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Le cose che vedo in te sono vere, esistono. Se dovesse capitarti ancora di star male o esser triste, di avere le lacrime e il nodo in gola, potresti (se vuoi) chiamarmi: così, forse, potrei aiutarti. Non voglio più che tu stia male. E quell’espressione di cui parli, quella che dici di non riuscire a trattenere, la muta richiesta di tenerezza che ti si dipinge sul viso nei momenti più inattesi, la vedo anche in molti visi altrui. Poi, capita anche a me di provare la sensazione (il timore) di non farcela, ogni volta che mi accingo al compito impegnativo che sai. Perché è un compito difficile e incerto, se ci pensi, quindi questo timore latente rimane sempre. Ma ormai ho imparato a conviverci e a non prenderlo più sul serio: quando fa capolino, continuo a far le mie cose con fiducia, perché ormai ho capito di avere la padronanza del mezzo, e andando avanti si può solo migliorare. Questa consapevolezza finisce per sopravanzare e smentire questo timore, la “vocina” subdola e onnipresente che non si stanca di suggerirmi che forse quel compito è troppo difficile, che forse non ce la farò. Quella vocina non si stanca mai di apparire, ma nessuna parte di me le dà peso. È vero che resta un fondo di insicurezza, il residuo delle grandi insicurezze giovanili; ma i fatti, la pratica, l’esperienza mi permettono di esorcizzarlo e renderlo inoffensivo.