allergia alla libertà

Lonnie Holley, Finally Getting Wings for the Forty-First Floor, 1996


Perché mai in Italia, quando si parla di fascismo, si finisce sempre per parlare dell’«inconscio», della «natura», delle «caratteristiche di fondo» degli italiani? Perché si evoca il «fascismo dentro di noi», come ha fatto Antonio Scurati? Probabilmente perché è il modo più semplice per evitare di fare i conti con la storia, immergendosi nel mare magnum della psico-antropologia dove ognuno trova modo di spiegare, con poche icastiche affermazioni, le ragioni per cui l’Italia non solo ha generato il fascismo, ma gli ha anche assicurato un rilevante consenso.
A chi si chiede come mai a un secolo dalle prime manifestazioni fasciste ci troviamo ancora a commentare fatti di cronaca che riportano alla ribalta vocaboli, gesta, riti ispirati allo squadrismo dei primi anni Venti del Novecento, non si può rispondere chiamando in causa il «fascismo eterno» di Umberto Eco, quasi un peccato originale costitutivo, ma neppure far finta di nulla, considerandoli irrilevanti o inevitabili.
Guardando la storia non sembra azzardato affermare che gli italiani, più che nostalgici del fascismo in quanto tale, siano semplicemente privi di un forte radicamento sul terreno delle libertà civili e dei diritti. Forse si dovrebbe dire che il facile attecchimento del fascismo, al di là delle note contingenze politiche e connivenze istituzionali, fu il risultato di un implicito «contratto» tra il regime e gli italiani, i quali più che dal fascismo furono conquistati da una prospettiva di ordine, identità sociale e una sorta di autarchico welfare in cambio della rinuncia alle libertà verso le quali, peraltro, durante i precedenti sessant’anni, i nostri avi non avevano mai mostrato un particolare entusiasmo.
Infatti, se si escludono i conflitti risorgimentali e insurrezionali tra il 1848 e il 1878, la storia d’Italia conosce poche grandi lotte di massa in cui non siano in gioco rivendicazioni economiche dei lavoratori, e quasi tutte incentrate attorno al conflitto tra nazionalisti e internazionalisti avviato dopo la guerra di Libia. Il socialismo aveva infatti occupato le piazze con sempre maggiore frequenza, rivendicando quasi esclusivamente migliori condizioni materiali per i milioni di salariati dell’industria e delle campagne. Se inizialmente la grave arretratezza da industrializzazione ritardata rendeva tali lotte comprensibili, in seguito la loro persistente separazione dalla domanda di estensione dei diritti divenne deleteria per la democrazia italiana.
Un esempio paradigmatico in questo senso ci viene dall’analisi del ruolo giocato dalle pressioni popolari per estendere il diritto di voto in un regime a suffragio ristretto come la Gran Bretagna, dove si verificarono enormi manifestazioni pubbliche che sin dall’inizio dell’Ottocento misero sotto pressione la classe dirigente. Il massacro di Peterloo del 1819, ad esempio, ebbe origine da un raduno organizzato per assicurare a Manchester la rappresentanza politica. Soprattutto però va ricordato come il Second Reform Act del 1867, che garantì l’accesso al voto di un milione di lavoratori, fu adottato urgentemente sotto la spinta di un’insoddisfazione di massa foriera di seri pericoli per la stabilità del sistema politico britannico. Lo stesso movimento cartista nel 1842 presentò una petizione di tre milioni di lavoratori in cui si chiedeva il voto segreto per ogni maschio adulto.
In Italia, su questi temi, il clima è esattamente l’opposto: nessuna pressione popolare per l’estensione del suffragio, tanto che la riforma del 1882 fu concessa al rallentatore dalla Sinistra storica, dopo estenuanti dibattiti, senza che dal basso provenisse la benché minima lamentela. La stessa cosa si può dire per il suffragio universale maschile, calato dall’alto da Giovanni Giolitti nel 1912 e accolto persino con perplessità da alcuni socialisti. Significativo, a tale proposito, anche il silenzio delle donne, assordante se paragonato con il protagonismo delle suffragette britanniche.
Al di là dell’ovvio diverso grado di maturazione politica delle classi popolari, frutto dei differenti percorsi storici, la questione elettorale in Italia funge da cartina di tornasole dell’assenza di sensibilità per i temi della partecipazione civica, proprio a partire dalle forze politiche di massa: socialisti e cattolici. Emarginata a sinistra la componente mazziniana, riformisti e massimalisti si contesero il primato mettendo in ombra il problema della cittadinanza e al centro o i modelli produttivi e i miglioramenti materiali o la rivoluzione proletaria: nel 1919 durante un dibattito a Bologna sulla proporzionale, i socialisti fecero fallire l’iniziativa al grido di «altri e più impellenti problemi urgono oggi il proletariato al quale non interessa affatto la questione elettorale».
Così, mentre i nazionalisti brandivano il rivendicazionismo economico operaio per spaventare i ceti medi, diffondendo nuovi scenari dove ordine, disciplina e potenza nazionale mettevano fuori gioco il cittadino, i dirigenti socialisti continuavano a rifiutare di prendere in considerazione il lato politico delle rivendicazioni economiche in vista di «ben altri» traguardi, nel timore che ciò avrebbe prodotto un’integrazione della classe operaia nel sistema. Non è un caso che la questione delle libertà come fondamento di una nuova, consapevole, cittadinanza sia stata la parola d’ordine lanciata dal liberale eretico Piero Gobetti e raccolta da spezzoni minoritari e perdenti dell’azionismo, del radicalismo e del socialismo liberale. Il fascismo, scriveva Gobetti, è «tutela paterna prima che (…) dittatura»: mantenendo gli italiani in stato di minorità, Mussolini li ha sollevati dalla fatica di lottare per i diritti e dall’onere di esercitarli.
Lo scarso significato attribuito dalle masse alle conquiste della democrazia liberale è dunque il risultato sia dei timori di una parte consistente degli eredi di Cavour (non tutti) di trattare con le «plebi» (i «ventri», come diceva Francesco Crispi), sia, dopo il 1945, dell’estraneità al tema che ha caratterizzato le antiche culture «antisistema», socialista e cattolica, una volta giunte al potere. Un’estraneità che spiega l’ampiezza dell’impatto liberatorio del Sessantotto nel nostro Paese con la nuova percezione dei diritti, ma anche paradossalmente la scarsa profondità di tale percezione, che ne ha impedito la trasformazione in cultura civica. Se dunque per capire l’avvento del fascismo dobbiamo ricordare l’uso spregiudicato della violenza e la debolezza delle istituzioni, per comprenderne la permanenza, ma soprattutto per fare i conti, senza ricorrere alla metafisica, con l’inquietudine che ancora oggi quella realtà continua a suscitare (nonostante la modestia dei numeri e della rilevanza politica), è necessario riflettere su quanto oggi sia salda e radicata la cultura della cittadinanza repubblicana.

