DetFic 10: il romanzo criminale settecentesco


Nelle tradizioni antiche che introducono la detective fiction, all’investigazione e allo smascheramento manca il carattere tipico che nascerà solo nell’Ottocento: l’indagine professionale del crimine. Cioè, manca la polizia, pubblica o privata. E non stupisce, se si pensa che fino alla metà del Settecento non esistevano processi indiziari: il verdetto si fondava soltanto sulle deposizioni dei testimoni e sulla confessione – regina di tutte le prove –, che  spesso veniva estorta con la tortura.

Gli orientamenti delle tre scuole critiche a cui s’è fatto cenno (i filologi, i puristi e gli enciclopedisti) si sono recentemente ricomposti in un quadro unitario, che vede confluire nel genere poliziesco due forme di “scandalo”. La prima, che ha come scenario i bassifondi, è rappresentata dalla criminalità endemica tra le classi meno abbienti, al centro di una letteratura popolare che prelude al reportage giornalistico; la seconda nasce dalle azioni illecite dei potenti, già celebrate nella tragedia elisabettiana e giacobiana.

Nel Settecento, questi due filoni di letteratura criminale si contaminano attraverso i romanzi Moll Flanders (1722) di Daniel Defoe, Jonathan Wild (1743) di Henry Fielding e Caleb Williams di William Godwin. Ma è solo nell’Ottocento che all’interesse per il criminale – fino a quel momento al centro della scena – si sostituisce quello per il detective.

condannati a morte nel carcere londinese di Newgate (Thompson)


A Londra, sin dal finire del Seicento, il cappellano della prigione di Newgate (“The Ordinary Chaplain”, detto “The Ordinary”), dopo aver assistito i condannati a morte, aveva il diritto di pubblicare il resoconto dei loro ultimi istanti e delle loro imprese delittuose. Queste narrazioni – in forma di pamphlets, talvolta venduti il giorno stesso dell’esecuzione – ebbero un largo pubblico, così alcuni stampatori decisero di raccoglierle in volume. Nacque in questo modo, nel 1773, The Newgate Calendar, un almanacco che conobbe numerose riedizioni. L’iniziativa venne poi ripresa da vari editori, che si misero a pubblicare opuscoli basati sui resoconti ufficiali dell’Old Bailey, il tribunale di Londra, ovviamente arricchendoli di particolari truculenti per soddisfare l’interesse morboso del pubblico per i criminali e le loro gesta.


Nel Settecento lo scenario delle impiccagioni dei delinquenti comuni era la località di Tyburn (oggi Marble Arch), spesso menzionata insieme a Newgate negli annali del crimine. I prigionieri d’alto rango, invece, venivano giustiziati a Tower Hill mediante il taglio della testa.
Come sappiamo, la popolarità delle esecuzioni era altissima. L’occasione si trasformava in una sorta di kermesse, come mostra una lettera scritta da un viaggiatore italiano – Alessandro Verri, fratello di Pietro – nel gennaio 1767:

Tutta Londra era in moto per tal fonzione, della quale sono curiosi gl’Inglesi anco più di noi. Vi sono de’ gran palchi di legno dall’una e dall’altra parte del patibolo, per montare su i quali si paga un tanto. Sono sempre pienissimi.


Qui, spesso, il condannato faceva il cosiddetto “discorso del patibolo”, con cui era chiamato a riconoscere, insieme ai propri crimini, la giustizia della condanna. In questo modo egli incarnava, come osserva Michel Foucault nel saggio Sorvegliare e punire (Einaudi 1976), «sotto la morale apparente dell’esempio da non seguire, tutto un ricordo di lotte e di scontri» ingaggiati «contro la legge, contro i ricchi, i potenti, i magistrati, la polizia militare e la ronda di notte, contro l’esattoria e i suoi agenti», tutte istituzioni per cui il popolo di sicuro non parteggiava.

Infatti, non di rado, dopo l’esecuzione il condannato veniva celebrato come un santo, e la proclamazione postuma dei suoi delitti gli assicurava la gloria. In pratica, il pubblico settecentesco vedeva nel criminale un malfattore e un eroe a un tempo: questo era dovuto all’estrazione popolare dello highwayman o bandito di strada, il cui comportamento deviante era l’unico modo per tentar di sfuggire a un sicuro destino di povertà.