9. il capitalismo (cinese) riuscirà a digerire anche comunisti e massoni

Alessandro Vascotto, Cattività, acquerello su carta

È uscito, per le edizioni Golem di qualche torinese che stampa in Calabria per andare a risparmio, una raccolta di medaglioni italiani illustri:  Figure dell’Italia civile, dell’accademico di Francia — lapsus: Torino — Gianfanco Quaglieni.
Viene naturale, per chi abbia un minimo di educazione storica (e appartenga a uno di quei popoli burckhardtiani, infelici), riprendere un classico per i risorgimentali incalliti come l’Italia di minoranza  di Spadolini. Testo uscito per gli esangui e nobili tipi Le Monnier nel 1983, ma che non avrebbe avuto bisogno di raccogliere benedizioni — cosa che invece fa Quaglieni — da  buonisti osceni e velenosi come Gramellini.
E che avviene, domanderà lecitamente il lettore sportivo e fattivo, paragonando Spadolini e Quaglieni? Paragonato al primo, al suo stile e alla sua lucidità, il testo del secondo (che potremmo dire “povero”, ma non declinato alla toscana, che vuol dire “defunto”: tuttavia ci piacerebbe che il povero Quaglieni fosse a conoscenza di questa possibile declinazione, per vedere se sul fondo del suo  piemontesismo agisca anche qualche refolo mediterraneo!), ne esce un po’ svilito. 
Ciò pone un’altra domanda: è chiaro che, rispetto allo spessore culturale dei liberali del Risorgimento (nel bene e nel male), vi è stata una  “caduta”  verso una cultura di massa (come dicono anche gli accademici veri, quelli comunisti, ma con disprezzo) che non ha, indubbiamente, quell’intensità qualitativa e, soprattutto, etica. Di certo se il povero Quaglieni è più povero di Spadolini, noi siamo poverissimi (nonostante il maiestatico) come tutti i nostri coetanei sebbene studiosi e normalisti, i quali hanno proseguito sulla via sterrata della ricerca. Bene è descritto (usiamo il piglio professorale per indicare un libro che altezzosamente punta a lettori istruiti e non profani…) il mondo della Normale di Pisa dal romanzo L’etica dell’acquario di una scrittrice che se l’è permesso per la sua discendenza accademica e per la sua avvenenza. Poveri normalisti, brutti e condannati a servire nei feudi marxisti (volevamo dire delle università italiane, con poche e meritorie eccezioni).
Di tutto ciò — di questa erbaccia che raccogliamo in modo malapartiano in un solo fascio — la colpa è anche dell’egemonia culturale e accademica dei marxisti che quand’anche hanno fatto studiare tanto i loro allievi (e loro stessi hanno studiato tanto), si sono imbucati in un  tunnel senza uscita: hanno predicato per gli altri la cultura di massa e per sé si sono tenuti l’elitarismo degli intellettuali organici (anche se Gramsci non la vedeva così!) autoriproducendosi in mostri stizzosi e altezzosi incapaci di apprezzare veramente le masse (anzi disprezzandole nei loro  adelphiani castelli di carta), né di fatto promuoverle al benessere sociale e intellettuale, se non applicando una forzosa meritocrazia che non è migliore di quella liberale e assomiglia molto a quella cattolica, dove il povero è pure poveretto e quindi va spinto in su, purché obbedisca (o  perché obbedisca?). 
Ma anche questi liberali hanno fatto il loro tempo – e ci perdoni Bedeschi che saggiamente distingue  à la Benedetto Croce tra quelli buoni e quelli meno buoni, separando tutti quanti dai “migliori”. Questi signori hanno  effettivamente segnato il passo con l’idea stantia degli eretici e delle minoranze: lo diciamo in quanto laureati sui fascisti documenti d’archivio di Delio Cantimori, documenti che sembra impossibile stampare in Italia. Ma si sa che la maturità intellettuale  de’ noantri  non permette di dire  certe cose: che l’Italia sia stata fascista non va detto, come ai bambini considerati bebè si nasconde “quel che fanno mamma e papà”. Pratica, questa, perfettamente spiegabile con la radicata e secolare tendenza del pensiero italo-cattolico di bassa marca gesuitica: certe cose si fanno, ma non si dicono. E se ci dicessero: fa’ armi e bagagli, non è questo il Paese per te… noi diremmo solo che capire Manzoni e i piccoli italioti ci permette di viverci meglio, in Italia. Staremo a vedere chi cadrà per primo. Intanto si sappia questo: chi scrive esce da cinque anni di “scuola di eccellenza”, la roccaforte italiana del marxismo — senti senti — la Scuola Normale di Pisa.
E per tornare a queste benedette minoranze intellettuali (o sedicenti tali): gli eretici o bruciano (la fine delle castagne, diceva il beato Pomponazzi) o fuggono (come i ricercatori italiani formati a spese pubbliche alla Normale e passati a rimpolpare la classe ricercatrice di altri Stati-nazione, novelli cittadini cosmopoliti dell’isola di Laputa).  
I liberali non fanno altro che dire che sono i migliori incompresi di sempre e, intanto, fanno i generali nell’esercito, gli avvocati dei ricchi, gli industriali di successo, i  giornalisti paraculati: insomma, i massoni che si sono scordati che il loro fine è migliorare se stessi per migliorare tutti, non soltanto quegli che gli assomigliano. 
Su una cosa Spadolini aveva ragione (e anche Marx, in fondo): non c’è nessuna terza via. Quindi o si accetta il capitalismo, cercando di mitigare in tutti i modi possibili le sue tendenze più egoistiche e conflittuali, oppure ci se ne porta fuori radicalmente e totalmente e si pensa una società collettivista dove c’è assoluta divisione del lavoro (con il solito  refrain: chi decide chi e come?) ed equa distribuzione delle risorse: un formicaio, insomma. Ma siamo nel  kafkiano: e ci piacerebbe immaginarlo, questo grande formicaio umano comandato dai cinesi, soltanto per inserirlo nel borgesiano bestiario fantastico. Perché tutta la letteratura, diceva qualcuno, è fantastica. Anche quello che state leggendo…
Ma siccome nessuno, in Occidente, vorrebbe entrare in un bestiario, e preferisce invece tenersi stretti il proprio ego e il conseguente libero arbitrio (e la possibilità di essere qualcosa di più degli altri), crediamo che, almeno per quanto ci riguarda, tutti si possa anche smettere di far finta di essere marxisti: e non serve neppure dire che fino ad ora ci siamo sbagliati, tanto quello  si era capito  benissimo lo stesso. 
Nel frattempo la Cina — assecondando il sistema capitalistico — va rapidamente in tutt’altra direzione (il formicaio) e tra una decina di generazioni sarà pressoché inutile porsi questi problemi, essendo biologicamente superati dallo stato delle cose (lo vedete un cinese, in lingua cinese, cercare di ragionare del modello liberale? porsi i problemi di Gramsci? o di qualsiasi altro pensatore occidentale? l’Occidente, che ora sembra dominare più che mai, ha sempre meno argomenti, quanto più capitale addensano in Oriente).
Come normalisti ed ex-allievi di salesiani vogliamo dire soltanto una cosa: i  preti, almeno, finito il ciclo di studi, non avevano pretese di controllare gli alunni dalla culla alla bara — come invece usa nella grande cricca che è quel paesone di Pisa.

Andrea Bianchi