Fulvio Cammarano, la Lettura #390, pag. 15

31. lettera a Barbara

Dante Gabriel Rossetti, Aurelia (Fazio’s Mistress), 1863–1873 | Tate

Tua madre ha portato proprio una cosa bella. Perché quello che tu hai lo conservavi già quando eri dentro la pancia della mamma — tutti lo portiamo fin da quando siamo lì. E tu questo lo hai capito fin dall’inizio e non lo hai perso nemmeno per un attimo. Invece io per dove mi ha portato la vita — be’ diciamo che per me è stato diverso. Ma tutti quei libri, tutte quelle poesie, tutte quelle telenovelas mi avevano fatto capire una cosa, l’avevo capita — già — solo che per dove mi ha portato la vita me l’avevano fatto capire in un altro modo, in un’altra forma di vita.
Grazie a te il ponte non è saltato, un’altra volta. Barbara. Tu non lo potevi sapere. Sono passati quasi quattro anni ma io non ero ancora stato reclutato. O forse lo ero già e non me lo dicevo senza saperlo. Tuo nonno era nella mala e continuava da Miami. Forse per questo ti avevano scelta. Non lo so. Fili spezzati. Fili mossi. Per quanto riguarda il mio, di nonno, ti so dire solo che ho il sangue malato che ha fatto morire lui ieri e sua madre prima ancora. Lui non avrebbe voluto che entrassi perché se si trattava di postumi di Gladio erano cose pericolose. La prima volta che vidi paura sul suo volto fu quando glielo dissi. Però la strada era segnata. La sua curiosità mi era arrivata dritta nel sangue. 

