Magellano in Patagonia

Magellano si sbagliava: pensava, come Colombo, che il tratto di mare tra Europa e Asia fosse molto più corto. Ma su quell’ errore avrebbe fatto letteralmente la storia.
Era il 20 settembre 1519 — esattamente cinquecento anni fa — quando salpò da Sanlúcar de Barrameda, con cinque navi e circa duecentocinquanta uomini. Una spedizione imponente, raccontata da Laurence Bergreen in Oltre i confini del mondo.
Dopo le consuete soste alle Canarie e alle isole di Capo Verde, Magellano giunse in Brasile, sostò un’altra volta, poi volse la prua a sud. Agli inizi del 1520 la flotta incrociava lungo la costa dell’America meridionale alla ricerca dello stretto. In marzo il clima si fece spaventoso: Magellano fu obbligato a svernare in Patagonia e si ritrovò a dover sedare un ammutinamento. Quando finalmente arrivò in vista dello stretto, alle porte dell’Oceano Pacifico, in realtà aveva già fallito: il passaggio era troppo a sud per servire davvero come via d’accesso all’Asia. Inoltre era un tale intrico di canali e di venti avversi che sarebbero occorse sette settimane per superarlo. Durante quei giorni forse davvero sentì di essere giunto alla fine del mondo. Talvolta intravide qualcosa che poteva tradire la presenza di un insediamento umano: fuochi lontani e d’ignota natura che bruciavano, e rosse fiamme che sembravano apparizioni spettrali sullo sfondo verde cupo di cipressi, rampicanti e felci. Talvolta vide invece immensi muri di ghiaccio: duecento o cinquecento piedi, le cui creste si elevavano più alte dei condor che volavano lontani in ampi cerchi.
Quando finalmente uscì da quell’inferno, sembrò a Magellano di avercela fatta: venti propizi e un mare così calmo da convincersi a battezzarlo Pacifico. Ma si sbagliava anche questa volta: lo aspettavano novantanove terribili giorni di viaggio in alto mare. Quando nel marzo del 1521 avvistò l’isola di Guam, le riserve d’acqua erano putride e le gallette ormai piene di vermi, mentre gli uomini del suo equipaggio si erano ridotti a masticare gli involucri di cuoio delle vele, con le bocche gonfie per lo scorbuto. Magellano comunque raggiunse le Filippine e le rivendicò nel nome di Carlo V. Ma fu proprio lì che il viaggio gli fu fatale. I rapporti con i locali sembrarono inizialmente cordiali, ma poco ci volle perché le cose degenerassero. Magellano morì in battaglia, combattendo a fianco di un rajah locale contro quello della vicina isola di Mactan.
La spedizione aveva perso il suo comandante. Il 27 aprile lo spagnolo Juan Sebastián Elcano assunse il comando della Victoria, la nave che era stata di Magellano e che ora era ridotta a sessanta uomini di equipaggio; e si accinse al viaggio di ritorno. L’Oceano Indiano, innanzi tutto, poi il Capo di Buona Speranza e ancora l’infinita costa dell’Africa. Il 6 settembre 1522 all’orizzonte del porto di Sanlúcar de Barrameda, in Spagna, apparve la sagoma di un vascello in rovina. A mano a mano che la nave si avvicinava, la gente accorsa sulla banchina poté vedere brandelli di vele sbattuti dal vento penzolare dall’alberatura, sartiame marcio, colori sbiaditi dal sole e fiancate corrose dalle burrasche. Dal parapetto di quel relitto si affacciavano i corpi scheletriti di diciotto marinai e tre prigionieri drammaticamente denutriti. Il cronista della spedizione, l’italiano Antonio Pigafetta, annotò con la consueta precisione: «Navigammo 14.460 leghe e completammo il circuito del mondo da est a ovest». Di quella lunga tragedia e di quella incredibile avventura era sicuramente quello il risultato più importante.

Alessandro Vanoli, la Lettura 387, pagg. 28-29