Topipittori

Quando nel 2004 nacque la nostra casa editrice, nonostante avessimo entrambi una discreta esperienza in campo editoriale, con lo sguardo di oggi capisco che dovevamo ancora imparare quasi tutto. Ricordo che un giorno una persona mi fece notare che se volevamo vendere i nostri libri, che all’epoca non erano così facili da capire e che sugli scaffali delle librerie rischiavano di non essere visti e compresi, dovevamo spiegare alle persone cosa stavamo facendo e perché. Fu un’illuminazione. Può sembrare strano, ma è così. Nonostante sia io sia Paolo avessimo una discreta esperienza anche nel campo della comunicazione, con i libri pensavamo, per qualche ragione, che bastassero a sé, non c’era bisogno di spiegarli, parlavano da soli. Capimmo subito che quella persona, invece, aveva ragione: ritenere che le cose bastino a sé, che non ci sia bisogno di spiegare niente, e che queste spiegazioni addirittura possano guastare la qualità del lavoro, delle idee, è un’idea profondamente sbagliata: risiede in un’idea di cultura fatta esclusivamente e implicitamente per chi è già in grado di recepirla (che è un errore comunissimo nel nostro Paese fra chi lavora in campo culturale sia fra gli umanisti sia fra gli scienziati). Da quel momento investimmo tempo, risorse ed energie a fare in modo che le persone disponessero di tutte le informazioni necessarie a far conoscere il nostro lavoro. Non si trattava di un’azione di promozione nuda e cruda, ma di informazione che è una cosa molto diversa, più importante, più impegnativa.


Oggi il panorama della letteratura per ragazzi è molto cambiato, un intero settore ha lavorato a questo cambiamento, non credo di essere arrogante se affermo che anche noi siamo stati parte di questa trasformazione. Spesso sento alcune persone del settore indignarsi per banalizzazioni e volgarizzazioni della letteratura per ragazzi, capita anche a me di essere insofferente verso recensioni malfatte, riflessioni sul tema abborracciate o incompetenti, iniziative mediocri, tutte cose che nascono da idee sbagliate o superficiali o infondate. Ma passata l’irritazione mi dico che se è così, tutti quanti forse non abbiamo fatto abbastanza per fare cambiare le cose, e che essere in possesso di una cultura dovrebbe anziché spingere a una strenua difesa contro imbastardimenti e imbarbarimenti da parte di un “fuori” vissuto come ostile, superficiale e mai all’altezza, dovrebbe, dicevo, motivare a impiegare più serietà e rigore a fare sì che quello che in larga parte gli altri ancora non sanno, possa essere reso loro disponibile e accessibile. E non lo dico con paternalismo. Interessarsi o no a qualcosa, è una scelta, quindi non si tratta di fare proseliti. Ma di fare sì che le persone, qualora lo vogliano, abbiamo a disposizione, paritariamente, la possibilità di accedere a delle conoscenze.

Giovanna Zoboli
Casa editrice Topipittori

Baccanti

«Oltre alle Baccanti, sciamane al seguito del dio della trance, Dioniso, e alle esperienze estatiche eleusine, per altro gestite istituzionalmente dalle famiglie sacerdotali degli Eumolpidi e dei Codridi, che presentano vistosi tratti in comune con le esperienze degli sciamani, esistono figure che si possono definire “sciamani” in senso stretto: il mitico Abaris iperboreo, che non mangiava mai, prevedeva il futuro e scacciava le malattie; Aristea, capace di sprofondare in lunghi sonni, nel corso dei quali abbandonava il corpo fisico e si materializzava altrove; o ancora a Epimenide che a Creta, nella grotta sul monte Ida nella quale era nato Zeus stesso, incubò nell’estasi una sapienza “entusiastica” (vale a dire “pervasa dal dio”) e iniziatica; ma anche Hermotimo, Zalmoxis, Pitagora, Anacarsi possono venire annoverati, per certi tratti, in questa schiera; e elementi sciamanici si trovano nelle catarsi dei Coribanti, nei Misteri di Samotracia, nell’oracolarità apollinea delle Sibille».

http://www.pangea.news/angelo-tonelli-intervista-sapienza-oriente-e-occidente/

42nd Street

Eve Arnold, Self-portrait in a Distorting Mirror, 42nd Street, New York, 1950.

