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Questa intossicazione interiore va ad aggiungersi a quella fisica. Perché, violando la propria naturale inclinazione al bene, cioè alla trasparente solidarietà col prossimo, ci si è trovati a praticare una specie di deviazione esistenziale indotta dalle circostanze, dalle convenienze, da una connaturata tendenza all’ignavia. Dunque, una lunga parentesi di pratica amorale e immorale, senza farsi domande e senza provare attenzione per l’altro. Questo poi ha indotto gli incubi, che ancora durano. Da qui la Colpa che pesa, col ricordo ricorrente degli atti nefandi che tormenta e impedisce l’attaccamento alla vita, al concetto stesso di vita, alla sua legittimità. Ogni cosa, ora, sembra usurpata, niente appare legittimo, nessun godimento plausibile e sensato: gioire è quella stranezza che si ravvisa negli altri e di cui si cerca un’interpretazione. E tutto per quella dannata infrastruttura esperienziale che ha contraddistinto la parte più determinante della vita. Ma la purezza resta la cifra, la predisposizione naturale, l’ineliminabile destino. Questo ormai è acquisito, e ha bisogno di trovare affinità che lo confortino.

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