La malora

Fuori da ogni romanticismo, o arcadiche idee pastorali, la nostra storia contadina è una schiena spezzata all’infanzia. La malora le racconta come nessun altro libro le campagne e le colline delle Langhe, quelle intorno la città di Alba e tagliate dal Tanaro all’inizio del secolo scorso. Quando parliamo di famiglia come radici, dovremmo ricordare che queste, le radici, sono anche una ferita. Erano i tempi della mezzadria. I mezzadri erano povera gente che chiedeva ai padroni di lavorare la loro terra e di offrirgli un alloggio. In cambio, il padrone riceveva metà della produzione. Era una vera e propria forma di baratto, e sempre con il baratto, e quasi niente con i soldi, ci si procurava ciò di cui si aveva bisogno. Un pollo, un quarto di manzo, un’altra qualsiasi bestia allevata, poteva essere scambiata con un indumento cucito da un sarto. L’Italia è stata fino a poco fa anche questo. Storie di uomini che hanno sacrificato tutta la vita per costruire il paese in cui viviamo oggi. Uomini che hanno saputo anche vedere molto lontano. Quando la terra era poca e poco se ne ricavava, i figli, non i figli a cui si corre dietro col cucchiaio per convincerli a mangiare la minestra preparata, li si rincorreva per prenderli a calci nel culo, o per spingerli, con quel calcio, a lavorare da altri padroni, da altri mezzadri per un tozzo di pane e due soldi da mandare a casa, se avevano già le braccia buone, ancora adolescenti, e la spina dorsale dritta; oppure li si spediva in seminario, perché si era convinti che i preti, di fame, non morissero mai, e un figlio lontano da casa, nonostante il dolore, era pur sempre un figlio di meno a cui dare un piatto di polenta la sera.