45. Ognuno si compie

Saul Leiter, Untitled (Barbara), 1947

Hai molte ragioni per cui un amore finisce. Ci sono molti mondi nei quali hai abitato. Ci sono anche altre facce che hai indossato. Forse lei dirà che non ti fidavi o che eri falso. L’unione dei corpi a volte era veridica; altre, supponente e quindi menzognera. Ci sono anche tanti motivi per cui non ci si ritrova più, sia pure dopo pochi mesi, anche quando ci si vedeva poco. Rimangono delle maglie primaverili appese nell’armadio. I suoi doni che ti guardano quando lasci gli sportelli aperti la sera. Ci sono gli occhi di suo figlio distanti. Le tue identità riviste e rivisitate. Rimangono le carenze che ti rendono incline a cercare le storie e le relazioni inutili senza speranza. Eppure eccoci qui, a continuare, e magari un giorno… no. Ognuno si compie da solo. Anche quando ha un amico o una compagna. Non si può aspirare a titoli di nobilitazione per aver sentito battere il proprio cuore all’unisono con una donna che ci accompagnato, che abbiamo aiutato. Era anche un ladro che entrava di notte in casa e potevamo confondere la sua ombra con quella di un familiare che ci dormiva accanto.

Andrea Bianchi

densità

Matthieu Ricard lavorava come biologo molecolare in Francia, fino alla conversione al buddismo di scuola tibetana, di cui ora è monaco. Momento fondamentale di quella religione è la meditazione. Essa è un processo cognitivo rivolto verso sé stessi, che si esercita, anche per lungo tempo, in isolamento e silenzio assoluti, senza libri, giornali, notizie, incontri. Con alcuni colleghi e neurofisiologi, Matthieu Ricard ha indagato la meditazione come evento della corteccia cerebrale. Durante la meditazione la corteccia prefrontale, aiutata dai centri della memoria e dell’affettività, cerca, indaga, scandaglia, accetta, approva, contesta, rifiuta, rimprovera, svergogna sé stessa. Il cervello è in condizione di grande attenzione e vigilanza, confermate dall’aumento definito «drammatico» della frequenza delle registrazioni elettriche. Dopo un certo tempo, il meditante avverte che il passaggio mentale da un argomento all’altro gli riesce più facilmente. Tale agilità permane dopo la meditazione. Ciò è spiegato con la maggior familiarità con i propri meccanismi che la mente acquisirebbe con la meditazione. Se, a occhi chiusi, ci si sforza di immaginare qualcosa (un oggetto, una persona, un luogo), sono attivati non solo i meccanismi dell’attenzione, ma anche quelli della visione. L’attivazione visiva riuscirebbe più in fretta e meglio nelle persone dedite alla meditazione. Con indagini della risonanza magnetica è stato dimostrato, nel cervello di Ricard e di altri dediti regolarmente alla meditazione, che essa fa aumentare il volume di particolari aree della corteccia, specie nei lobi prefrontali. Non aumenta il numero di neuroni, ma la densità delle sinapsi e delle fibre che connettono i centri corticali. Si sa da molti anni che l’esperienza del mondo esterno modifica la struttura del cervello e che ogni percezione equivale a una nuova struttura della corteccia. Ora si è visto che anche stimoli interni alla corteccia cambiano struttura e funzionamento del cervello.

Arnaldo Benini, La coscienza imperfetta, Garzanti, Milano 2012, pagg. 18-19

Lonesome Dove

Maura Allen, Stars in Your Eyes


Lonesome Dove è un pidocchioso paesetto del Texas meridionale, sul Rio Grande, al confine con il Messico. Da anni Augustus McCrae e Woodrow Call, ranger attempati dal carattere a dir poco inconciliabile, vi esercitano la massacrante arte del mandriano. A dare la scossa è il ritorno del vecchio amico Jake Spoon, giocatore, damerino, dongiovanni, cialtrone, omicida per caso. È allora che Gus e Call decidono di intraprendere un avventuroso viaggio, per le Grandi Pianure, verso l’Eden del Montana, guidando una mandria giovane e inesperta e un manipolo di ragazzotti male in arnese: orfani, irlandesi, neri. Una specie di controesodo: dal sud più profondo e brullo al nord verdeggiante infestato dagli indiani. Il resto è poesia, benedetta da un finale tanto melanconico quanto ineluttabile.

