Hayez e i putti

La vicenda degli appunti fatti dal conte al celebre artista (e delle risposte per le rime che riceve) è ricostruita attraverso le lettere. Consolati, consigliere comunale e membro della Commissione di carità, non si reca mai a Milano a vedere il lavoro. Dopo aver fatto il suo ordine invia a curiosare in casa Repossi, nello studio di Hayez, un altro collezionista trentino, Luigi Corradi. Quest’ultimo fa intendere per l’opera un’aura di classicità «nel solco della Madonna della scodela, della Segiola, del Cardelino». «Spero — scrive Corradi all’amico il 27 agosto 1831 — che questa passerà alla posterità colla denominazione di Madonna dei datoli». È sua, si vanta, l’idea di far dipingere proprio dei datteri: «Fu pensiere mio di mettere fra le mani del putto di quella frutta, aludendo così anche al genio del committente, molto portato, per quanto mi ricordo, a gustare di quella natura produzione vegetale».
Recapitato a Trento, però, il dipinto spiazza il committente: la posa della Madonna non gli piace. «Io invece — replica Hayez nel carteggio conservato in archivio — mi sono studiato, e non sarò forse riuscito, di far conoscere nella posizione che la Vergine meditasse sul mistero dell’incarnazione». «L’artista — ricostruisce la curatrice — difende l’autonomia del proprio lavoro e rivendica una rilettura dei capolavori del passato, con una profondità di contenuti dottrinali che si esprimono negli sguardi e nelle pose. Il Riposo durante la fuga in Egitto affronta un tema inedito, nel ristretto gruppo di soggetti sacri occasionalmente trattati dall’autore, e si colloca negli anni centrali della produzione romantica: anche qui Hayez sa rivitalizzare il dialogo con la tradizione pittorica del passato, con naturalezza e verosimiglianza». Se i riferimenti al Cinquecento si basano su un’interpretazione della Madonna della quercia di Raffaello e Giulio Romano, lo studio delle ambientazioni non può essere condotto dal vero. Affascinato dal mondo esotico (la spedizione lungo il Nilo di Ippolito Rosellini e Jean-François Champollion è del 1828-29) l’autore si documenta e studia, deciso a rendere il contesto in modo il più possibile filologico. L’idolo alle spalle di Maria, per esempio, non è un’invenzione: «È il colosso di Ramsès II, affondato nella sabbia di Wadi el Seboua. Il pittore non è mai stato in Egitto ma riproduce un’immagine che si trovava in un libro di incisioni della sua biblioteca. Anche la palma ha riscontri in uno studio forse condotto all’Orto botanico di Brera, dove la Phoenix dactylifera è documentata dal 1812». È la «ricerca del bello nel vero», cuore della poetica di Hayez.
C’è poi il caso del Bambino. Consolati, di nuovo, vista l’opera s’interroga sulla sua nudità e vorrebbe un braghettone. Richiesta inviata. L’11 novembre 1831 riceve la risposta dell’artista: « Lei ha, ancora qui tutte le ragioni, ma quel dover coprire la taccatura delle coscie ed il pube che nei putti è la parte più bella è per noi artisti un vero sacrifizio. D’altronde, nelle chiese di Roma, di Venezia e di tutta Italia ne ho veduti parecchi di così nudi ed ho azzardato di farlo anch’io ». Parafrasando: è così e non si cambia. Certo una committenza è una committenza e Hayez smussa: « Mi lusinga che tutte queste mancanze v’è rimedio onde non succedino un’altra volta qualora il Sig.r Conte volesse onorarmi di una sua commissione, poiché facendogli vedere il primo schizzo, sopra questo potrà dare la sua approvazione». Consolati non ordinerà più nulla.

Anna Gandolfi, la Lettura #358, pag. 41