Teatro sexy

Primo: c’è un tappo generazionale. In qualunque altro Paese un regista ventenne o trentenne di talento può guadagnarsi da vivere facendo teatro; da noi un giovane fa teatro, se riesce a farlo, rimettendoci di tasca propria. Secondo: la tirannia del nome. In tanto teatro anglosassone si va a teatro, anzi si corre a teatro, per scoprire un autore nuovo; da noi non c’è la voglia di «rischiare», il piacere della scoperta. Le produzioni inseguono i nomi noti in cartellone, meglio se presi in prestito dalla televisione. Io cerco di lavorare su autori nuovi, possibilmente inediti nel nostro Paese. Amo gli autori che anzitutto mi pongono delle domande a cui non so rispondere, che scavano nelle ferite aperte del nostro tempo.
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Ho studiato molto all’estero: in Inghilterra e in America. Nelle nostre scuole, nei licei — quando va bene — il teatro viene solamente studiato e letto, spesso fastidiosamente imposto. Il teatro a una certa età va soprattutto fatto. In Inghilterra e negli Stati Uniti, Paesi più concreti del nostro, il teatro a scuola viene introdotto come un gioco. Il tempo dello studio, dell’approfondimento subentra dopo, su un terreno già predisposto. Questo creerà fisiologicamente generazioni di spettatori più entusiasti e meno timorosi o precocemente esausti e annoiati dall’idea stessa di teatro. Forse il teatro ha anche un deficit genetico: si presenta — o è percepito — come elitario.
Jacopo Gassman

Vorrei proporvi un gioco e leggervi quello che mi ha scritto qualche tempo fa un caro amico teatrante al quale chiedevo le stesse cose: «Al teatro italiano mancano: 1. produttori appassionati; 2. tempo per fare le prove; 3. nuovi drammaturghi; 4. attori anziani disposti a tramandare esperienze; 5. apprendistato per attori e maestranze; 6. scuole di taglio e costumi nei teatri nazionali; 7. artisti che guidino la direzione artistica dei teatri; 8. la fame e la passione; 9. le cantine dove fare e sperimentare la fame e la passione; 10. l’alcol e la droga, le attrici zoccole e gli attori rompicoglioni, è tutto troppo educato e borghese e prudente». Ora, se vogliamo essere seri, direi che innanzitutto mancano investimenti. È di certo mancata a lungo una nuova legge sul teatro. In generale credo anche che manchi tempo, cioè la possibilità di consentire agli artisti di sbagliare. Manca poi un lavoro di formazione del pubblico: questo significa che i cittadini italiani dovrebbero sentire come cosa propria il teatro, almeno quanto sentono come cosa propria il Parlamento.
Lisa Ferlazzo Natoli

Conversazione su la Lettura #323, febbraio 2018, pag. 3 :
https://www.pressreader.com/italy/corriere-della-sera-la-lettura/20180204/281500751697809