8. c’è troppa bellezza

Miniatura dall’Aurora consurgens, tardo XIV sec.

Si legge per davvero solo in gioventù. Da ragazzi voi scivolate per terra davanti alla bellezza. Come quel grande scrittore andaluso che dice O Signore. C’è troppa bellezza al mondo. Fa’ che non ci sia così tanta bellezza. Se siete sensibili alle cose noterete che la poesia non appartiene solo alla mitologia greca, al tramonto, all’amore perduto, alla speranza di un amore in arrivo. Dovremmo pensare alla poesia come una cosa che sta sempre con noi. Immaginate che Dio veda il mondo in questo modo: dopotutto non c’è altro che il presente perché le nostre memorie sono parte del presente. Le nostre speranze e le nostre paure, la nostra incertezza riguardo il futuro: è tutto parte del presente. (…)
Pensiamo poco all’eternità come la somma stabile dei giorni. Pensiamo a lei come dice Shakespeare: è tutti i nostri ieri, oggi e tutti i nostri domani. Ma l’eternità è molto più inesplicabile. Eternità è un eterno ora dove Dio vede le invasioni di Gengis, le guerre puniche, la scoperta dell’America di Enrico il Rosso, la guerra d’indipendenza argentina, le due guerre mondiali e tutto quel che si prospetta più avanti, che deve ancora succedere. (…) Dovete essere fedeli al vostro sogno. Forse non stiamo creando specchi dell’universo ma qualcosa che sia tanto reale come gli specchi, tanto reale come il resto dell’universo.

Dopo un po’ lo scrittore capisce che le parole non devono occludere. Molti bravi scrittori hanno fatto questo errore. Il punto è che le parole prevaricano e gli scrittori si mettono a cercare come dei sentieri luminosi. Così però le parole sono troppo visibili. Io immagino che in una buona pagina dovrebbero invece esser invisibili. Dovremmo sentire quel che sta succedendo al di là delle parole. Come nei romanzi di Cervantes di Conrad e di Tolstoj che sopravvivono a tutte le traduzioni.

Immagino ci siano persone infelici, o piuttosto felici, che hanno una felicità in magazzino: devono ancora leggere il Chisciotte. A loro direi di cominciare dalla seconda parte di quel libro dove troveranno personaggi che hanno già letto la prima parte: come in Pirandello ma in modo più elegante, più sottile. (…) Márquez come scrittore è molto meglio di me certamente. Ma non so se gli sono stato di aiuto, se avrebbe scritto le stesse cose se lo avessi aiutato. Temo che molti scrittori contemporanei siano troppo simili a me. E allora non mi interessano.

J. L. Borges alla University of Wisconsin, Milwaukee, 9 aprile 1976

(traduzione di Andrea Bianchi)