2. ritratto di lei

 Steve Mc Curry, Village girl in a rural horse festival, Tagong, eastern Tibet, 1999

quel che può significare una donna sullo scorcio dei trent’anni per chi non abbia realmente fatto i conti con la trasformazione dei sentimenti in posa, è presto detto. lei si presentava con lo charme di chi guida la mini in provincia, quel genere di veicolo che non par fatto per aggirarsi tra i palazzi di Milano centrale, e che quando bazzica da quelle parti al nord fa pur sempre magra figura: sperduto tra edifici giganti, come l’uomo di Leopardi al cospetto di Roma papale. lei invece guidava la mini in un centro quasi suburbano, direi disteso, nelle fratte della pianura padana, esattamente dall’altra parte rispetto a dove andavo in vacanza – e poi all’università. strano ma vero, la incontrai nella forma consolidata del social, la stessa fatte le debite proporzioni che i mezzi social hanno assunto nel secondo decennio del ventunesimo secolo dove ogni incontro che non sia mediato dalla rete adombra la fragranza del pane raffermo, laddove invece il social preserva intatta l’indole giovanile e danzante dell’altra figura.
dovrei dire di lei. la sua composizione pettorale era della gigantessa cinematografica, accompagnata e appesantita da abiti di velluto, stoffe non particolarmente pregiate ma carezzevoli della sua indole ferina e insolente. i suoi capelli, morbidi e sottili e di color nero, assai diffusi nella sua microregione. le esperienze che vantava di continuo non avevano lasciato un marchio approfondito sulla sua carne, tant’è vero che era abituata a circondarsi di uomini più grandi, a segno della sua educazione violenta, dell’essersi sempre messa a servizio di storie di comodo in cui comunque sia lei, psicologicamente, arrivava dopo, ultima direi (pur non essendo corvo, ché per mangiare, mangiava eccome).
mi innamorai di lei, fui rifiutato, mi innamorai di nuovo daccapo e fui snobbato, preferito forse a qualcun altro che ancora non conosco. cosa mi ha lasciato? una ferita. diceva che la romanzavo.
chiaramente ora non riesco a innamorarmi di chi presenti le caratteristiche di lei, dal peso all’amore per la lettura, sia pur mediato da una soggettività presuntuosa e scocciante, in fondo suppurata dalla provincia. forse conoscerla mi ha maturato, forse ancora mi ha offeso, fatto sta che tra me e lei fisicamente non c’è mai stato altro che un bacio che non riuscii a rifilarle, una sera di luglio che quasi mi stava piangendo addosso e a due metri dalla risacca del mare. non so realmente se l’ho amata o se mi sono limitato a sognarla. le altre donne, splendide e olimpiche, sono sogni meno fermi nella mia memoria rispetto a lei che si conserva col nitore di una sciagura e di un’infima sottigliezza.
si va avanti, anche in questo caso, e lei non vigila più sui miei sogni. anche se la rivedo nella bellezza delle passanti e la sensazione che lei mi diede due anni fa la prima volta che la vidi riaffiora insensibilmente, gli occhi si allargano, le orecchie si allungano, il sangue circola più caldo e la vista afferra dettagli sino a un momento prima svalutati, ogni volta che rivedo un’altra lei… stando fermo sulla panchina, nei pressi dell’arco di Augusto. e come dicono altre, non so cosa voglio. voglio, ma non so cosa. voglio

Andrea Bianchi, normalista