stilista e cugino pasticcione di Maurizio; Salma Hayek l’intrigante “sensitiva” Pina Auriemma, che rimediò i de sicari per 600 milioni di lire; Jack Huston il subdolo Domenico De Sole, l’uomo dietro le quinte, buono per tutte le stagioni, specie grazie al binomio vincente con Tom Ford.
Tra battute come “I negozi Gucci saranno il Vaticano della moda” e canzoni come “Sono bugiarda” di Caterina Caselli, il film non si nega alcun cliché sulla sedicente casata aristocratica di italiani ricchi e famosi nel mondo; e bisogna riconoscere che, stando al gioco degli eventi, Scott azzecca la prima ora di “House of Gucci”, per quel tono tra impertinente e colorito, con affondi grotteschi. Poi il tutto vira verso una rappresentazione fosca, da melodramma folleggiante, anche da opera buffa, non saprei dire se con ambizioni da tragedia greca (Patrizia come Medea?). Troppi repentini i cambi di psicologie prima dell’epilogo precipitoso con l’omicidio e la condanna di Patrizia Reggiani a 26 anni di carcere (è uscita nel 2016).
Sono certo che chi conosce il mondo della moda molto si divertirà a cogliere riferimenti, abiti, borse, ambientazioni e strizzatine d’occhio, e certo la fotografia del polacco Dariusz Wolski conferisce alla ricostruzione la giusta patina del tempo.
Morale? Magari tutto era già scritto, se è vero che sotto la guida dell’esoso e vanesio Maurizio Gucci il mitico marchio di famiglia arrivò a un passo dalla bancarotta, mentre oggi, si legge in una scritta sui titoli di coda, varrebbe la bellezza di 60 miliardi di dollari.