Andrea Bianchi

30. Lontani dal letto

Joseph Mallord William Turner, Riders on a Beach, circa 1835

Aveva detto che quando abitava a Reggio con un’amica e il suo ragazzo, questi veniva impiegato (a mille euro) una volta la settimana per andare dal prete. Jessica era scandalizzata. Non dal sesso ma dal fatto che il prete volesse prenderlo da dietro e in bocca e che alla fine invocava il suo dio e la sua madre. E prima aveva tenuto tra le mani la bibbia e il rosario. Questo non era né norma né eccezione rispetto alla comunità ecclesiale. Diciamo con Jessica che rappresentava in modo verosimile come andavano a finire i soldi destinati alla chiesa. Lei aveva qualcosa da dire al riguardo. 
L’avevano battezzata nella chiesa Evangelica ma lei riteneva che questo si dovesse alla povertà della sua famiglia. Era in fondo la stessa visione di Lucrezio — e metu dii, gli dei sono nati dal terrore.
E con questo aveva esaurito le sue visioni intellettuali. — Io ti ho prosciugato. Ti ho usato. — Non importa. — È stato solo sesso ma un buon sesso e se avrò voglia della stessa cosa so che chiamo te. 
Roberto si compiace. — Ma non avere quell’aria da cane bastonato che alle donne non piace. Devi essere invece… hmhm! — Non mi piace arrabbiarmi. — Anzi sai tu proprio non sembri di questo mondo ti guardi sempre intorno con un’aria come se non capissi dove sei. Scriverai dei libri e magari li leggerò.
Qui sembra lei di un altro mondo.
Si stende sotto la coperta.
Mi guardo intorno. Al bar attaccato alla stazione di Cattolica un uomo in cappotto dichiara che il suo amico sta scrivendo una Storia di Cattolica che vincerà il Premio Strega. Passeggia nel bar col cappotto chiuso e un vinello in mano. 
Sul lungomare la stessa ragazza che già si era incontrata un anno fa in hotel con altro uomo — era stata ombrellina al circuito di Misano — poi sulla via dello struscio con altro uomo nano e infine ora con uno sciantoso emiliano che ha scritto in faccia “ho il Ferrari”. Lei sempre più disperata e sempre più bella: una donna d’ebano. Padri che rimproverano le figlie perché hanno messo i piedi nella fontana a sfioro. Coppie a cavallo sulla spiaggia. Padri che aiutano i figli in monopattino. Madri che comprano la pizza al figlio e il cagnolino che guarda speranzoso. Tutto questo succedeva lontano dalla stazione di Cattolica.

Andrea Bianchi

Mi chiamo Giuseppe Berto

«Ecco che io posso affermare: in Italia non esiste libertà per l’intellettuale. Intendiamoci, non dico che in Italia sia impossibile per l’intellettuale essere libero. In verità non è impossibile nemmeno in Spagna, o in Grecia, o in Russia. Un uomo trova sempre il modo d’essere libero, se lo vuole. Ma non è giusto che egli debba sopportare condanne e persecuzioni per essere libero. In Spagna, in Grecia, in Russia, le sopporta. Io dico che ne sopporta, sia pure in misura notevolmente minore, anche in Italia. Ma quali persecuzioni? E da parte di chi?
Esistono, in Italia, molti gruppi di potere intellettuale. Il più solido, preparato e importante, è quello che grosso modo si può definire radicale. Ma ce ne sono parecchi altri, per lo più alimentati dai partiti o dalle diverse correnti dei partiti. Se si escludono gli sparuti gruppi liberali o della destra nazionale, tutti gli altri sono collegati in nome di principi invalicabili: sono democratici, antifascisti e nati dalla Resistenza. In realtà ciò che li unisce è una comunità d’interessi che non è azzardato definire mafiosa, tendente all’acquisto, alla conservazione, all’esercizio del potere. È un potere enorme. La radiotelevisione italiana, che come si sa è un comodo monopolio, oltre che un comodo mezzo di sussistenza, è praticamente nelle loro mani. E nelle loro mani stanno quasi tutti i periodici che si levino al disopra dell’informazione cronachistica o scandalistica, e naturalmente i più grossi quotidiani, ivi compresi il Corriere della Sera o La Stampa»…

Elsa

«Nello stesso periodo, successe un’altra cosa stupida e insieme inaudita. Io ho ancora un lunghissimo carteggio fra Sereni, Polillo, Formenton, che tratta dell’affare Morante. Elsa, assediata da tutti gli editori italiani, mi disse che avrebbe voluto dare il suo nuovo romanzo alla Mondadori».

— Andiamo verso il 1974, quindi si trattava de La Storia…
«La Storia. Le ragioni che lei adduceva erano due: Mondadori era il solo editore che avesse degli economici che funzionassero e lei voleva una edizione popolare per il suo romanzo popolare. La seconda era che lei ricordava Alberto Mondadori come un signore generosissimo che le aveva fatto molta simpatia. Non sapeva niente delle faccende del Saggiatore. Scrissi lettere a non finire. Nessuno rispose, nessuno, fra Formenton, Polillo, Sereni, prese il treno per andare a Roma a parlare con la Morante. Alla fine capii una cosa molto semplice: spesso crediamo che le ragioni di certi avvenimenti siano in qualche modo elevate, soggette a essere penetrate culturalmente e razionalmente, studiate e argomentate. No. Le ragioni per cui avvengono le cose sono frescacce. Sono le più stupide.
La verità è che in Mondadori volevano scrittori che costituissero una società solidale e formassero un gruppo. Figurarsi Elsa! Elsa Morante era un individuo solitario che non sarebbe mai appartenuta al sistema editoriale vigente in quella casa editrice. Vuole sapere qual era lo scrittore ideale per la Mondadori? Sono stati due: Piero Chiara e Guido Piovene. Erano perfetti: Guido Piovene, con la sua brava moglie, e Piero Chiara, con le sue storielle, con cui divertiva ora quello ora quell’altro. Loro avevano bisogno di autori solidali, complici se posso usare una parola cattiva, ma soprattutto solidali. Elsa Morante, con il suo carattere imperioso, con la sua solitudine eccentrica, il profilarsi di un altro scontro Roma contro Milano… Tutte frescacce. Persero La Storia, senza aver nemmeno letto il romanzo. E pensare che Livio Garzanti non faceva altro che stazionare in permanenza davanti alla casa di Elsa per averlo».

