imbecillitas

Nell’antichità ogni malattia veniva interpretata come un messaggio divino. Le cure erano affidate a sacerdoti e sciamani. Con Ippocrate, IV secolo, le malattie non sono più solo figlie degli dèi e cominciano a essere considerate a partire dall’essere umano e dal suo funzionamento. Si pensa che la salute sia il risultato di un equilibrio dinamico tra gli umori del corpo: bile gialla, bile nera, sangue, flegma. L’equilibrio tra questi liquidi genera benessere, mentre l’eccesso di uno di essi determina un’alterazione del temperamento – collerico, melanconico, sanguigno, flemmatico – e quindi la malattia. Nel Medioevo, una visione superstiziosa della malattia mentale, come male di origine soprannaturale, demoniaca o astrale, si alterna e si mescola a osservazioni alchemiche e in qualche modo «cliniche». Nel 1520, Paracelso scrive Delle malattie che ci derubano della ragion, e propone di distinguere le malattie della mente in cinque tipologie. Fioriscono i tentativi di classificare le malattie mentali (lo svizzero Plater, per esempio, le suddivide in imbecillitas, costernatio, alienatio e defatigatio) e lentamente si affaccia l’idea del malato mentale come «problema sociale». La distinzione tra malati mentali, delinquenti, asociali, eretici rimane tuttavia molto sottile. Le conseguenze sul piano delle «terapie» sono facilmente immaginabili. Alle erbe e ai salassi si affiancano trattamenti «comportamentali»: dal gettare i malati nell’acqua gelata al farli vorticare su un seggiolino mobile in modo da «riassestargli la mente». Il «matto» spaventa e inquieta, pochi sentono il bisogno di studiarlo e capirlo, i più preferiscono escluderlo e recluderlo.

Diagnosi e destino, pagg. 97-98