Scordatevi duelli sul far della sera, sparatorie, scazzottate. Scordatevi saloon, tesori sepolti, fughe al galoppo. McMurtry aderisce drasticamente alla nuova voga del western americano in cui il dato realista ha soppiantato ogni trasfigurazione mitica e fiabesca. L’epos di questo libro straordinario è nella sua capacità di dare conto della vita ordinaria del vaccaro: le aspirazioni, i vizi, i piccoli piaceri edonisti se ha senso chiamare così litri di whisky scadente, pancetta fritta e divagazioni postribolari. È un mondo derelitto quello di Lonesome Dove, l’acqua scarseggia, il sole uccide, l’igiene è lasca, l’alimentazione iper-proteica. Non succede mai niente, o quasi. Il che rende irresistibile la maestria di McMurtry. Che ironia, che dialoghi! Con quale cura si dedica ai suoi protagonisti, svelando retroscena psicologici, svolte emotive, tare caratteriali. Una precisione implacabile, addolcita dall’indulgenza, se non proprio dalla tenerezza. Si capisce quanto gli piaccia occuparsi di Gus e Call, quanto adori star loro addosso, quanto sia fiero di una così antica amicizia nutrita da incomprensioni reciproche. Gus è un tipo loquace, a suo modo persino colto, legge ogni giorno un passo della Bibbia; possiede la causticità dei cinici, l’eloquenza dei pagliacci, adora il sesso ma anche la schermaglia. È un indolente, e tuttavia adora la vita senza temere la morte; a suo modo è romantico, colleziona mogli e non si perde un bordello. «Una cosa andava detta di Gus McCrae: era facile da trovare. Alle tre del pomeriggio, tutti i pomeriggi, se ne stava sotto il portico a sorseggiare dalla fiasca». Call è il suo esatto opposto. Uno stacanovista, un irrequieto cronico. È austero fino al celibato, è laconico, vive per il silenzio dei grandi spazi incontaminati. All’alcol, al gioco, alle cortigiane preferisce solitarie passeggiate notturne. «A Call piaceva allontanarsi da solo, a circa un miglio dal campo, e ascoltare la terra, non gli uomini. (…) Il territorio parlava piano, bastava una voce umana per sommergerlo».

A questo punto occorre specificare che l’eroina incombente di questa storia è la natura: subdola, indifferente, omicida, gioca con gli uomini al gatto con il topo. La spina di un cactus, lo scarto di una puledra, il morso di una bestia e sei fritto: cancrena, setticemia, avvelenamento. La canicola, il gelo, le tempeste, le piogge impetuose, le sabbie mobili, le mandrie inferocite, i cavalli che sgroppano, zanzare, scorpioni, serpenti a sonagli. Tra uomini e animali non c’è quasi differenza, tutti schiavi della fisiologia: mangiare, bere, evacuare, accoppiarsi, trovare un giaciglio in cui dare tregua alle membra. Senza mai dimenticare che la morte non solo è in agguato ma è l’opzione più probabile.

Alessandro Piperno su Lonesome Dove di Larry McMurtry (Einaudi, 2017), la Lettura #317, pag. 5

competizione ossessiva


L’opprimente aura di «competizione ossessiva» (il «conflitto permanente») del poema viene infatti ricondotta a una società in decadenza (villaggi spopolati, assenza di legalità, crisi produttiva e commerciale) in cui la guerra intesa come conquista di risorse è una necessità quotidiana. Ma tutto questo è acuito — è uno dei passaggi più innovativi del libro — dalla carenza di giovani donne, dovuta alla diffusa poliginia (vedi le 28 schiave offerte da Agamennone ad Achille come compenso per la sottrazione di Briseide) e alla morte precoce, per abbandono o denutrizione, della prole femminile, non funzionale a una società così militarizzata. Non a caso, i poemi omerici sono incentrati affettivamente quasi solo su rapporti padri-figli: nell’Ade, l’ombra di Agamennone, parlando a Odisseo, rimpiange il figlio e dimentica le tre figlie. L’implicazione primaria è evidente: per quanto la guerra dipenda dalle citate ragioni socio-economiche (in particolare il controllo dell’Ellesponto come passaggio-chiave dal Mediterraneo al Mar Nero) e per quanto ogni guerriero combatta per molte altre ragioni (status, prestigio, fama, bottino, addiction paradossale dalla guerra stessa), nell’Iliade le donne sono un obiettivo «in sé», come ratifica Achille (che passa «giornate sanguinose» «a lottare coi nemici per catturarne le compagne», IX, 326-7); e Briseide ed Elena, in questo senso diventano ben più che casus belli poetici.

Sandro Modeo, la Lettura #378, pag. 5

il Pesanervi

“Così, per dire, un’editrice relativamente recente come La Nave di Teseo cresce scimmiottando Adelphi con esiti grotteschi: se quelli pubblicano l’opera omnia di Nietzsche questi editano le operette di Umberto Eco, se gli uni stampano le Considerazioni di un impolitico di Thomas Mann gli altri insistono a pubblicare un politico come Dario Franceschini, per non dire di Carlo Calenda; quelli stampano i proclami di Zelensky gli altri Dialogo sul potere di Carl Schmitt; La Nave di Teseo scommette su cantanti scrittori come Ermal Meta, Adelphi preferisce i musicisti di genio, insiste con L’ala del turbine intelligente di Glenn Gould, un libro che dovrebbero leggere in molto, non solo i cantautori. Certo, l’editoria è sempre un sistema di relazioni, ma un conto è Milan Kundera che scrive di Hermann Broch che elogia Canetti, un conto Maria Grazia Calandrone che introduce il libro di Sonia Bergamasco che ha messo in scena il libro della Calandrone (entrambe bravissime, sia chiaro). Quanto agli scrittori italiani, viventi, non è detto, però, che Adelphi sia meglio de La Nave di Teseo”.

https://www.pangea.news/editoria-pesanervi-bompiani/