Intervista a Cesare Garboli, Panta n. 19 – Editoria, Bompiani, 2001

29. Costruzione delle persone intime

Perché essere fidanzati se la fidanzata è acida? Chiede all’orecchio. 
Perché sei ore più e poi sei ore meno mi sembrano adesso così tanto più lunghe di queste ore che sembrano finire adesso solo perché provo a ricordarle. Perché sei arrivato solo ora? quello era bello ma non mi piaceva. Ansima. Perché si abbatte prima lei dentro la veglia del sonno dopo essersi ribellata nell’acqua di un cantiere navale alle sue buone morti? Perché si tende sempre a percepire il dialogo nella idiozia della scrittura in un modo in cui dritto si alterna a dritto quando invece li vivete i vostri dialoghi e noterete che le due parti si fraintendendono sempre perché sono entrambe rovesci di qualcosa che cercano e sono convinti che sia sempre dall’altra parte? 
Sai che c’era un rumore dal balcone vicino casa mia oggi a metà giornata, era come un lamento di un neonato che avesse fame, poi dopo un po’ che lo ascoltavo mi sono reso conto che era una gatta in calore che piangeva e spostava qualcosa, era come se spingesse delle piastre poggiate sul balcone. E sorrido nel dirlo. Guarda che magari soffriva ribatte. Non ci sono intervalli tra primo tempo e secondo atto questa sera. Non ci sono sorprese se non quelle date dal fatto che con gli anni subentrano i semplici affetti e anche dire che non ci sono è un metodo per collocarli altrove. Nella meditazione sul letto. Nell’intreccio di bianco e nero dei corpi che temo non avranno mai facilmente una sola verità.
Nell’ombra ribadita dal taglio di luce che passa da sotto la porta, lei non sembra più una delle meticce muscolose da cui si vanta di discendere. È diventata un idolo equatoriale. 
Comi comi. Mangia mangia.

Andrea Bianchi

28. Lo zio Bajaco scioglie il nodo

Henri Rousseau, Natura morta con frutta esotica

Lo zio era quello artista nella casa. Era legato alla madre mentre mio padre era più affezionato al papà e quindi al bar. C’era un angolo della casa dove si vendevano pani e dolci. Infatti quando morì il nonno mio papà ereditò quella parte di casa come ti dicevo mentre lo zio…
— Come si chiamava?
— Aveva un nome di un pesce, Bajaco, non lo so quello che sta fermo al porto mentre il pescatore non fa nulla. Comunque lo zio l’aiutai da adolescente, o forse ero ancora ragazza, a dipingere tutto l’ingresso di un blu…

…non poteva essere altro che blu pastello quello usato a Rio negli anni Settanta. E oggi a distanza di quarant’anni Jessica perdona. Perdona perché lo zio Bajaco se ne è andato col cappio al collo e oggi lei non vuol più sentir dire da uno che si accomiata “non so quando ci rivediamo” perché furono le parole — quasi simili — dette dallo zio dopo un concerto sulla pubblica piazza. Ultima esecuzione di cui si ricordò il paese e effettiva cronaca di una morte annunciata.
Jessica perdona lui e suo padre. E il padre di suo padre perché ognuno di loro ha tolto un grammo di destino violento nei figli rispetto a quel che aveva patito. E lei donna osserva da matriarca inconcussa tutte queste fragilità protratte — “erano sensibili ma feriti” esclama almeno tre volte nel corso della ricapitolazione, avviata tracciando sulla tovaglietta un abbozzo di com’era organizzata la planimetria della casa, un po’ Henry Brulard un po’ custode del focolare, ventiseienne che scalpita per queste piccole grandissime cose.
“E non ti abituare che ogni venerdì sia così”. Ma io tanto l’ho già capito da te che gli antenati hanno già sciolto il nodo per noi.

Andrea Bianchi